Casato Colleoni

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Armo Colleoni

Bartolomeo Colleoni
nacque nel castello Colleoni a Solza (BG), di stirpe longobarda,

in un villaggio della sponda bergamasca dell'Adda
(nel 1395- e morì a ottanta anni nel 1475).
 

 

 

Figlio di Paolo e Ricadonna Saiguini de' Valvassori di Medolago, apparteneva alla

nobiltà cittadina, come indicava la sua arma araldica, che è del genere delle armi parlanti,

cioè di quelle che rappresentano graficamente il cognome.

 
 

NOTIZIE STORICHE

 
 

 Si hanno notizie storiche della sua

 famiglia fin dalla seconda metà dell'XI secolo con un Gisalbertus Attonis, figlio di un Attone, appartenente a quella che sarebbe stata la gens nova che incominciava ad imporsi sulla

 declinante  società feudale.
Erano giudici e notai, di sicura fede ghibellina per quasi tutto il XIII secolo,

mentre successivamente diventò incerta la loro appartenenza politica in quanto erano

sempre più attenti ad appoggiare una parte anziché un'altra secondo le proprie convenienze

 del momento. Questo Gisalberto, che può essere considerato il capostipite della famiglia Colleoni,  viene indicato per la prima volta con l'appellativo che sarà proprio della famiglia:

Colione. Appare già ben inserito in una Bergamo,

 che come tutte le comunità dell'epoca, partecipava, tra il XI ed il XII secolo, a quel movimento sociopolitico che vide il prevalere del comune sul feudo, il prevalere della nuova società,

 la borghesia, sulla società feudale
Fino alla prima metà del XII secolo Bergamo era governata dai Conti Gisalbertini.

 in un regime del tutto feudale,

ma la gens nova scalpitava e nel 1168 il Comune bandì i Conti che furono,

così, costretti ad allontanarsi portandosi dietro quel mondo che ormai stava per sparire.
Nella nuova situazione si evidenziarono due famiglie, spesso imparentate tra di loro ma

anche a secondo delle circostanza nemiche: quella dei Suardi e quella dei Colleoni.

 Esse ricoprirono incarichi pubblici e dignità ecclesiastiche,

 ma la loro azione si svolse sempre nell'ambito bergamasco.

Solo con Bartolomeo la famiglia Colleoni avrebbe assunto rilevanza italiana ed

internazionale.
I Suardi ed i Colleoni si fecero valere presto, parteggiando, anche in contrasto tra di loro,

 per opposte fazioni. Le contingenze politiche del momento videro queste due famiglie

spesso su fronti opposti, alternando periodi di pace a periodi di scontri,

 ma accrescendo sempre ricchezza e potere.
 

 ALLA FINE FU BARTOLOMEO COLLEONI AD IMPORSI

 

Forte della gloria e della ricchezza accumulata sui campi di battaglia, come condottiero di

Venezia prima, di Milano poi, ed infine ancora di Venezia,

al cui servizio terminò la propria carriera.
È certo che i Colleoni avevano acquisito un ingente patrimonio immobiliare

che spaziava  dalla

 Valle Brembana all'Isola Bergamasca e che comprendeva fra l'altro l'importante posizione

 strategica del castrum di Baccanello di Calusco, distrutto nel 1298 dai ghibellini quando

 apparteneva ancora ai Colleoni.
Ritratto del Colleoni nella Serie gioviana (ante 1568)I rapporti con la chiesa di Bergamo

 erano molto solidi e di lunga data: se ne ha notizia certa fin dal 1126 quando

Gisalberto Coglione e Pietro del Brolo,

prevosto di Sant'Alessandro, comperarono dei terreni.
I rapporti con la chiesa venivano coltivati assiduamente da Gisalberto,

 come dimostrano diversi atti di compravendita e di scambi di terreni, e dai suoi discendenti

che avranno con la Chiesa un rapporto privilegiato. Godevano anche di privilegi imperiali

 quale quello di appello concesso da Federico II ad un Colleoni:
« D'uno de' quali il più antico hassi la confermazione di Federico II negli anni 1224.

Ove a Sozzon de' Coglioni, ed a' suoi discendenti, egli si vede concesso in feudo legale la

cognizione delle appellazioni di tutte le cause della Città di Bergamo, e del suo territorio »
Il patrimonio familiare e patrimonio immobiliare dei Colleoni si consolidò specialmente

 nell'Isola Bergamasca, in quella parte del territorio inclusa tra il fiume

Brembo ed il fiume Adda la cui posizione

strategica ne aumentava l'importanza e la funzione politica.
Partendo da questo territorio il padre di Bartolomeo, con alcuni parenti, occupò in maniera

 fortunosa il castello di Trezzo sull'Adda, impadronendosene il 23 ottobre 1404 e facendone

 una base per scorrerie nei territori circostanti. Questo territorio costituì, di fatto,

 un piccolo stato indipendente che fronteggiò per parecchi anni e con fortuna i

Signori di Milano e la nuova signoria di Pandolfo Malatesta.
Il castello di Trezzo, situato sulla sponda milanese dell'Adda e vicino alla sua confluenza

con il Brembo, era stato costruito da Bernabò Visconti ed aveva una grande importanza

strategica in quanto controllava una delle vie di accesso al ducato di Milano.

Era lo stesso castello possente e maestoso dove Bernabò Visconti fu imprigionato,

ad opera del nipote Gian Galeazzo Visconti, che con l'aiuto di Jacopo dal Verme lo

fece prigioniero in una vera e propria congiura ed imboscata,

 e dove morì il 18 dicembre 1385, forse ucciso per ordine del nipote stesso.
Resti del castello di Trezzo La conquista del castello di Trezzo segnò l'infanzia del nostro

Bartolomeo in quanto il padre Paolo, che vi prese parte e che per liberalità avrebbe

associato al potere i parenti che parteciparono all'impresa, sarebbe poi stato

 ucciso da questi  ultimi.

Qui il racconto si intreccia con la leggenda costruita a maggior gloria di Bartolomeo.
È chiaro il tentativo dei suoi apologeti, e particolarmente del Cornazzano, di rendere

da un lato più importante il contributo del padre nell'azione di conquista nonché la sua

 munificenza per avere associato al potere alcuni parenti ed al contempo la perfidia e

l'ingratitudine di questi ultimi che non solo lo uccidono, per usurparne il potere,

ma ne imprigionano la moglie gettando in grosse difficoltà il giovinetto Bartolomeo:

quanta maggiore è la gloria se le basi di partenza per la sua conquista sono molto basse.
La conquista del castello di Trezzo avvenne ad opera dei cugini Colleoni ma non vi è

certezza storica del ruolo svolto da Paolo, il padre di Bartolomeo.

 Vi fu compartecipazione nella gestione del potere ma essa va fatta risalire,

più propriamente, al tradizionale organamento agnatizio piuttosto che alla

generosità del Paolo.

Due erano, quindi, i rami colleoneschi che reggevano Trezzo e fra essi assunsero

 la preminenza i cugini Giovanni, figlio di Guardinus de' Collionibus ed il cugino Paolo figlio

di Guidotus de' Collionibus. Si deve, tuttavia, rilevare una certa preminenza di

Giovanni dal fatto che,

nei documenti in cui era presente, la sua firma precedeva quella degli altri ivi compreso

 lo stesso Paolo.
È verosimile che tra i due rami siano nate delle rivalità e che in questi soccombesse il Paolo,

ma non è altrettanto vero che sua moglie ed il figlio Bartolomeo siano stati gettati in miseria

o in difficoltà economiche. Esistono, infatti, diversi atti di disposizioni patrimoniali che

 provano il contrario. L'affermazione del Corio:
« la famiglia de' Coglioni presino il castello di Trezzo, ma finalmente si ocisono tra loro »
va presa in senso ampio e d'altra parte altri documenti fanno dubitare della stessa

uccisione di Paolo. Un contributo alle incertezze è dato dal fatto che la fama raggiunta da

 Bartolomeo Colleoni fu abbastanza tarda, così degli avvenimenti narrati dai suoi biografi

non vi era un ricordo certo, il che faceva aggio al desiderio di magnificare il condottiero,

di esaltarne le origini e le conseguenti virtù circondandole di quell'aureola di mito che

la leggenda e la compiacenza esigevano.
Il periodo della conquista di Trezzo era quello della reggenza del ducato di Milano

da parte di Caterina Visconti e della signoria di Giovanni Maria Visconti, caratterizzato da

 torbidi politici e dalla debolezza del potere locale, situazioni di cui seppero approfittare i

Colleoni al pari di altri.
Il Cornazzano nella sua opera cercò di sottrarre i Colleoni dal numero di coloro che si

gettarono come iene sul cadavere del Ducato, lacerandolo a brani e soprattutto di sottolineare

la vocazione antiviscontea e antitirannica, quasi un'eredità morale, della diretta ascendenza di Bartolomeo.

 
 

FACINO CANEL COLLEONI

 

Facino CaneI Colleoni, che avevano resistito con successo a Facino Cane e

a Jacopo dal Verme, persero il Castello di Trezzo il 2 gennaio 1417 ad opera del

Carmagnola ottenendo peraltro

 condizioni onorevoli ed una considerevole somma di denaro.
Questo era lo scenario da cui partì il giovane Bartolomeo Colleoni per quell'avventura che,

seppure tardi, lo portò all'apice di quella carriera militare che, tra luci ed ombre, gli diede

 grande fama e ricchezza anche se non una Signoria personale.
La sua ambizione era il comando generale dell'esercito di Venezia e questo gli verrà

affidato il 2 giugno 1455, solo alla fine della sua carriera.
È appena il caso di accennare, e senza intenti irriverenti, all'orgoglio che Bartolomeo

dimostrò nell'uso del proprio patronimico, Coglione. Solo alcuni suoi apologeti, più tardi,

cercheranno di dargli un significato diverso da quello letterale, ipotizzando,

con molta fantasia è  il caso di dire, una derivazione mitologica del tipo

 cum lione o caput leonis, da cui per

sintesi fonetica si sarebbe arrivato a Colleoni, smentendo così tutti i documenti ufficiali dove

 fu sempre usato il termine Coleus vale a dire Coglione.
Stemma del ColleoniI condottiero era talmente orgoglioso del proprio cognome da farne il

 temuto grido di guerra Coglia, Coglia cioè Coglioni, Coglioni e da continuare a rappresentarli,

 con turgido realismo, nel suo stemma anche quando vi aggiungerà

i gigli d'oro d'Andegavia ovvero d'Angiò e le fasce di Borgogna. Era il Condottiero stesso che precisava in un atto pubblico che la sua arme gentilizia era quella che esibiva:
« duos colionos albos in campo rubeo de supra et unum colionum rubeum in campo

 albo infra ipsum campum rubeum »
che, araldicamente, vuol dire: troncato d'argento e di rosso a tre paia di coglioni,

 dall'uno all'altro.
Bartolomeo usava il proprio nome ed il proprio stemma con naturalezza ed orgoglio,

tanto da farlo rappresentare in bassorilievo persino sul sarcofago della figlia Medea.
Secondo alcuni autori, Bartolomeo Colleoni era affetto dalla patologia nota

come poliorchidismo,  ossia la presenza di un testicolo soprannumerario,

secondo altri ciò fa parte della leggenda,

ovviamente non è dato conoscere la realtà.
Il condottiero Bartolomeo Colleoni iniziò la sua carriera militare, come scudiero,

all'età di 14/15 anni presso Filippo Arcelli signore di Piacenza. Nel 1424 era,

al servizio del condottiero Jacopo Caldora, al comando di una squadra di 20 cavalli.

 Con il Caldora entrò nella corte di Giovanna II di Napoli; partecipò alla battaglia dell'Aquila,

1424,  contro Braccio da Montone, che venne sconfitto e rimase ucciso.

Si distinse nell'assedio di Bologna, 1425, sotto le insegne del Caldora, per il Papa.
La guerra cominciò a dare i suoi frutti, il suo nome si diffuse e la sua fama crebbe tanto da

essere notato da Venezia.
Iniziò così un lungo rapporto che, tra alti e bassi, segnò la sua vita e gli diede alla fine

quella fama di condottiero tanto ricercata oltre alla connessa ricchezza.
Fu un rapporto, a volte di odio/amore, che vide sempre nel Colleoni una pulsione

verso la Serenissima, pulsione ampliata dalla ricerca di riconoscimenti della propria

capacità bellica e anche dalla gratitudine per quanto di onori e ricchezze la

Repubblica gli darà, non ultimo quell'anelato monumento equestre da

 erigersi in piazza San Marco.
Venezia, ben attenta ad evitare il culto della personalità dei propri condottieri,

onorò solo in parte questo desiderio, che diverrà un onere testamentario: eresse,

 infatti, il monumento, a spese degli eredi del Colleoni, furbescamente in un'altra piazza

meno prestigiosa che presentava un riferimento al toponimo San Marco,

Campo San Giovanni e Paolo (San Zanipolo) dove ha sede la scuola di San Marco.
La storia d'Italia entrava in una nuova fase, con conseguenze anche sulle attività militari;

si sviluppava la tendenza alla costituzione di eserciti sempre più stabili e di strutture militari

 permanenti con relative amministrazioni burocratiche: era l'alba degli eserciti moderni.
Nel 1431 era al servizio di Venezia sotto il comando del Carmagnola, di cui era luogotenente:

 iniziava quel rapporto con Venezia che alla fine coronò con il comando generale e lo rese

ricchissimo. Fu un lungo rapporto a volte travagliato da diffidenze ed incomprensioni

 reciproche  ma sempre mantenuto in alveo militare con poche concessioni alla politica.
Il condottiero contemporaneo, che con le sue conquiste lo metteva in ombra,

 relegandolo quasi tra i minori, era Francesco Sforza il quale, conquistato il

ducato di Milano, creò una dinastia regnante anche se di durata limitata, cosa questa

che il nostro non riuscì a fare; Bartolomeo sognò sempre la gloriosa impresa,

ma non riuscirà a compierla.
Al comando del Carmagnola, sempre al servizio della Serenissima, partecipò

attivamente alla guerra tra Venezia e Milano distinguendosi nell'attacco a

Cremona del 17 ottobre 1431 che fu,  invece, fatale per il suo comandante.
Il Carmagnola era un grande e famoso condottiero dalle origini umili: era un pastore che

riuscì con il coraggio ed ancor più con l'ingegno a scalare velocemente tutti gradini della

carriera militare, tanto da aiutare Filippo Maria Visconti alla riconquista del ducato di Milano

e da essere elevato, dallo stesso, al casato Visconti,

tramite un matrimonio ed alla contea di Castelnuovo.
La sua fu una carriera emblematica che trasformò un uomo altrimenti destinato

alla pastorizia, trasportandolo su un piano inimmaginabile: nel suo stemma il

Biscione visconteo e l'aquila imperiale sostituirono i tre capretti che ne testimoniavano

 l'umile origine, di cui peraltro si vantava. Carmagnola fu uno dei pochi condottieri che

riuscì sconfiggere, a Bellinzona nel 1422,

 il famigerato quadrato svizzero, utilizzando una tattica particolare: non scagliò,

come di consueto,  la cavalleria contro la formazione svizzera, chiusa ad istrice,

ma una volta a ridosso  della stessa fece smontare i cavalieri per l'attacco finale,

questi diventati fanti corazzati

inattaccabili fecero strage degli svizzeri. Fu altra gloria che si aggiunse a quella già acquisita

 e che suscitò quelle gelosie che lo allontanarono dal Visconti per portarlo al servizio di

Venezia contro il Visconti stesso.
Il rapporto del Carmagnola con Venezia fu, tuttavia, difficile: la Serenissima lo aveva

 assunto ma ne diffidava per il suo precedente rapporto con il Visconti, diffidenza peraltro

alimentata da una condotta militare che agli occhi del Senato veneziano appariva indecisa,

 forse titubante. I sospetti di tradimento divennero certezza quando il Carmagnola intervenne

 tardivamente nell'attacco a Cremona, vanificando gli sforzi del Colleoni e determinando,

così, il fallimento dell'attacco stesso:
« egli arrivò tardi perché tardi volle arrivare »
L'esito sfortunato dell'attacco a Cremona fruttò al Carmagnola la decapitazione ed al

Colleoni lodi ed una promozione.
La carriera nel Colleoni fu tanto lenta e sommessa quanto quella Carmagnola fu veloce e

sfolgorante, ma mentre il primo morì ottuagenario e di morte naturale nel suo letto,

 carico di gloria e di ricchezza, il secondo perse,

 a cinquant'anni, la testa assieme alla gloria.
Venezia riconobbe l'impegno ed il coraggio profuso dal Colleoni nel fallito attacco a Cremona

 e oltre a dargli il comando di altri ottanta soldati a cavallo gli concesse il feudo di Bottanuco.
Fu l'inizio del consolidamento patrimoniale del Colleoni ma anche di un periodo di delusioni

e di incomprensioni nel rapporto con la Serenissima.
I suoi meriti militari erano indiscussi ma non riconosciuti come avrebbe voluto: nel crescendo

 degli incarichi che gli vennero affidati non riuscì ad ottenere dal Senato veneziano quello di

capitano generale che venne affidato a Gianfranco Gonzaga.

Rimase ancora un capitano di rango inferiore, nonostante che nelle campagne della

Valtellina e della Valcamonica,

 rispettivamente del 1432 e del 1433 nell'ambito delle lunghe vicende belliche tra

Venezia e Milano, si distinguesse come uno specialista della guerra di montagna.
Nel 1432 sotto il provveditore veneziano Giorgio Coroner partecipò alla Battaglia di Delebio

in cui la Repubblica di Venezia venne sconfitta dalle truppe viscontee guidate da

Niccolò Piccinino; fu uno dei pochi capitani veneziani a sfuggire alla cattura.
Questi furono anni di delusioni per la mancata nomina al comando generale ma anni che,

al tempo stesso, gli offrirono, dopo la pace di Ferrara del 1433, un periodo di calma e di sosta

nella sua frenetica attività bellica. Fu in questo periodo che si ritirò nelle sue terre

bergamasche e sposò Tisbe Martinengo, appartenente ad una delle famiglie più importanti

della nobiltà bresciana, figlia di un comandante dell'esercito veneto.

Con Tisbe e le figlie nate dal matrimonio con essa il Colleoni risiedette nel borgo di

Martinengo (BG) nella Casa del Capitano una sorta di castelletto inglobato nelle

mura di quella città della Bassa bergamasca, capitale del suo piccolo dominio personale che comprendeva altri centri come Urgnano, Romano e Malpaga, sua residenza di rappresentanza .
Il matrimonio, che comportava un'alleanza tra le due famiglie, fu di grande rilevanza

perché lo proiettò in un ambito sociale, militare e geografico più ampio ed elevato:

i Martinengo costituivano, infatti, un consorzio parentale particolarmente ricco e potente sia politicamente che militarmente, con grandi possedimenti a Martinengo, città bergamasca

dove costituì la sua

residenza famigliare e dove lasciò insigni monumenti, a Brescia ed in Val Camonica.

 Si ampliava così la sua sfera d'influenza e di interessi, oltre che il prestigio e la rete di

 relazioni sociomilitari.
Dopo questa breve parentesi, al riprendere della guerra tra Venezia e Milano,

nel 1437, questa volta sotto il comando di Gianfrancesco Gonzaga, partecipò nuovamente

alla guerra fra Venezia e Milano, sempre dalla parte della Serenissima.
Era ancora gerarchicamente sotto qualcuno, continuava ad essere un secondo anche con il

Gattamelata e Niccolò da Tolentino; il suo comando ora era su 300 lance ma la sua

responsabilità era limitata: si potrebbe dire a mezzo servizio.
 

NEL 1438 DIFESE VALIDAMENTE LA SUA BERGAMO DALL'ATTACCO

 DI NICCOLO'  PICCININO

capitano generale di Filippo Maria Visconti, mentre il suo comandante Gonzaga

si ritirava oltre l'Oglio lasciando campo libero al Visconteo.

La ritirata del Gonzaga non si svolse in maniera tranquilla ma assunse il carattere di una rotta,

 come confermano tutte le fonti sia di parte milanese che veneziana.
La condotta del Gonzaga lasciò perplessi anche i suoi collaboratori tra i quali cominciava

serpeggiare il sospetto di tradimento. Lo stesso Gonzaga rifiutò il rinnovo dell'incarico alla

scadenza della ferma e passò al Visconti.
Anche questa fu un'occasione mancata per Bartolomeo, verrà infatti nominato governatore

dell'esercito veneziano il Gattamelata, governatore e non capitano generale in quanto il Senato veneziano intendeva riservare questa carica a Francesco Sforza,

vir strenuus atque impiger rei militari.
Francesco Sforza Fu di questo periodo un episodio bellico che verrà ricordato a lungo come

un'impresa leggendaria per la sua originalità, per la difficoltà d'attuazione e per la fantasia di

chi lo propose oltre che per l'audacia di chi la attuò.
Brescia era stretta dal Piccinino in un pesante assedio e si trovava in gravi difficoltà

con il rischio

 di doversi arrendere ai Viscontei, non potendo sostenere né i propri abitanti né i

soldati veneziani.

Si arrivò, così, alla decisione di lasciare un presidio a difesa della città e di ritirare

l'esercito per riservarlo alla battaglia in campo aperto.
Dopo un tentativo fallito, il 24 settembre con una ardita sortita attraverso l'unica via lasciata

sguarnita dagli assedianti, i monti, il Gattamelata riuscì a svincolarsi.
Si trattò effettivamente di un'impresa molto difficile ed ardimentosa,

 ritenuta un esempio di virtuosismo alpinistico della guerra 1438/1442, la più bella e

complessa  forse tra le guerre dei condottieri.
 

NEL 1441 FIRMO' CON VENEZIA UNA CONDOTTA PARTICOLARMENTE VANTAGGIOSA

E RICCACON CUI OTTENNE, FRA L'ALTRO, I FEUDI DI ROMANO, COVO ED ANTEGNATE

 Era il periodo che vedeva protagonisti

Filippo Maria Visconti e Venezia, e Colleoni si mise in mostra in uno scenario militare in

cui primeggiavano il Piccinino e lo Sforza.
Filippo Maria ViscontiCon la Pace di Cavriana, 1441, voluta dal Visconti, i rapporti

con Venezia entrarono in crisi ed alla scadenza della condotta il Colleoni passò al

servizio del Visconti

 che gli offrì un castello a Milano, il comando di 1.500 lance e donò a sua moglie

Tisbe il Castello di Adorno assieme a numerosi gioielli. Il servizio presso il Visconti,

 tuttavia, fu travagliato per i suoi rapporti tumultuosi col Piccinino, di cui era il vice: venne

accusato di  connivenza con il nemico ed imprigionato per un anno ai Forni di Monza.
Fuggì dal carcere dopo la morte del Visconti, avvenuta il 13 agosto 1447, passando alla

neonata Repubblica Ambrosiana chiamato da Francesco Sforza, al momento

Capitano Generale della Repubblica stessa.
In questo periodo, 1447/49, Bartolomeo Colleoni compì un'azione militare importantissima

durante l'assedio del castello di Bosco Marengo condotto dalle truppe francesi

del duca di Orléans.
Con una azione fulminea e micidiale sterminò, dopo averla aggirata, la cavalleria di

 Rinaldo di Dressey. Si contarono 1.500 morti e moltissimi prigionieri francesi,

tra cui lo stesso Rinaldo, che gli resero un riscatto di 14.000 corone.

 Ripeté l'azione nell'aprile del 1449 prima a Romagnano Sesia e poi a Borgomanero

contro le truppe del Duca di Savoia,

riportando così in poco tempo tre vittorie complete che condurranno alla tregua tra

Ducato di Milano e Ducato di Savoia.
In questa azione il Colleoni non usò la consueta tattica defatigatoria di ripetuti attacchi,

 ma lanciò tutte le sue forze in una carica travolgente che sorprese e sconfisse i francesi.
Le battaglie di Bosco Marengo, Romagnano e Borgomanero gli diedero una grande fama

 internazionale: ormai faceva parte dell'empireo dei più grandi condottieri, tanto che

Carlo il Temerario di Borgogna cercò di assicurarsene il servizio.
Il 15 giugno 1448 passò nuovamente al servizio di Venezia,

 firmando una condotta di 500 lance e 400 fanti.
In questo periodo si coprì di gloria, ammassando al contempo una enorme ricchezza,

 ma per gli intrighi di Gentile da Leonessa dovette fuggire per evitare l'arresto ordinato

dal Doge e riparare presso Francesco Sforza, ormai diventato signore di Milano,

rimanendovi al servizio, 1452/53 suscitando lo sconcerto e la rabbia dei veneziani.
Il 15 febbraio 1453, con una lettera, annunciò allo Sforza le proprie dimissioni allo scadere

 del contratto ed il 12 aprile firmò una nuova condotta con Venezia con cui i rapporti,

tenuti tramite la moglie, non si erano del tutto interrotti.
Le trattative segrete per questa condotta si svolsero sotto la regia del veneziano

Andrea Morosini, amico del Colleoni
Questo ritorno a Venezia fece gridare i milanesi, e non senza ragione, al tradimento.
Per Milano il Colleoni, passato alli servitij dé Venetiani, dimostrò una ingratitudine

che lo fece definire il
« mazore traditore che mai portasse corraza, attento el tractamento ch'el ha avuto da la

vostra Ill.ma Signoria, da la quale el venne in zupparello, come ogni homo sa. »
(da Trezzo - Lettera del 4 marzo 1454 a Francesco Sforza.)
Anche un anonimo veronese descrisse l'ingratitudine del Colleoni con un linguaggio

molto colorito
« Li capitoli tra Venetiani et esso Bartholomeo Coglione et fu de aprile MCCCVIII.

 Francisco Sforza

ciò presente, parli molto novo, che tanta ingratitudine sia in Bartholomeo Coglione, che,

essendo stato spogliato da ogni cosa dà Venetiani et conducto da esso Francisco

 in camixa et lui lo abbia rimesso a cavallo et con tanta nobil comitiva et sopra ciò fatto

signore de molte castelle,

 così gaglioffamente lo vogli lassare et ricondursi suoi nimici et con grave pena tolera

tale ingiuria. »
Ottenne da Venezia grandi riconoscimenti anche di ordine politico:

 per la prima volta il Consiglio

 dei Dieci fu coinvolto nella trattativa e lo sarà anche successivamente.
Non si trattò del solito contratto contabile-burocratico normalmente stipulato,

ma di un atto dal valore politico per la grande libertà d'azione attribuitagli,

per l'importanza delle somme pattuite,

 100.000 ducati, e per il prestigio riconosciutogli con la promessa di Como,

Lodi e della Ghiara d'Adda, qualora fossero state conquistate, oltre alla promessa del

comando generale non appena libero.
Non ci saranno più, da parte del Colleoni, quei passaggi di campo che gli valsero l'accusa

non del tutto infondata di tradimento, nonostante lo stesso ribadisse che i suoi comportamenti rispettavano formalmente le clausole contrattuali.
Anche questa volta scoppiò la pace, quella di Lodi del 1454, dopo i 30 anni di guerra che,

 con alterne vicende, avevano caratterizzato i rapporti tra Milano e Venezia,

 pace che costrinse il Colleoni, sempre alla ricerca della gloriosa impresa, ad un

 periodo di riposo.
D'ora in avanti Bartolomeo Colleoni sarà legato a Venezia fino alla morte.
La morte del suo amico-nemico Francesco Sforza, nel marzo del 1466,

poteva rappresentare  una buona occasione per le sue ambizioni verso Milano

ma la successione pacifica di

Galeazzo Sforza vanificò ogni speranza.
Il 1467 poteva essere l'anno giusto: era un periodo di crisi dell'equilibrio raggiunto con

 la pace di Lodi, crisi aggravata dalla morte di Francesco Sforza dell'anno precedente e da

quella di Cosimo de' Medici del 1464.
Firenze era squassata da torbidi ed esuli fiorentini antimedicei, capeggiati da

Diotisalvi Neroni, si rivolsero con la mediazione del Duca di Ferrara Borso d'Este al

Colleoni per un aiuto contro Piero de' Medici. Il Colleoni le cui ambizioni politiche oltre

 che verso Milano tendevano verso la Romagna fu entusiasta dell'idea di potere scendere

 nuovamente sul campo di battaglia e di inserirsi in un gioco politico militare

 che lo avrebbe reso

arbitro della situazione. L'idea era quella di favorire una repubblica di Firenze

rompendo così l'asse Milano-Firenze ed assicurando a Venezia il predominio nell'Italia settentrionale.
Venezia cercò di accontentare il suo Capitano Generale in quella che riteneva ed era un'idea

 alquanto bizzarra, ma senza apparire formalmente, anzi pur essendogli solidale dichiarò che

l'iniziativa era solo un fatto personale del Colleoni al quale, per l'occasione,

non confermò l'incarico della condotta.
La conseguenza fu che i Medici si trovarono alleati il nuovo duca di Milano Galeazzo Sforza e Ferdinando I di Napoli, mentre il Colleoni rimase solo a combattere su più fronti.
 

LA BATTAGLIA DELLA RICCARDINA, SVOLTASI SULLA

SPONDA SINISTRA DEL FIUME IDICE FRA MEZZOLARA E SAN MARTINO IN ARGINE

Ottenne alcune vittorie, anche se non riuscì ad espugnare la rocca di Castrocaro

(presso Forlì),

 fino alla battaglia della Riccardina (detta anche della Molinella sulla sponda sinistra

del fiume Idice nei pressi di Mezzolara) del 25 luglio 1467.

 Questa battaglia, che non ebbe vinti né vincitori, fu importante perché

Colleoni vi usò delle  artiglierie, suscitando grande scandalo in quanto le armi da

fuoco erano considerate contrarie

alla morale e alla deontologia militare e gli valsero la taccia di barbaro e maligno.
La sopravvenuta pace, dichiarata solennemente da papa Paolo II l'anno successivo,

seppellì quella che poteva essere la gloriosa impresa tanto sognata.
Questi anni erano quelli in cui Bartolomeo si avviava verso la fine della sua avventura

 umana ed erano caratterizzati da un crescente odio nei confronti di Galeazzo Maria Sforza

con il quale arrivò ai limiti della sfida personale.
Coltivò l'illusione del comando di una Crociata che però fallì per l'opposizione di Firenze,

come quella del comando di una spedizione angioina contro gli Aragonesi di Napoli.
Fu in questa seconda occasione che Renato d'Angiò nel 1467 gli concesse di aggiungere

 al proprio il patronimico d'Angiò, ovvero d'Andegavia,

 aggiungendo così nel suo stemma i Gigli Angioini d'oro in campo azzurro con sotto i

consueti testicoli colleoneschi. Di questo nuovo stemma il Colleoni era molto orgoglioso

 tanto da utilizzarlo ogni volta che se ne presentava l'occasione.
Carlo il TemerarioNel 1472 si presentò al Colleoni quella che fu la sua ultima opportunità

 per compiere la gloriosa impresa, ancora più apprezzata in quanto ai danni dell'odiato

Galeazzo Maria.
Carlo il Temerario, Duca di Borgogna, scese in Italia con mire sul Ducato di Milano

 confidando

nel favore di Venezia, la cui politica era apertamente contraria oltre che a Milano

anche all'Impero ed inoltre cercava vantaggiose aperture commerciali nelle

Fiandre borgognone.
Il Colleoni, ormai d'Andegavia, firmò con il Borgognone una condotta ricchissima

oltre che prestigiosa, che prevedeva l'assegnazione di 150.000 ducati l'anno,

 il comando di 1000 lance e 1500 fanti oltre al privilegio, concessogli nel 1473,

di aggiungere al proprio stemma le Fasce di Borgogna.
Anche questa occasione finì nel nulla, agli inizi del 1474 l'avventura di Carlo il Temerario

era di fatto svanita prima di iniziare.
Il Colleoni avrebbe usato raramente lo stemma con le Fasce borgognone.
Bartolomeo Colleoni mise in campo un notevole impegno civile, speso in favore dei ceti

meno abbienti. A tal riguardo fondò il Luogo Pio della Pietà Istituto Bartolomeo Colleoni,

 voluto inizialmente per fornire doti alle fanciulle povere e legittime nate in

territorio bergamasco,  al fine di facilitarne il collocamento in legittimo matrimonio.
Siamo al tramonto della vita del Colleoni, è, ormai, vecchio ed ammalato,

già colpito duramente negli affetti per la morte della moglie Tisbe

 e della figlia prediletta Medea.
Il 15 maggio 1475 restituì alla Serenissima il bastone del comando ed iniziò a smobilitare

le sue truppe. Venezia, consapevole della ormai prossima fine del proprio condottiero,

respinse le sue dimissioni e gli affiancò tre provveditori con funzioni di controllo ed

amministrative,  tenuto conto che Bartolomeo le avrebbe lasciato in eredità la maggior

 parte del suo patrimonio:

diverse proprietà immobiliari ed una somma in contanti di oltre 300.000 ducati, una

somma enorme tanto da potere rinsanguare le casse esauste della Repubblica.
Nel testamento vi era un legato a carico di Venezia: l'elevazione di un monumento

 in suo onore nella piazza San Marco, ma come sappiamo Venezia, onorò parzialmente

 questo legato.
Dopo avergli tributato funerali solenni, Venezia provvide con burocratica meticolosità a

recuperare tutte le concessioni feudali elargitegli durante la carriera militare.
Bartolomeo Colleoni d'Andegavia, come gli piaceva essere chiamato,

 morì nel suo Castello di Malpaga il 3 novembre 1475,

 giusto in tempo per non vedere la fine di un tipo di condotta e di Condottieri per i quali

la ricerca della gloriosa impresa aveva una grande importanza.