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  SIGNORIA COLLEONI

   STORIA DELLE SIGNORIE

  CAVAGLI

 

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Il secolo XIV fu teatro della rinascita sociale, politica,
 economica e culturale che, archiviando l’esperienza comunalistica, spianò

 la via all’Età delle Signorie e consentì a poche Famiglie di spartirsi il controllo dell’Italia settentrionale e centrale.
In Lombardia si insediò il Visconte Bernabò il cui nipote Giangaleazzo,

 dopo averlo usurpato e assassinato assunse
 il titolo ducale ed ampliò i confini fino a Pisa, Siena, Verona e Bologna.
Alla sua morte, nel 1402, il Ducato, con l’ultimo dei Visconti:

 Filippo Maria, tornò ai confini originari.
Nel 1450 il suo potere passò al Capitano di Ventura Francesco Sforza,

marito della figlia illegittima Biancamaria.
La nuova Dinastia garantì benessere finanziario, urbanistico ed artistico e

fu rappresentata dal Conte di Cotignola

     

Muzio Attendolo, of Duchi, Francesco I e                                                          

Galeazzo Maria Sforza,                                                                                          
Biancamaria Sforza Imperatrice del S.R.I,                                                         

Giangaleazzo Maria Sforza ,                                                                                  
Bona Regina di Polonia e Duchessa di Bari,                                                     

Ludovico il Moro,                                                                                                    

Ercole Massimiliano e                                                                                           

Francesco II.                                                                                                            

Giacomo Attendolo                                                                                                 

                Fra Imola e Cesena, il borgo di Cotignola fu spettatore del            
 debutto di  Giacomuzzo Attendolo, nato il 28 maggio del 1369 da
Giovanni ed Elisa Petraccini;
 coniugato in prime nozze ad Antonia Salimbeni di Siena,
 dalla quale ebbe il figlio Bosio; in seconde,
con Caterina di Napoli ed in terze con la

Principessa Maria Marzana di Sessa;
 padre di sette figli, fra cui il prediletto Francesco, concepiti da

Lucia  da Torsano, di ulteriori quattro maschi generati da
 
Tamira di Cagli e di altri due nati nel terzo matrimonio.
Detto Muzio e soprannominato Sforza da Alberico da
Barbiano per la straordinaria possanza fisica,
 con quell’appellativo trasmesso alla intera casata si impose
alla guida della Signoria di Milano mantenendole fino al XV secolo l’unità territoriale conseguita dai Visconti.
 Dedicatosi alla vita militare, con i fratelli Bartolo,
 Bosio e Francesco ed i cugini Micheletto e Lorenzo,
si arruolò nella
Compagnia di san Giorgio apprendendone
 le più sofisticate tecniche belliche e, dopo il primo ingaggio di Francesco Broglia, ottenne dai Perugini la prima condotta nel 1398,
 contro i Duchi di Milano. Ma proprio Giangaleazzo Visconti,

in omaggio alle sue gesta  leggendarie gli raddoppiò la paga:
 si trattò di un contratto di breve durata poiché intrighi e rivalità orientarono Giacomo verso il soldo fiorentino,  ancora contro Milano, proiettandolo

in esperienze alterne ed intense:
nel giugno del 1402 la sconfitta subìta a
Casalecchio dal vecchio maestro Alberico da Barbiano;
 nel 1404 la vittoria riportata su Agnolo della Pergola e la conseguente occupazione di Pisa e Castiglione della Pescaia;
 il successivo contratto a servizio di
Niccolò d’Este per il quale batté a Modena ed inseguì fino a Reggio il sedicente Signore di Parma Ottobuono Terzi,
 ricevendo in compenso la
Signoria di Montecchio; i trionfi conseguiti
su Ladislao di Napoli;
il successo di Rossasecca del 1411 accanto a
Luigi II d’Angiò;

l’espulsione di Braccio da Montone da Roma nel 1417.
Il mito si consolidò nel 1409 quando, nella cornice dei grandi
stravolgimenti politici e religiosi causati dalla presenza di ben
 tre Papi, gli si rivolse una Firenze intimorita dalle scorrerie
 proprio di
Braccio da Montone, già padrone di gran parte dell’Umbria.
 Tuttavia, la sua fama fu ridimensionata dal contagio di peste
che stroncò la vita dei tre fratelli.
Ben presto, ancorché solo, assoldato da Giovanni XXIII egli
sbaragliò a Roccasecca il Re di Napoli ricevendone
 la
Signoria di Cotignola e mai più immaginando che proprio
 la Corte partenopea gli spianasse la via degli onori
designandolo
Gran Connestabile del Regno.
L’avvento della sorella
Giovanna II al trono confermò il credito
di Giacomo, già vedovo, sollevando una marea di invidie che lo obbligò,

 per i dieci anni successivi,
 a destreggiarsi tra beghe di Corte ed arresti,
 il primo dei quali disposto dall’ostile ed invidioso favorito della Regina

Pandolfo Alopo.
La dura reazione delle milizie, tuttavia, gli valse la liberazione,
una rendita di ottomila ducati, la
Signoria di Benevento e
Manfredonia e la mano della Principessa Caterina.
In coincidenza delle nozze della Sovrana con Giacomo di Borbone,
l’8 settembre del 1415 egli fu nuovamente arrestato:
 i suoi uomini insorsero ancora a Tricarico,
esigendone la rimessa in libertà mentre una rivolta delle
 Baronie napoletane privava il Re consorte delle prerogative regali.
Reintegrato nella carica di
Gran Connestabile, lo Sforza
ampliò i suoi feudi con terre in Calabria e in Cilento.
Le sue alterne vicende erano tutt’altro che concluse: quando l’esuberante Giovanna prese per amante Giovanni Caracciolo,
Giacomo parteggiò per il pretendente al trono Luigi III e
 si scontrò  col Generale delle truppe aragonesi Braccio da Montone.
Giovanna fu solennemente incoronata a Napoli il 18 ottobre
del 1419 in presenza di Antonio e Giordano Colonna:
designato
Gonfaloniere della Chiesa,
Giacomo avviò la spedizione contro
 il pugnace Condottiero perugino cui la fortuna arrise
 nella sanguinosa battaglia tra Montefiascone e Viterbo.
Il
Caracciolo strumentalizzò la rotta per pretendere dalla Sovrana l’opposizione alle richieste di aiuto avanzate dal Papa che,
indignato, grazie alla mediazione fiorentina s’accordò  con
Braccio da Montone.
Costui entrò in una osannante Firenze nel febbraio del 1420 e giurò

fedeltà a Martino V cui cedette Narni, Terni, Orvieto
ed Orte  in cambio del titolo di Vicario della Chiesa e del
possesso di Perugia, Todi, Assisi, Spoleto, Spello ed Jesi.
Poi, su suo ordine, marciò contro Antonio Galeazzo Bentivoglio, arbitrariamente insignoritosi di Bologna il 26 gennaio.
Il Primate varcò le mura di Roma il 29 settembre del 1420,
pronto a vendicarsi di Giovanna:
la guerra di successione al soglio partenopeo era ormai aperta.
Giacomo Attendolo Sforza si schierò ancora per Luigi III e si accinse ad avanzare su Napoli. Fingendosi paciere, Martino V invitò i due pretendenti

 al trono a risolvere pacificamente la querelle.
Il Legato Antonio Caraffa detto Malizia, percepito l’intrigo,
procurò alla Sovrana il supporto di Alfonso d’Aragona che, per ritorsione, ordinò l’obbedienza all’antiPapa Benedetto XIII
mentre l’allarmatissimo Luigi III si recava a Roma
 in cerca di aiuti. Indebolendo l’Angioino, già fiaccato dall’intervenuto mutamento dei rapporti fra Giovanna ed Alfonso d’Aragona,
 Giacomo allora si riconciliò con Braccio da Montone e,
 raggiunto dalla notizia del decesso della seconda moglie,
 si risposò con
Maria Marzana di Sessa;
assunse il comando delle truppe papali e angioine;
 assoldò
Jacopo Caldora, Bartolomeo Colleoni e il figlio Francesco
 e si spostò da Benevento a l’Aquila per liquidare proprio il nuovamente

ostile Braccio da Montone ed i suoi alleati filo-aragonesi
 Erasmo Gattamelata e Niccolò Piccinino
Alla fine di dicembre del 1423 si accinse al guado della Pescara ma,
 il 3 gennaio, quando il suo scudiero fu travolto dalle acque in piena,
  senza indugi si tuffò per salvarlo e concluse
 la sua generosa esistenza annegando.
Il suo corpo non fu mai trovato.
Francesco
Nato illegittimo da Lucia Terziani il 23 luglio del 1401 a San Miniato e riconosciuto con gli altri fratelli per una concessione speciale
 della Regina Giovanna, Francesco trascorse parte dell’ infanzia
 a Ferrara alla Corte di Niccolò d’Este e parte a Tricarico della quale, undicenne, fu designato Conte dopo essere stato armato
Cavaliere.
 Il 23 ottobre del 1418
a Rossano calabro sposò Polissena Ruffo
 di Calabria, vedova del terriero francese Giacomo de Mailly:
 ella mancò a due anni dalle nozze, con la neonata
Antonia.
 Emulo del padre, contrasse la sua prima esperienza in campo
combattendo accanto al padre a dodici anni ed esibendo
 le doti di soldato ardito e potente:
 nel 1419 a Viterbo liberò il genitore dall’accerchiamento
 tesogli da Braccio da Montone; nel 1420 occupò Acerra
con lo zio Micheletto e partecipò alla campagna contro la
 Regina Giovanna, restando ferito; nello stesso anno si recò
come Vicerè in Calabria,  nelle terre ereditate dalla moglie,
dando prova di grande talento politico e nel 1421 a
Cosenza guidò  la difesa di Luigi III d’Angiò;
dopo la vittoria riportata a l’Aquila, infine, fu a servizio di
Martino V per stroncare le velleità del Signore di Foligno
Corrado Trinci.
 Tornato a Napoli in seguito al decesso paterno, marciò contro Napoli che riconquistò per Giovanna dopo aver corrotto il
 Governatore Jacopo Caldora, del quale sposò la figlia.
Con costui prese l’Aquila conoscendo nello stesso periodo il
Capitano di Ventura Guido Torelli che lo accreditò a
 Filippomaria Visconti:
 nel 1425 accettò la condotta milanese combattendo con
Niccolò Piccinino contro il Carmagnola. Dopo alterne vicende,
ed in particolare dopo le sconfitte subite a Maclodio
e a Brescia nel 1427, caduto in un’imboscata e salvato dal provvidenziale intervento della Signora di Ronco
 Eliana Spinola, cadde in disgrazia agli occhi del Duca che lo relegò a Mortara con paga ridotta. Tornato in auge nel 1431,
combatté ancora col
Piccinino contro Venezia sconfiggendola
 a Soncino e riacquistando la considerazione del Visconti
 che gli offrì la mano della figlia
Biancamaria, legittimata con privilegio limperiale.
 Ottenuto l’annullamento del precedente vincolo, il 23 febbraio
del 1432 Francesco stipulò il nuovo contratto nuziale.
All’evento seguirono gli attacchi allo Stato ecclesiale tra
 il 1433 e il 1435,
in un alternarsi di spregiudicate alleanze che lo videro prima combattente nella Marca di Ancona per il futuro suocero e poi
Vicario di Eugenio IV dal quale fu promosso
Gonfaloniere della Chiesa,
mentre Alfonso d’Aragona gli confiscava i beni nel Regno di Napoli per attrarlo verso Sud ed allontanarlo dal Nord dell’Italia.
Nel febbraio del 1441 Piccinino accampò diritti sulla Signoria di Piacenza:
Francesco fu ingaggiato dal Visconti che, dopo avere a lungo tergiversato,
 il 25 ottobre fece finalmente officiare le nozze con la figlia
 nella chiesa di san Sigismondo di Cremona.
Subito dopo, mirando a recuperare i suoi territori nel Sud, egli aderì alle richieste di Renato d’Angiò e marciò contro
 l’Aragonese ricevendosi
 la scomunica e la revoca dell’incarico di portabandiera.
La sconfitta di
Antonio Caldora e degli Angioini nella Marca anconetana mosse Firenze e Venezia in sostegno dello Sforza, nell’intento di arginare l’espansione di Alfonso.
 La gratifica fu dell’8 novembre del 1443 quando Sigismondo Malatesta sconfisse il Piccinino e a nuova guerra tra la Serenissima e Ducato
 si concluse col successo militare di
Micheletto Attendolo sul Po:
 Francesco fu nominato
Capitano Generale di Milano.
Fu l’ultimo atto sottoscritto da Filippo Maria Visconti,
 spentosi il 13 agosto del 1447 mentre il genero muoveva
 dalle Marche verso la Lombardia ove l’istituita Repubblica ambrosiana avrebbe risolto la questione successoria
 offrendogli il comando generale,  mentre Pavia e Parma rivendicavano la loro autonomia e mentre Lodi e Piacenza si davano ai Veneziani.
 Battute il 14 settembre del 1448 a Caravaggio le milizie venete,
a margine della vittoriosa battaglia fluviale del luglio
precedente a Casalmaggiore,  dove la Marina di Venezia
 aveva subìto una cocente umiliazione
 da parte dei Ducali guidati dal nobile pavese Pasino degli Eustachi,
 
Francesco intavolò negoziati con la Repubblica marinara.
Il 14 ottobre a Rivoltella firmò la pace,
impegnandosi a sgombrare i territori di Bergamo e Brescia
ed a rinunciare a Crema ed alla Ghiara d’Adda acquisendo,
 per contro, il controllo di Lodi, Brivio e Lecco e l’appoggio contro
l’Aurea Repubblica Ambrosiana Autonoma.
Capeggiati dai Trivulzio, dai Cotta, dai Lampugnani e da una
 serie di Mercanti intenzionati a sostenere l'utopistica istituzione
 fino a porre sulla testa dello Sforza una taglia di duecentomila
ducati, i Milanesi insorsero.
 Privo di alternative, nel 1449 con un’azione di forza egli occupò
 l’area fra l'Adda e il Ticino e bloccò le vie d’accesso al
capoluogo mentre, irrispettosa dei patti,
 Venezia abbandonava l’alleanza a favore della Repubblica.
 L’assedio di Francesco tenne in scacco la città per otto mesi, finché la mancanza di rifornimenti sgretolò il fronte di resistenza: affamato,
 il Popolo voltò le spalle all’Aristocrazia e gli aprì le porte consegnandosi ad una lunga fase di insperata prosperità.
Lo Sforza entrò in Milano il 22 marzo del 1450 con la moglie e il figlio:
quale nuovo Duca
gli furono offerti lo scettro, lo stendardo con la biscia viscontea e l’aquila imperiale, il sigillo, la spada e le chiavi.
 Archiviata la luminosa carriera di Condottiero, iniziava quella di
Principe che per sedici anni avrebbe provvidamente retto le sorti del più prestigioso Ducato europeo.
 Affrontò subito alle questioni d’urgenza nominando nuovi
Giudici e Magistrati;
modernizzando lo Stato; dotandolo di nuove chiese,
 edifici e castelli; instaurandovi un efficiente regime fiscale;
incrementando le entrate; rendendo la sua Corte accorsato
centro artistico ed intellettuale; migliorando la rete viaria;
ordinando la costruzione del primo ospedale ed affidandone
l’esecuzione al più grande architetto dell’epoca:
 il toscano
Antonio Averlino detto Il Filarete;
  riscuotendo popolarità fra i sudditi e credibilità internazionale,
tali da esemplarmente incarnare Il Principe di Machiavelli.
 Nel gennaio del 1452 ottenne l’investitura imperiale e,
stretta alleanza con Cosimo de’ Medici, sollecitò Renato d’Angiò contro gli Aragonesi nel Regno di Napoli;
riaprì le ostilità con i Veneziani che lo avevano a suo tempo
 tradito ed utilizzò la formidabile competenza di
Bartolomeo Colleoni per affrontare anche Luigi Gonzaga.
La tregua sopravvenne il 29 maggio del 1453 parallela alla
 caduta di Costantinopoli in mano turca.
All’evento il Papa oppose la Santissima Lega cui aderirono Firenze e Venezia:
Francesco, le cui truppe erano già in assetto di guerra in territorio veneto,
 accettò la pace del 9 aprile del 1454 a Lodi ottenendo dai Veneziani il consenso segreto al recupero dei castelli
conquistati dal  Duca di Savoia e dal Marchese di Monferrato.
Nel 1461,  sostenne Genova nell’opposizione al dominio
 francese mentre l’ennesimo scontro per il Regno di Napoli tra Aragonesi e Angioini cessava nel 1462, con la vittoria di Ferdinando d’Aragona a Sarno.
 Nel 1464, avuti dal francese Luigi XI i feudi di Genova e Savona,
dette in moglie al Re di Francia la figlia Ippolita e
 pose mano ai lavori del Naviglio della Martesana;
 fece restaurare il palazzo dell’Arrengo;
dispose la ricostruzione dell’edificio di Porta Giovia,
cruciale per la difesa della cinta muraria.
La morte lo colse l’8 marzo del 1466: la sua complessa ma
solida eredità restò ai figli
Galeazzo Maria, Filippo Maria;
 Sforza Maria; Ludovico; Ottaviano; Ascanio; Ippolita; Elisabetta.
Galeazzo Maria
Avuta notizia della sua nascita, il Papa che aveva in odio suo padre
dichiarò lapidario:
… è nato un altro Lucifero… :
 di fatto scaltro, crudele, dissoluto, ambizioso, corrotto, vanitoso
e avido; figlio di Francesco e di
Biancamaria Visconti;
nato a Fermo il 24 gennaio del 1444 e spentosi
il 26 dicembre del 1476;
fidanzato alla figlia del Marchese di Gonzaga e sposato poi a
Bona di Savoia, cognata di Luigi XI di Francia,
 ebbe imposto il nome dal nonno materno Filippo Maria
che onorò  il proprio genitore ed il suo voto a Maria
immettendo la continuità della sua casata nella giovane
dinastia sforzesca.
Quando ebbe notizia del decesso del padre, era in Francia per combattere i Grandi Feudatari a favore del cognato che, proclamatosi paladino del Piemonte, tentava di incunearsi negli affari
 degli Stati italiani del Nord mirando ad estendere la propria
influenza sulla Lombardia.
 Tornò a Milano il 20 marzo del 1466 e, dopo una breve fase di cogoverno, relegò la madre a Cremona.
 Lungo il percorso, a Melegnano il 23 ottobre successivo ella
morì avvelenata: il decesso fu ascritto al figlio, preoccupato dal rischio che ella cedesse quella città ai Veneziani.
Nel periodo della nascita del primogenito Giangaleazzo, egli introdusse in Milano il
Testone:
una moneta d’argento del peso di circa dieci grammi con l’effigie del suo profilo.
In quel periodo, favorì l’ascesa del Consigliere Francesco Simonetta
 detto Cicco, cui accordò enormi privilegi indignando l’intera
Corte ed i Milanesi, oppressi da onerose imposte;
 da processi deviati; da indicibili torture ed esecuzioni; da ingiustizie inaccettabili. Egli, infatti, dilapidò le fortune dello Stato arricchendo l’amante Lucia Marliani;
spese nel 1472 una fortuna per festeggiare il fidanzamento del figlio
ancora bambino con la Duchessa Isabella di Calabria;
 nel 1473 dette sontuose feste in onore del
Cardinale Pietro Riario; nel marzo del 1474 accolse con
 inaudita magnificenza il Re d’Ungheria Mattìa Corvino,
cui donò anche diecimila zecchini; sperperò soldi in viaggi,
il più discusso dei quali fu quello del 1471, costato oltre duecentomila

 fiorini per recarsi con la Duchessa a Firenze,
 Lucca e Genova ove ordinò la costruzione di bastioni che dividessero la

città in due parti,
 ciascuna sorvegliata da una guarnigione armata. 
L’iniziativa fu interpretata da tal Lazzaro Doria come palese violazione
agli accordi tra la Repubblica e il Ducato:
la folla insorse costringendo il Governatore Guido Visconti a chiudersi nel

suo palazzo mentre Galeazzo
 inviava reparti armati e faceva arrestare il notabile Prospero Adorno
recedendo poi da propositi ostili, nel timore della reazione del

Duca Girolamo Gentile.
Troppo tardi: costui guidò la rivolta che nel giugno del 1476

il rappresentante del governo milanese
sedò con rigore accordando settecento ducati al Gentile, trinceratosi con

 un esiguo manipolo di fedelissimi a Porta San Tommaso e disposto a negoziare la resa.
 In quei giorni l’attenzione del Duca era rivolta a Ferrara ed al Piemonte,

teatro di eventi nei quali era coinvolto:
contro
Ercole I d'Este aveva segretamente aizzato Niccolò,
figlio di Lionello, che da Mantova aspettava l'occasione propizia per insignorirsi di Ferrara.
L'occasione maturò il 1° settembre quando,
profittando dell'assenza dello zio, egli entrò nella città alla
testa di un mezzo migliaio d'Armati non prevedendo che il
Popolo si stringesse attorno a Sigismondo, fratello del Duca,
 e lo costringesse alla fuga: catturato dai contadini mentre
cercava di tornare a Mantova, fu ricondotto a Ferrara e decapitato.
In Piemonte, invece, il 30 marzo del 1472 era mancato
Amedeo IX di Savoia, lasciando erede il primogenito
Filiberto che, contando  soli otto anni, era stato posto sotto reggenza della madre Jolanda,  sorella di Luigi XI di Francia.
Contro costei aveva marciato il Duca di Borgogna
Carlo il Temerario
 che prima l'aveva avuta come
alleata in una infausta guerra contro gli Elvetici e poi,
sconfitto da costoro a Morat nel giugno del 1476,
l'aveva arrestata. Il Sovrano, presso il quale era stato rifugiato il

piccolo erede, inviò in aiuto della germana rinforzi di Galeazzo Maria:
sconfitto a san Germano,
Carlo arretrò verso le Alpi per riprendere le operazioni militari in primavera.
Ma era già in atto una ramificata congiura stimolata
proprio dal Re francese contro lo Sforza:
 dopo dieci anni circa di discutibile governo,
il 26 dicembre di quell’anno nella chiesa milanese di santo Stefano
ove era raccolto in preghiera,
egli cadde sotto i colpi di pugnale di Giovanni Andrea Lampugnani, Gerolamo Olgiati e Carlo Visconti.
Aveva macchiato l’onore  familiare del primo e defraudato
 di gran parte del patrimonio gli altri due. Tuttavia, mentre
 il suo corpo esanime finiva fra le braccia dei Legati di Mantova
e Ferrara, Lampugnani fu ucciso;
 Olgiati riuscì a fuggire ma fu catturato e condannato a morte;

Carlo Visconti fu squartato. Galeazzo Maria lasciò numerosa
 prole:
 dalla moglie Bona, i figli Giangaleazzo Maria; Ermes Maria;
 Biancamaria, sposa dell’Imperatore Massimiliano d’Asburgo;
 Annamaria, coniugata da Alfonso I d’Este. Dall’amante Lucrezia Landriani,

 i figli Carlo, Chiara e Caterina.
La minorità di Giangaleazzo Maria
Al soglio ducale ascese per successione diretta il settenne
Giangaleazzo Maria
Il potente Ministro Francesco Simonetta affidò la sua
reggenza alla Duchessa madre Bona, assistita da un
Consiglio di Stato,  con sede nel castello e da un Consiglio di Giustizia, ubicato nel palazzo ducale.
Per rassicurare la popolazione, abolì subito le gabelle
 più onerose e fece distribuire grano irritando i ratelli del defunto:
 Sforza Maria, Ottaviano, Filippo, Ascanio ed in particolare
Ludovico il Moro.
Per ripianare le tensioni,
 nel febbraio del 1477 Ludovico Gonzaga si recò a Milano e riconciliò la Duchessa con i cognati.
In Milano tornò la pace, ma nel marzo successivo
esplosero torbidi a Genova ove i Fieschi e i Campofregoso animarono

una rivolta che  mise in fuga il Governatore ducale Giovanni Francesco Pallavicini.
Per ristabilire l’ordine, l’energico Simonetta ordinò la
 scarcerazione di Prospero Adorno, fatto arrestare nel 1471 da Galeazzo Maria,  e gli assegnò il comando delle truppe
destinate a soccorrere il Pallavicini.
In cambio pretese la restaurazione dell’autorità del
Duca nei limiti assegnati dal trattato di dedizione a
Francesco Sforza.
Adorno accettò e, alla testa di dodicimila uomini, il 30 aprile del 1477

occupò Genova; promise il condono ai ribelli che avessero deposto le armi; assunse la carica di Governatore;
assediò la sede dei Fieschi fino alla resa e tornò a Milano.
Il Ducato era intanto permeato da un clima di intrighi e veleni in danno del Ministro che, a fronte delle contestazioni mosse da
 Ludovico e Sforza Maria al governo della Reggente, dispose la cattura dei loro favoreggiatori Roberto Sanseverino, Donato del Conte ed

Ibletto Fieschi.
Il provvedimento degenerò in una sommossa: impadronitisi di
Porta Tosa,
 i ribelli traversarono la città al grido di Morte ai forestieri,
alludendo all’estrazione calabrese del Simonetta.
Ma furono isolati:
Ludovico fu confinato a Pisa;
 Sforza Maria morì forse avvelenato a Varese ligure; Ottaviano annegò durante il guado dell’Adda;
 Ascanio fu relegato a Perugia; il solo Filippo restò a Milano,
 per estraneità ai fatti;
Donato del Conte morì per le ferite riportate durante l’evasione dalle prigioni di Monza;
 Ibletto Fieschi fu arrestato al confine astigiano;
Roberto Sanseverino riuscì a porsi sotto la protezione della Corona francese.
Fu di nuovo pace: il 24 aprile del 1478 nel duomo, il novenne
Giangaleazzo fu formalmente investito del titolo ducale.
Due giorni dopo esplose a Firenze la Congiura de’ Pazzi provocando la costituzione di due leghe:
 l’una tra "Ferdinando di Napoli e il Papa";
l'altra tra "Milano e Firenze."Sollecitato da Sforza Maria,
il Sovrano partenopeo stimolò la ribellione di
Prospero Adorno che Bona fece destituire; ma il 25 giugno del 1478,  la reazione esplose violenta ed il ribelle si proclamò
 Doge contro i Doria e gli Spinola,  estranei al colpo di Stato.
In suo sostegno da Asti accorsero truppe di Roberto di Sanseverino,

 mentre sette galee napoletane con Ludovico di Campofregoso  puntavano

 su Genova.
Comandati da Sforzino, figlio naturale del Duca Francesco,
gli Sforzeschi affrontarono il Sanseverino il 7 agosto e,
 subìte pesanti perdite, dopo sette ore di combattimento si ritirarono.
La rotta persuase la Duchessa della impossibilità a recuperare Genova

con le armi;
pertanto, ella ricorse alla strategia della contrapposizione fra fazioni

 facendo concessioni a Battista di Campofregoso figlio di Pietro.
Costui prevalse sull'Adorno e in novembre lo cacciò
dalla città col Sanseverino.
 Ma l’esautorazione di Prospero non giovò ai Milanesi,
poiché il Campofregoso si fece eleggere Doge. Parallelamente,

Sisto IV aizzò contro il Ducato gli Elvetici del Cantone di Uri che,
 nel novembre del 1478, si inoltrarono fino a Bellinzona per poi ritirarsi

senza averla potuta espugnare.Contro di essi, allora, marciò l’esercito

di Milano guidato da Marsilio Torelli,
 duramente battuto.
 La guerra era conclusa.
 Grazie all’abilità di Cicco Simonetta fu pace anche con gli
Elvetici.
Ma un'altra scintilla era pronta a riattizzare i fuochi delle
 discordie:
 Sanseverino ed i fratelli Sforza si accingevano da
Borgotaro ad invadere il Milano non per abbattere Bona,
ma per liquidare il suo potente Ministro.
Il 27 luglio del 1479 sopravvenne la morte di Sforza Maria:
circa un mese dopo, Ludovico si impadronì di Tortona
 in nome della cognata e del nipote e, fra armi ed intrighi, si avvalse del ferrarese Antonio Tassino, favorito di Bona e
nemico del Simonetta,
 per sumulare una fittizia riconciliazione che
quest’ultimo così commentò alla Duchessa:
 …Io perderò la testa, ma voi perderete lo Stato.
Non sbagliava!
Il 7 settembre del 1480, Ludovico entrò in Milano e prestò giuramento di fedeltà al giovane Duca ma quattro giorni dopo,
 fatto arrestare il Ministro col figlio Antonio, il fratello Giovanni
 ed altri familiari, assunse le redini del governo;
 separò il nipote dalla madre trasferendola ad Abbiate e,
 quando si ritenne sicuro, si sbarazzò di tutti i potenziali nemici.
Il 7 ottobre, confiscatigli i beni, esiliò Antonio Tassino e il padre Gabriele;
chiese a Simonetta, rinchiuso nelle prigioni pavesi,
 quarantamila fiorini in cambio della scarcerazione e, a fronte
del fermo rifiuto, lo fece decapitare il 30 successivo.
 La moglie del Ministro: una Visconti, impazzì.
La corsa al Ducato non presentava più ostacoli:
divenuto a tutti gli effetti Governatore di Milano, nel 1489
Ludovico fissò per Giangaleazzo Maria le nozze con Isabella d’Aragona, nipote del Re di Napoli Ferdinando I e figlia di
 Alfonso di Calabria.
 Da quelle nozze sarebbero nati Ippolita, Francesco e Bona.
Ludovico il Moro
Quartogenito di Francesco Sforza e Biancamaria Visconti
;
 Duca di Bari dal 1479; Conte di Mortara e Pavia;
Duca di Milano dal 1494 al 1500;
nato a Vigevano il 27 luglio del 1452
 e morto a Loches il 27 maggio del 1508,
 Ludovico si mosse accortamente fra alleanze e tradimenti e, avvantaggiandosi delle rivalità fra i vari Stati italiani,
rese Milano egèmone sullo scacchiere politico nazionale.
Temendo la potenza della confinante Venezia, aprì relazioni
con
 Lorenzo il Magnifico;
con Ferdinando I di Napoli e con Papa Borgia e sostenne i diritti della

 nipote Caterina Riario Sforza, Signora di Imola e Forlì.
 Nel 1491 sposò Beatrice, figlia di Ercole I d’Este: ne ebbe i figli

Massimiliano e Francesco durante quell’aurea fase ducale dominata dalla presenza a Corte di Leonardo, Bramante e vari Artisti e Letterati;
 dalla esecuzione di molte opere di ingegneria civile e militare e dal
rilancio dell’economia.
In definitiva, Giangaleazzo era Duca solo de jure: quando la moglie ne pretese l’impegno anche de facto,
il Moro si alleò con l'Imperatore Massimiliano I:
 costui ne sposò la nipote Bianca Maria col chiaro proposito di disporre di appoggi in Italia e, previo esborso di un’ingente somma,  gli riconobbe la legittimità del titolo legittimandone l'usurpazione.
Nel 1492, intanto, per impadronirsi definitivamente della
Signoria;
per contenere le spinte espansionistiche di Venezia e
per arginare l’ostilità degli Aragonesi partenopei imparentati
col nipote,  Ludovico sodalizzò anche col tredicenne Sovrano
di Francia Carlo VIII e, per lui, con la sorella tutrice
 Anna di Beaujeu.
Statista sensibile ed attento, fino a percepire che sotto l’ègida milanese

 l’Italia potesse trovare una identità unitaria, alla fine rivolgendosi ai cugini d’oltr’Alpe scongiurò un rischio ma
spianò la via all’imperialismo di un avido straniero!
Le conseguenze dell’iniziativa si rivelarono drammatiche.!
Carlo VIII varcò le Alpi l'11 settembre del 1494: fu il primo degli invasori dell’Età Moderna.
Se per Ludovico fu la fine, per l’Italia fu l’inizio di quattro secoli
di dominazioni.
Il 21 ottobre del 1494 Giangaleazzo morì:
 due giorni più tardi, solenni squilli di tromba annunciarono la
proclamazione dello zio a Duca di Milano.
Nel precedente gennaio, intanto, si era spento anche
Ferdinando di I ed al soglio napoletano era asceso proprio
Alfonso che, quale suocero del defunto, aveva rivendicato
diritti sul Ducato irritando la Corona francese,
 a sua volta imparentata con Valentina Visconti e,
 pertanto, pretendente allo stesso titolo.
Senza indugi, proclamatosi Re di Napoli e Duca di Milano,
Carlo VIII entrò in Piemonte col favore dei Savoia del Monferrato
 e simulò di accettare la Signoria del Moro tendendogli
comunque insidie lungo il viaggio verso la Toscana:
destabilizzata la posizione di  Piero de’ Medici,
rimpiazzato dal regime repubblicano influenzato da Girolamo Savonarola,
proseguì per Roma occupandola il 31 dicembre del 1494;
 indusse il Papa alla fuga in Castel sant’Angelo;
prese Napoli all’inizio dell’anno successivo.
Contro di lui si costituì una coalizione composta da
Alessandro VI, dagli Asburgo,
dalla Spagna, da Venezia e da Milano nel tentativo di spezzarne

l’egemonia;
ma egli, temendo di restare intrappolato nel Sud peninsulare,
si spostò verso Nord e, incontrato Ludovico a Vercelli,
lo persuase a sostenerlo.
Il Duca abbandonò la Lega e sottoscrisse l’intesa con la Francia.
Nel 1498 Carlo si spense: gli successe il cugino Luigi d’Orléans che,
reclamata l’eredità di Valentina Visconti,
riprese la politica interventista e le ostilità contro Milano sottoscrivendo
nel 1499 due ambigue intese:
il Trattato di Marcoussins con Ferdinando il Cattolico per
dividersi il Regno dei rispettivi parenti
 napoletani e il Trattato di Blois con Venezia per spartirsi il
Ducato lombardo.
Tali circostanze furono aggravate dal passaggio del Papa nel partito dei Francesi e degli Aragona di Castiglia.
Nel mese di agosto, l’Armata di Luigi XII entrò in Italia e, da Genova,
 puntò su Milano dopo aver messo a sacco Pavia.
A fronte della tutela esercitata dai Veneziani sui Pisani e consapevole di

 non potersi insignorire della città toscana, Ludovico rovesciò l'alleanza

con Venezia ed appoggiò la riconquista fiorentina di Pisa contando

sull’appoggio antifrancese.
Era tardi e la mossa fatalmente sbagliata:
il rivale si alleò con la Serenissima, desiderosa di vendicarsi
del voltafaccia mentre i Milanesi insorgevano contro
 l’oppressione fiscale.
Parallelamente all’occupazione veneziana di Lodi e Cremona,
 il Moro riparò in Germania presso Massimiliano d’Asburgo.
L'anno dopo rientrò nel Ducato con milizie elvetiche e ricacciò i nemici
 oltre il Ticino ma fu tradito;
catturato il 10 aprile del 1500 a Novara; trasferito in Francia
 ove si spense dopo otto anni di prigionìa.
Luigi XII e Ferdinando il Cattolico, intanto,
col
Trattato di Granada del 2 novembre del 1500
 si divisero l’Italia dando avvìo a cinque lustri di guerre concluse
 il 24 febbraio del 1525 quando, dopo la Battaglia di Pavia,
 si avvicendarono a fasi alterne i Borboni spagnoli e gli Asburgo finché

 Carlo V, incoronato a Bologna il 24 febbraio 1530,
assunse il controllo dell’intera penisola.
Da allora, gli eredi degli Sforza mantennero solo il titolo,
 poiché di fatto il Ducato fu retto da stranieri:
Milano era stata ceduta ai Francesi dopo la
 Battaglia di Marignano  del 13 settembre del 1515 e,
d’altra parte,  nel giro di vent’anni la linea maschile dei
Duchi della potente dinastia subentrata ai Visconti si sarebbe estinta.
…Voi venite da una famiglia che governa Ferrara da duecento anni.

 Il padre di mio padre era nato in un minuscolo borgo
romagnolo e non imparò mai neppure a fare la propria firma.
 Era un apprendista calzolaio che divenne il più grande
condottiero del suo tempo….
Così Ludovico il Moro aveva orgogliosamente parlato a sua moglie

 Beatrice del proprio nonno Giacomo Attendolo Sforza
e degli avi che avevano spinto il loro potere fino a Bari.
 Ma egli stesso aveva abbassato le luci sulla dinastia,
 portando alla rovina l’Italia e il suo Ducato che pure aveva
saputo sopravvivere alle pressioni delle Potenze emergenti.
Impotente custode della magnificenza di una Corte impostasi cruciale

nodo di fermenti intellettuali fra i più illuminati d’Europa, pur fra le luci e

 le ombre che avevano accompagnato il percorso della famiglia, Milano

 fu consegnata dai Francesi e dagli
Spagnoli al declino politico, sociale, economico e culturale.


 

 GIACOMO MUZIO ATTENDOLO

 

Era nato come

Giacomo Attendolo in Cotignola (Romagna)da una ricca famiglia della nobiltà

rurale. Muzzo Muzio era la forma breve del soprannome di Giacomuzzo Secondo la tradizione

 il giovane Giacomo stava arando un campo quando un plotone di mercenari guidati da Boldrino da Panicale passò vicino in cerca di reclute

Ha poi rubato uno dei cavalli di suo padre e seguito i soldati

per seguire la stessa carriera

ALESSANDRO SFORZA

 Alessandro Sforza
(Cotignola, 21 ottobre 1409 – 3 aprile 1473)
E' stato un condottiero italiano, fratello di

Francesco Sforza,
Signore di Pesaro e capostipite del ramo pesarese della dinastia Sforza. Alessandro Sforza era figlio illegittimo di
Muzio Attendolo Sforza e di Lucia Terziani da Marsciano.
 Alessandro fu sempre al fianco ed agli ordini del fratello
Francesco per la conquista di nuove signorie,
da Milano a Venezia, da Alessandria a Pesaro.
Nel 1442 ad Assisi fu al comando degli assediati dalle truppe
di Papa Eugenio IV comandate dal perugino Niccolò Piccinino,
 uno dei più grandi capitani di ventura del tempo,

e dal cardinale Cusano. Alessandro Sforza fu costretto a ritirarsi nella Rocca Maggiore, lasciando la città ai saccheggiatori che non
risparmiarono nemmeno la Basilica di San Francesco e quella
di Santa Chiara. Nel 1445 gli fu consegnata la signoria di
Pesaro da Galeazzo Malatesta. Alessandro Sforza per primo (Signore dal 1445 al '73) ampliò la dimora del Signore
 per adeguarla alle esigenze di una moderna corte
rinascimentale. Gli impegni militari lo chiamarono
nella guerra di Lombardia a sostenere il
 fratello Francesco nel 1448 prese parte alla battaglia di
 Caravaggio. Presidiò Parma e nel febbraio dell'anno successivo
si proclamò padrone della città. Combatté con il fratello nella conquista del ducato di Milano,
possesso poi riconosciutogli con la pace di Lodi

del 1454.
Nel 1464 Pio II gli cedette la signoria di Gradara, nonostante i numerosi tentativi dei Malatesta,
rimasti Signori di Rimini, di impadronirsi nuovamente del castello. Morì nel 1473 per apoplessia.
I MATRIMONI E FIGLI
L'8 dicembre 1444 sposò Costanza da Varano (1428-1447),
 figlia di Pietro Gentile l da Varano.
Da Costanza ebbe:
Battista (1446-1472) che divenne la moglie di Federico da Montefeltro duca di Urbino Costanzo I (1447-1483), che sposò Camilla d'Aragona (nipote di Ferdinando I d'Aragona).
Costanza morì di parto dando alla luce il suo secondo figlio.
Il 9 gennaio 1448 si sposò per procura con la contessa
Sveva Feltria Sforza (1434-1478):
si incontrarono solo il 1º settembre successivo.
Da Sveva non ebbe figli.
Data l'assenza prolungata per le guerre, Sveva dovette occuparsi dello Stato a Pesaro ed all'educazione dei figliastri Battista e Costanzo, figli della prima unione.
Alessandro Sforza, lontano da casa per lungo tempo, credette alle voci di una possibile congiura da parte della moglie per affidare di nuovo la signoria di Pesaro ai Malatesta.
Costrinse quindi Sveva ad entrare fra le Clarisse

del monastero Corpus Christi di Pesaro, dove dopo aver ottenuta la necessaria dispensa da papa Callisto III,
fece la sua professione religiosa alla fine di agosto del 1457, prendendo il nome di suor Serafina
(venne beatificata da Papa Benedetto XIV il 17 luglio 1754).
Alessandro ebbe una figlia naturale, Ginevra Sforza (1452-1507)
che sposò in prime nozze
Sante Bentivoglio ed alla sua morte, 3 anni dopo,
il cugino Giovanni II Bentivoglio, signore di Bologna.
Gli succedette il figlio Costanzo ed a lui la moglie
Camilla d'Aragona con il figlio Giovanni,
che sposò nel 1493 Lucrezia Borgia.

 

 

Bianca Maria Sforza

(Pavia, 5 aprile 1472 – Innsbruck, 31 dicembre 1510)
era la figlia secondogenita del duca di Milano
Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia.

 

  Biancamaria  Visconti

Bianca Maria Visconti
(Settimo Pavese, 31 marzo 1425)

(Melegnano, 23 o 28 ottobre 1468)
 era la figlia legittimata di
Filippo Maria Visconti, duca di Milano,
e di
Agnese del Maino.
Fu moglie di Francesco Sforza e duchessa di Milano
dal 1450 al 1468.


 

 Francesco Sforza

              Capitano di Ventura                
Figlio illegittimo di Muzio Attendolo Sforza e di

 Lucia Terziani da Marsciano, Francesco passò la
sua infanzia a Firenze e presso la corte ferrarese di Niccolò III d'Este. Successivamente seguì il padre a Napoli dove,
all'età di undici anni (dicembre 1412),
venne creato conte di Tricarico
da re Ladislao I di Napoli e quindi armato cavaliere.
Sposò Polissena Ruffo,
una nobile calabrese del ramo di Montalto e vedova
del cavaliere francese
Giacomo de Mailly che possedeva molte terre
soprattutto nel cosentino.


 

     Il Testone         

  Moneta  introdotta da  Galeazzo  Maria  

 

 Galeazzo  Maria Sforza

Galeazzo Maria Sforza
(24 gennaio 1444-assassinato 26 dicembre 1476)
fu duca di Milano dal 1466 fino alla sua morte.
Era famoso per la sua lussuriosa,
crudele e tirannico.
Era nato da Francesco Sforza, un condottiero popolare
e alleato di Cosimo de 'Medici,
che aveva ottenuto il ducato di Milano, e Bianca Maria Visconti.
Ha sposato nella famiglia Gonzaga,
alla morte della sua prima moglie
Dorotea Gonzaga, sposò Bona di Savoia.


 

Agnese del Maino

Agnese del Maino (... – Milano, 13 dicembre 1465) fu una nobile milanese. Era figlia di Ambrogio del Maino, conte palatino e questore ducale.
I suoi fratelli Lancillotto e Andreotto erano cortigiani e membri del consiglio ducale.
Amante del duca Fu amante del duca di Milano Filippo Maria Visconti a cui diede due figlie:
Bianca Maria Visconti (1425-1468), ultima Visconti milanese e sposa di Francesco Sforza, primo duca Sforza del ducato di Milano.
Caterina Maria, che morì pochi giorni dopo la nascita (1426).
Filippo Maria si sposò due volte,
con Beatrice di Lascaris figlia dell'ultimo
Conte di Tenda e con Maria di Savoia,
ma da entrambe le mogli non ebbe figli.
Per questo motivo, il duca chiese all'imperatore Sigismondo di Lussemburgo di riconoscere come sua erede la figlia illegittima Bianca Maria.
Nel 1431 madre e figlia furono fatte alloggiare nel castello di Abbiate, l'attuale Abbiategrasso. Qui Filippo Maria aveva dato ordine di preparare un appartamento dove la piccola Bianca potesse crescere con la madre.


 

Ferdinando d'Aragona

Ferdinando d'Aragona, ramo di Napoli, meglio conosciuto come Ferrante I e detto anche Don Ferrando (Valencia, 2 giugno 1423 – Napoli, 28 gennaio 1494), era l’unico figlio maschio, illegittimo, di Alfonso I di Napoli, fu re di Napoli dal 1458 al 1494. La madre, Gueraldona Carlino, era una

donna probabilmente di origine napoletana che nel dicembre del 1422 aveva accompagnato Alfonso al suo ritorno in Spagna, dove poi sposò un tale Gaspar Reverdit di Barcellona.

 

Filippo Maria Visconti

Filippo Maria Visconti
(23 settembre 1392 – 13 agosto 1447)
 fu l'ultimo Duca visconteo a
reggere il Ducato di Milano.


 

Eleonora d'Aragona

Eleonora d'Aragona, duchessa di Ferrara, Modena
e Reggio (Napoli, 22 o 23 giugno 1450 – Ferrara,
11 ottobre 1493), era figlia Ferdinando I re di Napoli
dal 1458 al 1494 e di Isabella di Chiaromonte
figlia del principe di Taranto e nipote di Maria
d'Enghien regina di Napoli.
Biografia [modifica]Era quindi sorella di Alfonso II
di Napoli, Federico I di Napoli e di Beatrice d'Aragona,
Regina d’Ungheria e moglie di Mattia Corvino re di Ungheria e poi di Ladislao II di Boemia.
Ebbe, sembra, una relazione giovanile con il conte Diego I Cavaniglia di Montella
Sposò nel 1471 Ercole I d'Este duca di Ferrara.


 

Ercole I d'Este

Ercole I d'Este (26 ottobre 1431 - 15 giugno 1505)
 fu duca di Ferrara dal 1471 fino al 1505.
Era un membro della casa d'Este. E 'stato soprannominato Vento del Nord e il diamante.
Ercole è nato a Ferrara da Nicolò III e Ricciarda da Saluzzo. I suoi nonni materni erano
Tommaso III di Saluzzo e Margherita di Roussy.
Fu educato alla corte napoletana di Alfonso, re di Aragona e di Napoli, 1445-1460;
non ha studiato arti militari, la cavalleria, e acquisito l'apprezzamento per l'architettura all'antica e
le belle arti, che si tradurrebbe nel suo farsi uno dei mecenati più significativi del Rinascimento.
Nel 1471, con il sostegno della Repubblica di Venezia, divenne duca alla morte del suo
fratello Borso, approfittando dell'assenza del figlio

di quest'ultimo, Niccolò, che era a Mantova.

Durante l'assenza di Ercole da Ferrara, Niccolò ha tentato un colpo di stato, che è stata però scongiurato; Niccolò e suo cugino Azzo sono stati decapitati
il 4 settembre 1476.
Ercole sposato Eleonora d'Aragona,
figlia di Ferdinando I di Napoli, nel 1473.
L'alleanza Este con Napoli è servita a dimostrare

la propria un potenza.

 

    Ercole Massimiliano

 Massimiliano (Ercole), Sforza (1493-1530)
Duca di Milano, della famiglia Sforza, figlio di
Lodovico Maria Sforza.
che fu tradito e catturato il 10 aprile del 1500
a Novara e
imprigionato dai francesi di ritorno dopo la vittoria nella battaglia di Marignano.
Si spense dopo 8 anni di prigionia a Loches 1508
 
Proposta di Matrimonio per Massimiliano Sforza
When aveva tre anni suo padre ha cercato di
organizzare un matrimonio tra lui e Maria Tudor,
la figlia minore del re Enrico VII d'Inghilterra.
Tuttavia Enrico VII ha respinto una proposta di matrimonio, come padre Massimiliano sperava che Henry lo avrebbe aiutato contro i Francesi. Henry era interessato solo in pace, non guerra,

dopo aver  fondato la sua nuova dinastia dalla guerra dei Roses

 Albero genealogico di tre generazioni di Massimiliano Sforza

 

Massimiliano

Padre:
Ludovico Sforza

Nonno paterno:
Francesco I Sforza

Bisnonno paterno:
Muzio Attendolo

Bisnonna paterna:
Lucia da Torsano

Nonna paterna:
Bianca Maria Visconti

Bisnonno paterno:
Filippo Maria Visconti

Bisnonna paterna:
Agnese del Maino

Madre:
Beatrice d'Este
Nonno materno:
Ercole I d'Este
Bisnonno materno:
Niccolò III d'Este
Bisnonna materna:
Ricciarda di Saluzzo
Nonna materna:
Eleonora d'Aragona
Bisnonno materno:
Ferdinando I di Napoli
Bisnonna materna:
Isabella di Taranto

 

  Ludovico Maria Sforza 

     Ludovico Maria Sforza detto il Moro
(Vigevano, 27 luglio 1452 – Loches, 27 maggio 1508)
fu duca di Bari dal 1479, poi duca di Milano dal 1480 al 1499.


 

BEATRICE  d'ESTE

 Beatrice d'Este (29 giugno 1475 - 3 gennaio 1497), duchessa di Bari e poi di Milano, era la moglie
del sovrano milanese Ludovico Sforza (detto "il Moro"). Era una delle più belle e
compiuti principesse del Rinascimento italiano. Un membro della famiglia d'Este, era la
più giovane figlia di Ercole I d'Este e la sorella di
Isabella d'Este e di Alfonso d'Este. lungo
con la sorella, Beatrice è stato notato per il suo gusto
per la moda e per aver inventato nuovi
stili di abbigliamento.
MarriageThe Ferrarese casa d'Este e la
casa milanese di Sforza era sempre stato in
amichevole
termini e nel 1480, al fine di cementare un'alleanza, Ludovico Sforza ha chiesto formalmente
Ercole d'Este
dargli la mano di sua figlia in sposa.
Ludovico, che era allora duca di Bari e reggente
il duca di Milano, aveva inizialmente chiesto il fidanzamento con Isabella,
la sorella maggiore Beatrice, ma
perché era già promesso di Francesco Gonzaga,
Ercole gli offrì invece Beatrice. Il
Moro non ha fatto obiezioni alla disposizione e
Beatrice è stata sposata con lui nel gennaio del 1491.


 

 

Monumento tombale vuoto sito nella
 Certosa di Pavia
di Ludovico Sforza detto il Moro e della
moglie Beatrice D'Este