Caterina Sforza (Milano, 1463 – Firenze, 28 maggio 1509) fu signora di Imola e Forlì.

Discendente da una dinastia di famosi condottieri si distinse, già in giovane età,

 per le azioni coraggiose e temerarie che mise in atto per salvaguardare, da chiunque,

i suoi possedimenti.
Nella vita privata si dedicò a svariate attività, fra le quali primeggiarono la caccia

 e gli experimenti di alchimia.
Fu un'attenta e amorevole educatrice.
Dei suoi numerosi figli, solo l'ultimo, il famoso capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere,
ereditò la passione per le armi e per il comando.
Caterina Sforza fu piegata, dopo un'eroica resistenza, dalla furia conquistatrice dei Borgia.
Imprigionata a Roma, dopo aver riacquistato la libertà, condusse una vita ritirata a Firenze.
Negli ultimi anni della sua vita confidò a un frate:
«Se io potessi scrivere tutto, farei stupire il mondo».

Famiglia d'origine.
Capostipite degli Sforza, Muzio, faceva parte di una famiglia della nobiltà minore
residente a Cotignola, dove i genitori, Giacomo Attendolo ed Elisa de' Petrascini, si dedicavano all'attività contadina.
Muzio, all'età di tredici anni, scappò di casa con un cavallo rubato al padre,

 per seguire i soldati di
Boldrino da Panicale, che passava da quelle parti per cercare nuove reclute,

 e, poco tempo dopo, passò nella
compagnia di ventura di Alberico da Barbiano, il quale lo soprannominò "Lo Sforza",

e divenne uno dei condottieri
più noti del suo tempo, ponendosi al servizio di diverse città d'Italia, dal nord al centro,

fino a quella di Napoli.
Anche suo figlio Francesco Sforza si distinse nell'esercitare la carriera di condottiero,
fino ad essere considerato dai contemporanei uno dei migliori.
Grazie alla sua abilità politica riuscì ad avere in sposa Bianca Maria, figlia di

Filippo Maria Visconti,
ultimo duca della famiglia Visconti di Milano.
Bianca Maria seguì sempre il marito nella sua attività di
condottiero e condivise con lui le decisioni politiche ed amministrative.
Fu proprio grazie al suo matrimonio con l'ultima rappresentante della dinastia Visconti, che Francesco venne riconosciuto
come Duca di Milano nel 1450, quando l'Aurea Repubblica Ambrosiana terminò di esistere.
Francesco e Bianca Maria, diventati signori di Milano, si dedicarono ad abbellire la città, ad aumentare
il benessere economico dei suoi abitanti e a consolidare il loro fragile potere.
Anche Galeazzo Maria, loro primogenito ed erede intraprese la carriera militare.
Non riuscì però ad ottenere la fama dei suoi avi:
era considerato troppo impulsivo e prepotente,e, inoltre, la gloria militare e il governo del ducato,
non erano i suoi unici interessi, infatti, si dedicava spesso e più volentieri alle battute di caccia, ai viaggi e alle belle donne.
Si ritiene che Caterina abbia vissuto i primi anni della sua vita con la famiglia della madre naturale.
Il rapporto tra madre e figlia non fu mai interrotto: Lucrezia infatti seguì la crescita di Caterina
e le fu sempre accanto nei momenti cruciali della sua vita, anche negli ultimi anni che lei trascorse nella città di Firenze.
Solo dopo essere diventato Duca di Milano nel 1466 alla morte del padre Francesco,
Galeazzo Maria Sforza fece trasferire a corte i suoi

quattro figli Carlo, Chiara, Caterina e Alessandro,
tutti avuti da Lucrezia, i quali vennero affidati alla nonna Bianca Maria e, in seguito,

tutti adottati da Bona di Savoia, sposata dal Duca nel 1468.
Alla corte sforzesca, frequentata da letterati e artisti, dove vi era un clima di grande apertura

culturale, Caterina, Chiara e i loro fratelli ricevettero, secondo le usanze dell'epoca,

 lo stesso tipo di istruzione
di stampo umanistico, costituita dallo studio della lingua latina e dalla lettura delle

opere classiche, presenti in gran quantità nella fornitissima biblioteca ducale.
Caterina in particolare apprese dalla nonna paterna i capisaldi delle doti che

dimostrerà in seguito di possedere,
soprattutto la sua predisposizione per il governo e per l'uso delle armi, con la consapevolezza di appartenere ad una stirpe
di gloriosi guerrieri.
Della madre adottiva ricorderà, per lungo tempo, il grande affetto che Bona di Savoia

dimostrò ai figli che il marito ebbe
prima di sposarla, confermato dal carteggio intercorso tra lei e Caterina dopo che

quest'ultima ebbe lasciato la corte milanese.
La famiglia ducale risiedeva sia a Milano che a Pavia e spesso soggiornava a

Galliate o a Cusago dove
Galeazzo Maria si dedicava alle battute di caccia e dove molto probabilmente la

 figlia imparò lei stessa a cacciare,
passione che la accompagnerà poi per tutta la vita.
Nel 1473 fu organizzato il matrimonio di Caterina con Girolamo Riario, figlio di Paolo Riario

 e di Bianca della Rovere,
sorella di papa Sisto IV. Sostituì la cugina Costanza Fogliani, all'epoca undicenne, la quale,

 secondo alcune fonti storiche,
venne rifiutata dallo sposo perché la madre della fanciulla pretendeva che la

consumazione del matrimonio avvenisse
solo al compimento dell'età legale della figlia, che allora era di quattordici anni,

 mentre per Caterina, nonostante al momento avesse solo dieci anni,

si acconsentì alle pretese dello sposo; altre fonti invece,
riportano che il matrimonio di Caterina e Girolamo venne celebrato nel 1473,

ma consumato solo dopo il compimento
del tredicesimo anno della sposa, senza aggiungere le cause che fecero fallire le trattative

per il matrimonio di Costanza.
A Girolamo, Sisto IV aveva procurato la signoria di Imola, già città sforzesca,

 nella quale Caterina entrò solennemente nel 1477.
Dopo di che raggiunse il marito a Roma, dove egli, originario di Savona,

viveva già da diversi anni al servizio del Papa suo zio.
Alla corte di Roma alla fine del XV secolo era una città in fase di transizione tra il periodo medioevale e quello rinascimentale,
del quale sarebbe poi diventata il più importante polo artistico, e Caterina,

quando vi giunse nel maggio del 1477,
trovò un ambiente culturalmente molto vivace.
Mentre Girolamo si occupava della politica, Caterina si inserì rapidamente,

con il suo atteggiamento disinvolto e amabile,
nella vita dell'aristocrazia romana fatta di balli, pranzi e battute di caccia,

alle quali partecipavano artisti, filosofi,
poeti e musicisti provvenienti da tutta Europa. Ella,

come è dimostrato dalla corrispondenza di quel periodo,
si sentì subito molto importante nel suo nuovo ruolo: era infatti ammirata come

donna fra le più belle ed eleganti
e lodata affettuosamente dall'intera cerchia sociale, compreso il Papa,

e ben presto si trasformò da semplice fanciulla
adolescente in una ricercata intermediaria fra la corte di Roma e non solo quella di Milano,

 ma anche le altre corti italiane.
A Girolamo intanto, dopo la morte prematura del fratello, il cardinale Pietro Riario,

Sisto IV riservò una posizione di primo
piano nella sua politica di espansione ai danni soprattutto della città di Firenze.

 Egli aumentava di giorno in giorno
il suo potere e anche la sua crudeltà nei confronti dei nemici[18]. Nel 1480 il Papa,

per ottenere un forte dominio
in terra di Romagna, assegnò al nipote la signoria, rimasta vacante, di Forlì,

a scapito della famiglia Ordelaffi.
Il nuovo Signore cercò di guadagnarsi il favore popolare con una politica di costruzione di opere pubbliche e abolendo parecchie tasse.
La vita dei coniugi Riario cambiò improvvisamente con la morte di Sisto IV,

che avvenne il 12 agosto 1484.
La presa di Castel Sant'Angelo e la notizia della morte del Papa si buttarono al saccheggio tutti coloro che avevano
patito delle ingiustizie dai suoi collaboratori durante il suo pontificato,

portando per le strade di Roma disordine e terrore.
La residenza dei Riario, palazzo Orsini di Campo de' Fiori,

 fu assalita e quasi distrutta.
In questo momento di caos Caterina raggiunse a cavallo la rocca di Castel Sant'Angelo per occuparla a nome del marito,
che ne era il governatore. Da qui, con i soldati che le obbedivano,

Caterina minacciava con le sue armi il Vaticano
e poteva costringere i cardinali a patteggiare con lei. Invano tentarono di persuaderla

a lasciare la fortezza,
poiché la giovane nobildonna era ben decisa a consegnarla solo al nuovo papa.
Intanto in città i disordini aumentavano e, oltre alla popolazione, si diedero al saccheggio

anche le milizie giunte
al seguito dei cardinali. Questi ultimi non vollero assistere alle esequie di Sisto IV

e si rifiutarono anche di entrare
in conclave, per timore di trovarsi sotto il fuoco delle artiglierie di Caterina.

 La situazione era difficile,
poiché soltanto l'elezione del nuovo papa avrebbe posto fine alla violenza che

 imperversava in città.
Girolamo nel frattempo si era posto con il suo esercito in una posizione strategica,
ma non mise in atto un'azione di forza risolutiva. Il Sacro Collegio gli chiese di

lasciare Roma, offrendogli in cambio la somma di ottomila ducati, il risarcimento dei danni

 subiti alle sue proprietà, la conferma della signoria su Imola e Forlì e la carica di

Capitano Generale della Chiesa. Girolamo accettò.
Quando Caterina venne informata delle decisioni prese dal marito, aumentò il

 contingente dei suoi soldati e si preparò
alla resistenza , perché voleva che i cardinali trattassero con lei.

Essi invece si recarono per una seconda volta da Girolamo,
il quale riaccettò le offerte precedenti.

A questo punto Caterina, dopo dodici giorni di resistenza,
si arrese e, ricongiuntasi con la sua famiglia, lasciò Roma. Il Sacro Collegio

poté così riunirsi in conclave.
Giunti a Forlì i Riario vennero a conoscenza dell'elezione di un papa a loro avversario:

 Innocenzo VIII,
al secolo Giovanni Battista Cybo, il quale confermò a Girolamo la signoria su Imola e Forlì

 e la nomina di Capitano Generale dell'esercito pontificio. Quest'ultima nomina però fu solo un incarico formale, il Papa infatti dispensò Girolamo dalla sua presenza a Roma, privandolo di ogni effettiva funzione e anche  della retribuzione.
Nonostante il venir meno dei redditi che il servizio al Papa garantiva, Girolamo non ripristinò il pagamento
delle tasse di cui gli abitanti di Forlì erano esentati.
Questa situazione si protrasse fino alla fine del 1485, quando la spesa pubblica divenne insostenibile e Girolamo,
fortemente spinto da un membro del Consiglio degli Anziani, Nicolò Pansecco,

riorganizzò la politica tributaria
ripristinando i dazi precedentemente soppressi. Questa misura fu avvertita dalla

popolazione come esosa e,
ben presto, Girolamo si fece nemici tutti i ceti delle sue città, dai contadini agli artigiani,

dai notabili ai patrizi.
All'inasprimento delle tasse, che colpivano soprattutto il ceto artigiano e i proprietari terrieri,
bisognava aggiungere anche il malcontento che si propagò fra le famiglie che

 avevano subito il potere dei Riario,
i quali reprimevano con la forza tutte le piccole insurrezioni che avvenivano in città,

e vi era anche chi sperava
che la Signoria venisse assunta presto da altre potenze, come ad esempio Firenze.

In questo clima di insoddisfazione
generale maturò tra i nobili forlivesi l'idea di rovesciare la signoria dei Riario.
Dopo diverse cospirazioni fallite, infine Girolamo venne ucciso, il 14 aprile del 1488,

da una congiura capeggiata
dalla nobile famiglia forlivese degli Orsi: il palazzo del Signore fu saccheggiato,

mentre Caterina e i figli venivano fatti prigionieri.
Poiché la Rocca di Ravaldino, cittadella centrale nel sistema difensivo della città,

rifiutava di arrendersi,
Caterina si offrì di entrare per convincere il castellano,

Tommaso Feo. Gli Orsi le credettero, sulla base del fatto
che avrebbero tenuto in ostaggio i figli. Una volta dentro però,

Caterina rifiutò di ascoltarli e si preparò alla riconquista
del potere, incurante delle minacce ai suoi bambini: se li avessero uccisi,

avrebbe ben saputo vendicarli, disse.
Sull'episodio nacque anche una leggenda, le cui basi storiche non sono sicure:

Caterina, stando sulle mura della Rocca,
avrebbe risposto a chi minacciava di ucciderle i figli: «Fatelo, se volete e,

 sollevandosi le gonne e mostrando
con la mano il pube - Ho con me lo stampo per farne degli altri!».
Di fronte a tanta spavalderia, gli Orsi non osarono toccare i giovani Riario.
Caterina poté così recuperare il governo sia di Forlì che di Imola, anche grazie

 all'appoggio dello zio Ludovico il Moro,
sempre interessato a garantirsi in tal modo una certa influenza nella zona della Romagna,

 per contrastare la presenza di Venezia.
Signora di Imola e Forlì il 30 aprile del 1488 Caterina iniziò il suo governo in nome del figlio maggiore Ottaviano,
riconosciuto da tutti i membri del Comune e dal capo dei magistrati come nuovo

Signore di Forlì in quel giorno stesso,
ma troppo giovane per esercitare direttamente il potere.
Il primo atto del suo governo consistette nel vendicare la morte del marito,

secondo l'usanza del tempo. Ella volle
che tutte le persone coinvolte fossero imprigionate,

tra di essi il governatore del papa Monsignor Savelli,
tutti i generali pontifici, il castellano della rocca di Forlimpopoli, per il fatto che l'aveva tradita,
e anche tutte le donne della famiglia Orsi e delle altre famiglie che avevano appoggiato

 il complotto.
Soldati fidati e spie cercarono ovunque, in tutta la Romagna, chiunque dei congiurati fosse,

in un primo tempo, riuscito a fuggire. Le case di proprietà degli imprigionati vennero rase

al suolo, mentre gli oggetti preziosi furono distribuiti ai poveri.
Il 30 luglio arrivò la notizia che papa Innocenzo VIII aveva concesso a Ottaviano

l'investitura ufficiale del suo Stato
" sino a linea finita". Nel frattempo si era recato a Forlì il cardinale di San Giorgio

Raffaele Riario, ufficialmente per proteggere gli orfani di Girolamo ma, in realtà,

 per influire sul governo di Caterina.
La giovane Contessa si occupava personalmente di tutte le questioni che riguardavano

 il governo del suo Stato,
sia quelle pubbliche che quelle private. Per consolidare il suo potere scambiava doni con i

Signori degli Stati confinanti
e conduceva trattative matrimoniali per i suoi figli seguendo le usanze del tempo,

secondo le quali concludere una
buona alleanza matrimoniale era un ottimo modo di governare.

 Revisionò il sistema fiscale riducendo ed eliminando alcuni dazi,
controllava anche tutte le spese, perfino quelle irrisorie.

Si occupava direttamente sia dell'addestramento
delle sue milizie sia dell'approvvigionamento delle armi e dei cavalli.
Trovava anche il tempo per interessarsi del bucato e per cucire.
Era sua intenzione fare in modo che la vita nelle sue città si svolgesse in modo ordinato

e pacifico, e i suoi sudditi dimostrarono di apprezzare i suoi sforzi.
In quegli anni ci furono avvenimenti rilevanti che mutarono il quadro politico dell'Italia intera.
L'8 aprile del 1492 moriva Lorenzo il Magnifico, la cui oculata politica aveva tenuto a freno le rivendicazioni e

 le rivalità dei vari stati italiani. Il 25 luglio dello stesso anno

moriva anche Innocenzo VIII,
che veniva sostituito dal cardinale Rodrigo Borgia, con il nome di papa Alessandro VI.
La sua elezione sembrò essere un evento favorevole per lo Stato di Caterina,

in quanto nel periodo che i coniugi Riario
vissero a Roma, il Cardinale frequentava spesso la loro casa ed egli era anche padrino

del loro primogenito Ottaviano.
Questi avvenimenti minacciarono direttamente la stabilità e la pace in Italia.

Con la morte del Magnifico si riaccesero
gli attriti tra il ducato di Milano e il regno di Napoli,

 fino ad arrivare alla crisi del settembre del 1494, quando,
incitato da Ludovico il Moro, Carlo VIII di Francia calò in Italia rivendicando Napoli

come erede degli Angioini.
In un primo tempo anche Alessandro VI si mostrò favorevole a questo intervento.
Durante il conflitto tra Milano e Napoli Caterina, che sapeva di trovarsi collocata in posizione strategica di

 passaggio obbligato per chiunque volesse recarsi al sud, cercò di rimanere neutrale.

 Da una parte c'era lo zio Ludovico che le scriveva
di allearsi con Carlo VIII, dall'altra il cardinale Raffaele Riario che sosteneva il re di Napoli,

 ora appoggiato anche dal Papa che aveva cambiato parere. Caterina infine scelse

 di sostenere re Ferdinando II e si preparò a difendere Imola e Forlì.
Tradita dagli alleati napoletani, che al primo attacco dei francesi non la difesero,

la Contessa finì per raggiungere
un accordo con Carlo VIII, che, comunque, preferì evitare la Romagna ed attraversare

 l'Appennino seguendo la strada
del passo della Cisa. Il Re di Francia conquistò Napoli in soli tredici giorni.

Questo fatto spaventò i principi italiani che,
preoccupati per la loro indipendenza, si riunirono in una Lega antifrancese e

Carlo VIII fu costretto a risalire velocemente
la penisola e a rifugiarsi, dopo la sconfitta di Fornovo, in Francia.
In questa occasione Caterina riuscì a restare neutrale.

Non partecipando alla cacciata dei francesi mantenne sia il
favore del Duca di Milano che quello del Papa.

Secondo matrimonio


Due mesi dopo la morte di Girolamo si diffuse la voce che Caterina stesse per sposare

 Antonio Maria Ordelaffi,
il quale aveva cominciato a farle visita e, i cronisti riportano,

tutti avevano notato che queste visite erano sempre più lunghe e frequenti.

Con questo matrimonio sarebbero terminate le rivendicazioni della famiglia Ordelaffi
sulla città di Forlì. La cosa era data per certa e Antonio Maria stesso scrisse al duca di Ferrara

che la Contessa gli aveva fatto promesse in tal senso. Quando Caterina si accorse di come

 stavano le cose fece incarcerare
tutti quelli che avevano contribuito a diffondere la notizia.

Si rivolse anche al Senato di Venezia che mandò
Antonio Maria in Friuli, dove rimase confinato per dieci anni.
La Contessa invece si innamorò di Giacomo Feo, fratello ventenne di Tommaso Feo,

il castellano che le era rimasto
fedele nei giorni seguenti l'assassinio del marito. Caterina lo sposò,

 ma in segreto, per non perdere la tutela dei figli e, di conseguenza, il governo del suo Stato.
Giacomo fu nominato castellano della rocca di Ravaldino al posto del fratello,

e fu insignito con un ordine cavalleresco da Ludovico il Moro.

 Da questo matrimonio nacque un figlio: Bernardino, in seguito chiamato Carlo,
in onore del re Carlo VIII che aveva concesso a Giacomo il titolo di barone di Francia.
Tutte le cronache del periodo riportano come Caterina fosse follemente innamorata

del giovane Giacomo.
Si temette anche che volesse togliere lo Stato al figlio Ottaviano per darlo all'amante.

 Essa aveva sostituito
i castellani delle rocche dello Stato con i suoi parenti più stretti:

alla rocca di Imola Gian Piero Landriani,
marito di sua madre, a quella di Forlimpopoli Piero Landriani, suo fratello di sangue,

 mentre a Tommaso Feo dette in moglie la sorella Bianca Landriani.

A Tossignano invece vi fu una congiura per prendere possesso della rocca da

parte dei fedelissimi di Ottaviano, i quali avevano progettato di uccidere sia

Caterina che Giacomo.
La Contessa lo venne a sapere e fece imprigionare e giustiziare tutti i congiurati.

 Immediatamente sventata,
questa congiura fu subito seguita da quella di Antonio Maria Ordelaffi,

non rassegnato alla perdita di Forlì, ma anche questa fallì.
La potenza di Giacomo intanto era aumentata a dismisura ed egli era temuto e odiato da tutti,

 anche dagli stessi figli di Caterina.
In un'occasione schiaffeggiò in pubblico il maggiore di essi, senza che nessuno

avesse il coraggio di difendere il ragazzo.
Dopo questo episodio la situazione a Forlì si fece molto difficile e i fedeli di Ottaviano

 decisero di liberare la città dal dominio di Giacomo Feo.
La sera del 27 agosto del 1495, di ritorno da una battuta di caccia, Caterina,

 la figlia Bianca, alcune dame di compagnia,
stavano sedute sulla carretta di corte, seguite a cavallo da Ottaviano,

suo fratello Cesare e Giacomo, oltre che da numerosi
staffieri e soldati. Giacomo venne assalito e ferito mortalmente, rimanendo vittima

 di una congiura di cui erano al
corrente anche i figli della Contessa. Lo stesso Gian Antonio Ghetti,

organizzatore principale del riuscito complotto,
si recò da Caterina soddisfatto dell'esito, convinto che il primo ordine di uccidere

Giacomo fosse partito proprio da lei
e dal cardinale Riario. Ma Caterina era all'oscuro di tutto e la sua vendetta fu terribile.

 Quando era morto il suo primo marito,
la vendetta si era svolta secondo i criteri della giustizia del tempo,

ora invece seguì l'istinto accecato dalla rabbia
di aver perduto l'uomo amato. Caterina non si limitò a condannare a morte,

questa morte doveva essere tra le più crudeli.
Non si limitò a perseguire le donne delle famiglie traditrici, perseguì anche i figli,

 addirittura quelli ancora in fasce,
perfino le amanti e i loro bambini vennero presi e giustiziati. In molte pagine le

 cronache riportano le torture
e la spaventosa morte di moltissime persone.

 Estirpò intere famiglie di cui non si sentì più parlare.
Il coinvolgimento sentimentale di Caterina le impedì di comprendere i motivi politici

che avevano ispirato il complotto,
il quale, visto il grande numero di persone coinvolte, fu lungamente e accuratamente preparato.

Ad esso avevano aderito quasi tutti i sostenitori dei Riario, convinti che

Caterina stessa avesse dato tacitamente il suo consenso.
Essi volevano sostenere il potere dei Riario e liberare la Contessa dalla prigionia

 psicologica in cui l'amante la teneva.
Invece il furore con cui Caterina rispose all'assassinio di Giacomo Feo,

le fece perdere la benevolenza dei suoi sudditi, che mai più riconquistò.

Terzo matrimonio.


Giovanni il Popolano giunse alla corte di Caterina l'ambasciatore della Repubblica di Firenze Giovanni de' Medici,

detto il Popolano. Figlio di Pierfrancesco il Vecchio, apparteneva al ramo collaterale della famiglia Medici.
Con il fratello Lorenzo era stato mandato in esilio a causa della sua aperta ostilità verso il cugino Piero de' Medici,

succeduto al padre Lorenzo il Magnifico nel governo di Firenze.

Quando nel 1494 il re Carlo VIII di Francia era calato in Italia,
Piero fu costretto a una resa incondizionata che permise ai francesi di avanzare

liberamente verso il Regno di Napoli.
Il popolo fiorentino si sollevò, scacciò Piero e proclamò la Repubblica.

 Giovanni e il fratello poterono fare ritorno
in città. Essi rinunciarono al cognome di famiglia e assunsero quello di Popolano.

 Il governo repubblicano nominò
Giovanni ambasciatore di Forlì e commissario di tutti i possedimenti romagnoli di Firenze.
Poco tempo dopo avere reso omaggio alla Contessa come ambasciatore,

 Giovanni fu alloggiato, con tutto il suo seguito,
negli appartamenti adiacenti a quelli di Caterina nella fortezza di Ravaldino.

Le voci di un possibile matrimonio tra
Giovanni e Caterina e quella che Ottaviano Riario aveva accettato una condotta da Firenze minacciata dai veneziani,

allarmarono tutti i principi della Lega e anche il Duca di Milano.
Caterina non poté tenere nascosto allo zio Ludovico queste sue terze nozze.

 La situazione era diversa da quella precedente,
in quanto Caterina aveva l'approvazione dei figli e finì per avere anche quella dello zio.

 Dal matrimonio nacque un figlio, che venne chiamato Ludovico in onore del Duca di Milano,

ma che in seguito divenne famoso con il nome di Giovanni dalle Bande Nere.
Intanto la situazione tra Firenze e Venezia andava peggiorando e Caterina,

 che si trovava sempre collocata sulle vie di passaggio degli eserciti, si preparava alla difesa.

Aveva anche mandato un contingente di cavalieri in soccorso a Firenze,
con a capo il figlio maggiore, facendolo accompagnare da uomini di fiducia,

da lei stessa istruiti, e dal patrigno.
Improvvisamente Giovanni de' Medici si ammalò così gravemente da dovere lasciare

il campo di battaglia per recarsi a Forlì.
Qui, nonostante le cure, le sue condizioni continuarono a peggiorare e venne trasferito

 a Santa Maria in Bagno,
dove si sperava nelle acque miracolose. Il 14 settembre del 1498 Giovanni morì

in presenza di Caterina,
che era stata chiamata a recarsi da lui con urgenza.
La difesa contro Venezia
Ritornata immediatamente a Forlì per occuparsi della difesa dei suoi Stati,

 Caterina si tenne occupata nel dirigere le manovre militari,

 concernenti l'approvvigionamento dei soldati,

delle armi e dei cavalli. L'addestramento delle milizie
veniva eseguito dalla Contessa in persona che, per reperire denaro e truppe aggiuntive,
non si stancava di scrivere allo zio Ludovico, alla Repubblica di Firenze e agli

Stati alleati confinanti.
Solo il Duca di Milano e quello di Mantova inviarono un piccolo contingente di soldati.
Dopo un primo attacco dell'esercito di Venezia, che inflisse gravi distruzioni

nei territori occupati, l'esercito di Caterina riuscì ad avere la meglio sui veneziani, tra i quali militavano anche Antonio Ordelaffi e

 Taddeo Manfredi, discendenti delle casate che avevano governato rispettivamente Forlì e Imola prima dei Riario.
Dopo di che la guerra continuò con delle piccole battaglie fino a quando i veneziani

riuscirono ad aggirare Forlì per raggiungere Firenze da un'altra via.
Da questo momento in molte cronache relative alle terre romagnole,

Caterina viene spesso nominata con l'appellativo di "Tygre".
Cesare Borgia, duca Valentino, Palazzo Venezia, Roma Al trono francese era nel frattempo succeduto Luigi XII,

 i quale vantava diritti sul Ducato di Milano e anche sul Regno di Napoli, rispettivamente come discendente di
Valentina Visconti e della dinastia degli Angiò. Luigi XII,

 prima di iniziare la sua campagna in Italia,
si assicurò l'alleanza dei Savoia, della Repubblica di Venezia e di papa Alessandro VI.

A capo del suo forte esercito
nell'estate del 1499 entrò in Italia occupando senza dover combattere tutto il Piemonte,

 la città di Genova e quella di Cremona.
Il 6 ottobre si insediò a Milano, abbandonata il mese precedente dal duca Ludovico che si era rifugiato nel territori
del Tirolo sotto la protezione del nipote Massimiliano I del Sacro Romano Impero.
Alessandro VI si era alleato con il Re di Francia per avere in cambio il suo appoggio nella costituzione di un Regno
per il figlio Cesare Borgia nelle terra della Romagna. Con questo scopo emise una

 bolla pontificia per far decadere
le investiture di tutti i feudatari di quelle terre, compresa Caterina.
Quando l'esercito francese partì da Milano con il duca Valentino alla conquista della Romagna,

 Ludovico Sforza riconquistò il Ducato con l'aiuto degli austriaci.
Caterina per contrastare l'esercito francese che stava arrivando, cercò soccorso da Firenze,

ma i fiorentini erano minacciati dal Papa che intimava di togliere loro Pisa, per cui ella rimase

 da sola a difendersi. Iniziò subito ad arruolare
e addestrare quanti pìù soldati poteva e a immagazzinare armi, munizioni e viveri.

Fece rinforzare le difese delle
sue fortezze con opere importanti, soprattutto quella di Ravaldino dove lei stessa risiedeva

 e che era già considerata inespugnabile.
Fece anche partire i figli che furono accolti nella città di Firenze.
Il 24 novembre Cesare Borgia arrivò a Imola. Le porte della città vennero subito aperte

dagli abitanti ed egli poté prenderne
possesso, dopo averne espugnato la rocca dove il castellano resistette diversi giorni.

Visto quanto era accaduto
nella sua città minore, Caterina chiese espressamente al popolo di Forlì se

 voleva fare altrettanto o se voleva essere difeso e,
in questo caso sopportare un assedio. Dato che il popolo tentennava a risponderle

Caterina prese la decisione di concentrare
tutti gli sforzi per la difesa nella fortezza di Ravaldino, lasciando la città al suo destino.
Il 19 dicembre il Valentino prese possesso anche di Forlì e pose l'assedio alla rocca.

Caterina non cedette ai tentativi messi in atto per convincerla ad arrendersi,

due fatti direttamente dal duca Valentino e uno dal
cardinale Raffaele Riario. Mise anche una taglia su Cesare Borgia in risposta a quella

che il Duca aveva messo su di lei:
10.000 ducati per entrambi, vivi o morti. Cercò anche di prendere prigioniero il Valentino,

mentre questi era nei pressi della rocca per parlarle, ma il tentativo fallì.
Per molti giorni le artiglierie di ambedue le fazioni continuarono a bombardarsi a vicenda:
quelle di Caterina inflissero numerose perdite all'esercito francese,

 senza che questo riuscisse a smantellare
le difese principali della fortezza. Quello che veniva distrutto di giorno veniva poi

 ricostruito durante la notte.
Gli assediati trovarono anche il tempo per suonare e ballare.
La resistenza solitaria di Caterina venne ammirata in tutta l'Italia.

Niccolò Machiavelli stesso riporta che numerosissime
furono le canzoni e gli epigrammi composti in suo onore, dei quali ci è giunto solo quello

 di Marsilio Compagnon.
Visto che il tempo passava e non si otteneva nessun risultato, il Valentino cambiò tattica.
Iniziò a bombardare le mura della rocca in continuazione, anche di notte fino a che,

 dopo sei giorni, si aprirono due grossi varchi. Il 12 gennaio del 1500 la battaglia decisiva

fu cruenta e veloce e Caterina continuò a resistere combattendo lei stessa con le

 armi in mano fino a quando venne fatta prigioniera.
Tra i gentiluomini catturati insieme con lei, c'era anche il suo segretario,

 il forlivese Marcantonio Baldraccani.
Subito Caterina si dichiarò prigioniera del francesi, sapendo che vi era una legge in

Francia che impediva di tenere come prigionieri di guerra le donne.
Il Machiavelli, secondo cui la fortezza era mal costruita e le operazioni di difesa mal dirette

da Giovanni da Casale, commentò: «Fece adunque la malaedificata fortezza e la poca

prudenza di chi la difendeva vergogna alla magnanima impresa
della contessa...».
Cesare Borgia ottenne la custodia di Caterina dal comandante generale dell'esercito
francese Yves d'Allègre, promettendo che essa sarebbe stata trattata non da prigioniera

ma da ospite. Fu costretta dunque a partire con l'esercito che si preparava alla

conquista di Pesaro. La conquista dovette però essere rimandata a causa di
Ludovico il Moro che il 5 febbraio riconquistò Milano, costringendo le truppe francesi

a tornare indietro.
Il Valentino quindi, rimasto solo con le truppe pontificie, si diresse verso Roma,

 dove condusse anche Caterina che venne
in un primo tempo sistemata nel palazzo del Belvedere.

Verso la fine del mese di marzo Caterina tentò di fuggire
ma fu scoperta e immediatamente imprigionata a Castel Sant'Angelo.
Per giustificare l'incarcerazione di Caterina papa Alessandro VI l'accusò di averlo

voluto avvelenare con delle lettere
impregnate di veleno spedite nel novembre del 1499 in risposta alla bolla pontificia

che deponeva la Contessa dal suo feudo.
Ancora oggi non si sa se l'accusa fosse fondata oppure no. Machiavelli si dice convinto

che Caterina avesse veramente tentato
di avvelenare il Papa, mentre altri storici, come Jacob Burckhardt e

 Ferdinand Gregorovius non ne sono altrettanto certi.
Si tenne anche un processo che però non si concluse e Caterina rimase incarcerata

 nella fortezza fino al 30 giugno del 1501,
quando fu liberata da Yves d'Allègre che era giunto a Roma con l'esercito di Luigi XII

per conquistare il Regno di Napoli.
Alessandro VI pretese che Caterina firmasse i documenti per la rinuncia dei suoi Stati,

 visto che nel frattempo il figlio Cesare,
con l'acquisizione di Pesaro, Rimini e Faenza, era stato nominato duca di Romagna.
Dopo un breve soggiorno nella residenza del cardinale Raffaele Riario,

Caterina si imbarcò per raggiungere Livorno e poi Firenze,
dove l'attendevano i suoi figli.
Firenze [modifica] La Villa di Castello in una lunetta di Giusto Utens, Museo di Firenze com'era

Nella città di Firenze Caterina visse nelle ville che erano appartenute al marito Giovanni,

 soggiornando spesso nella Villa medicea di Castello.
Si lamentava di essere maltrattata e di vivere in ristrettezze economiche.
Per diversi anni sostenne una battaglia legale contro il cognato Lorenzo per la tutela del figlio Giovanni,

che fu affidato allo zio a  causa della sua detenzione, ma che le fu restituito nel 1504

 poiché il giudice riconobbe che l'incarcerazione come prigioniera di guerra non era paragonabile

a quella dovuta dall'aver compiuto atti criminali.
Con la morte di Alessandro VI, avvenuta il 18 agosto del 1503, Cesare Borgia perse tutto il suo potere.

Si riaprivano tutte le possibilità di restaurare i vecchi feudatari romagnoli negli

Stati da cui erano stati cacciati. Caterina non perse tempo
e si diede molto da fare inviando lettere e persone di fiducia a perorare la sua causa

 e quella di Ottaviano presso Giulio II.
Il nuovo Papa si mostrò favorevole al ripristino della Signoria dei Riario su Imola e Forlì,

ma la popolazione delle due città si dichiarò in maggioranza contraria al ritorno della Contessa,

 per cui lo Stato passò ad Antonio Maria Ordelaffi che si insediò il 22 ottobre del 1503.
Perduta ogni possibilità di ripristinare l'antico potere Caterina trascorse gli ultimi anni

della sua vita dedicandosi ai suoi figli,
in particolare a Giovanni che era il più piccolo, ai suoi nipoti, ai suoi "experimenti" e alla sua vita sociale,

 continuando ad avere una intensa corrispondenza sia con le persone che

le erano rimaste affezionate in Romagna che con i parenti che risiedevano a Milano.
Nell'aprile del 1509 Caterina fu colpita in modo grave da una polmonite. Sembrò riprendersi, tanto da essere dichiarata guarita,
ma un improvviso peggioramento della malattia la portò alla morte il 28 maggio.
Dopo avere fatto testamento e disposto per la sua sepoltura moriva all'età di quarantasei anni "Quella tygre di la madona di Forlì",
che aveva "tutta spaventata la Romagna".


Albero genealogico degli Sforza:
Francesco I
Figli
Galeazzo Maria
Ippolita Maria
Filippo Maria
Sforza Maria
Ludovico Maria
Elisabetta Maria
Ascanio Maria
Ottaviano Maria
Polissena, figlia naturale
Drusiana, figlia naturale
Galeazzo Maria
Figli
Gian Galeazzo Maria
Ermes Maria
Bianca Maria
Anna Maria
Carlo, figlio naturale
Alessandro, figlio naturale
Caterina, figlia naturale
Chiara, figlia naturale
Nipoti
Ippolita
Gian Galeazzo Maria
Figli
Ippolita
Francesco
Bona
Ludovico Maria
Figli
Massimiliano
Francesco
Giovanni Paolo, figlio naturale
Massimiliano
Francesco II

Albero genealogico di Caterina Sforza
Dal matrimonio con Girolamo Riario nacquero sei figli:
Ottaviano, nato il 7 aprile 1479 a Roma, fu vescovo di Viterbo;
Cesare, nato il 24 agosto 1480 a Roma, fu arcivescovo di Pisa;
Bianca, nata il 30 ottobre 1481 a Roma, sposò nel 1503 Troilo de' Rossi conte di

San Secondo Parmense;
Giovanni Livio, nato il 30 ottobre 1484 a Forlì;
Galeazzo Maria, nato il 18 dicembre 1485 a Forlì, sposò nel 1504 Maria della Rovere;
Francesco Sforza (detto Sforzino), nato il 17 agosto 1487 a Imola, fu vescovo di Lucca.
Dal matrimonio con Giacomo Feo nacque:
Bernardino Carlo Feo, nato nel 1489 o nel 1490.
Dal matrimonio con Giovanni de' Medici nacque:
Ludovico de' Medici, nato il 6 aprile 1498 a Forlì, chiamato Giovanni dopo la

morte prematura del padre,
fu un grande condottiero conosciuto in seguito con il nome di

Giovanni dalle Bande Nere,
a sua volta padre di Cosimo I de' Medici, primo granduca di Toscana.
Il ricettario di bellezza di Caterina Sforza, Occupatasi a lungo di erboristeria, medicina,

 cosmetica e alchimia,
Caterina ci ha lasciato un libro: Experimenti della excellentissima signora Caterina da Forlì,
composto da quattrocentosettantuno ricette che illustrano dei procedimenti per combattere le malattie e

per conservare la bellezza del viso e del corpo.

 È il risultato dei numerosi "experimenti" chimici a cui Caterina si appassionò e che praticò
per tutta la vita.
Con le sue formule singolari ed enigmatiche, il ricettario ci fornisce interessanti informazioni,

 oltre che sugli usi
e costumi del tempo, anche sullo stato delle conoscenze scientifiche del XV secolo:

in alcuni procedimenti sono intuite
delle scoperte importanti, che verranno fatte solo molto tempo dopo,

come ad esempio l'uso del cloroformio per addormentare il paziente.
Questo interesse per la cosmesi e l'alchimia proveniva da tradizioni antiche e dalla

cultura orientale.
Veniva tramandato dalle "officine" dei monasteri, dalle corti e dalle famiglie stesse,

 che custodivano e tramandavano
di generazione in generazione i "segreti" per produrre rimedi contro le malattie.
Tutte le cronache del tempo ci informano che Caterina era una donna di

straordinaria bellezza.
Sicuramente per questo motivo gran parte del ricettario è costituito da ricette per preservare

 tale bellezza, secondo i canoni dell'epoca:
per "fare la faccia bianchissima et bella et colorita", per "far crescere li capelli",

per "far venure li capelli rizzi",
per "far li capelli biondi de colore de oro" per "far le mani bianche et belle tanto che pareranno

de avorio".
Caterina si dedicò ai suoi "experimenti" con costanza per tutta la vita.
Ciò la rese veramente competente in questo campo, come dimostra l'enorme mole di corrispondenza che

 intrattenne con medici,
scienziati, nobildonne e fattucchiere, al fine di avere uno scambio di "segreti"

per la preparazione di belletti,
lozioni, lisci, elixir e pomate.
Il suo più importante consigliere in questo campo fu Lodovico Albertini, speziale forlivese,

che le rimase affezionato
e continuò a servirla anche quando lei non viveva più a Forlì.