Federico II Hohenstaufen (Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250)
fu re di Sicilia (come Federico I di Sicilia, dal 1198 al 1250), Duca di Svevia
(come Federico VII di Svevia, dal 1212 al 1216), re di Germania (dal 1212 al 1220)

e Imperatore dei Romani
(come Federico II del Sacro Romano Impero, eletto nel 1211, incoronato ad Aquisgrana nel 1215, incoronato a Roma dal papa nel 1220), infine re di Gerusalemme (dal 1225 per matrimonio, autoincoronatosi a Gerusalemme nel 1228).

Apparteneva alla nobile famiglia sveva degli Hohenstaufen e discendeva per parte di madre dalla
dinastia normanna degli Altavilla, regnanti di Sicilia.
Conosciuto con gli appellativi stupor mundi ("meraviglia o stupore del mondo") o puer Apuliae

("fanciullo di Puglia"),
Federico II era dotato di una personalità poliedrica e affascinante che, fin dalla sua epoca,
ha polarizzato l'attenzione degli storici e del popolo, producendo anche una lunga serie di miti

e leggende popolari, nel bene e nel male.
Il suo regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volte ad unificare le terre e i popoli, fortemente contrastata dalla Chiesa. Egli stesso fu un apprezzabile letterato,
convinto protettore di artisti e studiosi. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina,

araba ed ebraica.

Duchi di Svevia
Hohenstaufen

Blasonatura
D'oro ai tre leoni neri

Federico I (1050 - 1105)
Figli
Federico (1090-1147)
Corrado (1093-1152)
Gertrude
Federico II (1105-1147)
Figli
Federico (1122-1190)
Berta († 1195) ]
Jutta (1133-1191)
Corrado († 1195)
Federico III (1147-1152)
Figli
Beatrice (1162-ante 1174).
Federico (1164-1170)
Enrico (1165-1197)
Federico (1167-1191)
Sofia (1168-1187)
Ottone (1170-1200)
Corrado (1172-1196)
Rinaldo (1173-bambino)
Guglielmo (1176-bambino)
Filippo (1177-1208)
Agnese (1180-1184)
Federico IV (1152-1167)
Federico V (1167-1170)
Federico VI (1170-1191)
Corrado II (1191-1196)
Filippo I (1196-1208)
Figli
Beatrice (1198-1212)
Cunegonda (1200-1248)
Maria (1201-1235)
Elisabetta (1202-1235)
Federico VII (1212-1216)
Figli
Enrico (1211 - 1242)
Enzo (c1220 - 1272)
Caterina (1226 - 1279)
Federico (c1224 - 1256)
Biancofiore (1226 - 1279)
Margherita (1227 - 1298)
figlia (+ 1227)
Corrado (1228 - 1254)
Costanza (1230 - 1307)
Manfredi (1232 - 1266)
Violante (1233 - 1264)
Margherita (1237 - 1270)
Enrico (1238 - 1253)
Federico (1239 - ?)
figlia (1241 - 1241)
Selvaggia (+ 1244)
Riccardo (+ 1249)
Gherardo
Federico
Enrico II (1216-1235)
Figli
Federico (1232c. - 1245c.)
Enrico (1232c. - 1251)
Corrado III (1235-1254)
Figli
Corrado IV (1252-1268)
Corrado IV (1254-1268)


La Nascita di Federico II a Jesi, in una tenda, secondo una «fantasiosa tradizione».

dovuta a Ricordano Malispini.
Federico nacque il 26 dicembre 1194 da Enrico VI
(a sua volta figlio di Federico Barbarossa I di Svevia),
e da Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II il Normanno, a Jesi, nella Marca anconitana,
mentre l'imperatrice stava raggiungendo a Palermo il marito, incoronato appena il giorno prima,
giorno di Natale, re di Sicilia. Data l'età avanzata, nella popolazione vi era un diffuso scetticismo
circa la gravidanza di Costanza, perciò fu allestito un baldacchino al centro della piazza di Jesi,
dove l'imperatrice partorì pubblicamente, al fine di fugare ogni dubbio sulla nascita dell'erede al trono.
Costanza, che prima del battesimo del figlio lo chiamò inizialmente col nome matronimico di Costantino, portò
il neonato a Foligno, città dove Federico visse i suoi primissimi anni, affidato alla duchessa di Urslingen,
moglie del duca di Spoleto Corrado, uomo di fiducia dell'imperatore. Poi partì immediatamente alla volta
della Sicilia per riprendere possesso del regno di famiglia, poco prima riconquistato dal marito.
Qualche tempo più tardi, nella cerimonia battesimale, svoltasi nella Cattedrale di San Rufino in Assisi,
in presenza del padre Enrico, il nome del futuro sovrano venne definito in quello,

"in auspicium cumulande probitatis",
di Federico Ruggero; "Federico" per indicarlo a futura guida dei principi germanici quale

 nipote di Federico Barbarossa,
"Ruggero" per sottolineare la legittima pretesa alla corona del Regno di Sicilia quale discendente di Ruggero II.
Quella fu la seconda ed ultima occasione in cui Enrico VI vide il figlio.
Federico nasceva già pretendente di molte corone. Quella imperiale non era ereditaria,

ma Federico era un valido candidato a re di Germania, che comprendeva anche le

corone d'Italia e di Borgogna. Questi titoli
assicuravano diritti e prestigio, ma non davano un potere effettivo, mancando in quegli stati una solida
compagine istituzionale controllata dal sovrano. Tali corone davano potere solo se si era forti, altrimenti
sarebbe stato impossibile far valere i diritti regi sui feudatari e sui Comuni italiani. Inoltre per via materna
aveva ereditato la corona di Sicilia, dove invece esisteva un apparato amministrativo

ben strutturato a garantire
che la volontà del sovrano venisse applicata, secondo la tradizione di governo centralistico.

 L'unione del regno di Germania e di Sicilia non veniva vista di buon occhio né dai normanni né dal papa, che con i territori
che a vario titolo componevano lo Stato della Chiesa possedeva una striscia che avrebbe interrotto l'unità territoriale
del grande regno, facendolo sentire di conseguenza accerchiato.
Il 28 settembre 1197 Enrico VI moriva e Costanza affidò il figlio a Pietro di Celano conte della Marsica
(fratello di Silvestro della Marsica che era stato Grande Ammiraglio di Guglielmo I il Malo, re di Sicilia)
e Berardo di Laureto appartenente alla famiglia degli Altavilla conti di Conversano. Il 17 maggio del 1198
Costanza fece incoronare il figlio re di Sicilia a soli quattro anni.

 Costanza morì il 27 novembre dello stesso anno,
dopo averlo posto sotto la tutela del nuovo papa,

 Innocenzo III, ed aver costituito a favore del papa un appannaggio
di 30.000 talenti d'oro per l'educazione di Federico.
Gualtiero di Palearia, vescovo di Troia, era a Palermo il vero tutore di Federico.
Federico risiedeva nella reggia di Palermo, nel Castello della Favara, il Castello a Mare,
seguendo Gentile di Manopello fratello di Gualtiero. Suo primo maestro fu frate Guglielmo Francesco,
che ne rispondeva al vescovo Rinaldo di Capua,

 il quale informava costantemente il papa dei progressi scolastici,
della crescita e della salute di Federico.
Nell'ottobre 1199, Marcovaldo di Annweiler, per volere di Filippo di Svevia zio di Federico,
s'impadronì della Sicilia per averne la reggenza e prese su di sé anche la custodia del giovane,
sottraendolo a quella di Gualtiero di Palearia e, quindi, al tutoraggio di Innocenzo III, in aperto
contrasto col Papa e col suo paladino in Sicilia, Gualtieri III di Brienne; ciononostante, Marcovaldo
non privò Federico della tutela dei suoi maestri. Il Papa accusò Gualtiero di Palearia

di tradimento quando
suo fratello Gentile di Manopello consegnò Federico, assieme alla città di Palermo, a Marcovaldo.
Nel 1202 Gualtiero di Palearia guidò una spedizione, unitamente a Diopoldo conte di Acerra,
contro il pretendente al trono Gualtieri di Brienne, il quale, dopo la morte di Marcovaldo,
consegnò Federico al conte Guglielmo di Capparone, successore alla reggenza di Marcovaldo.
Diopoldo liberò Federico da Capparone nel 1206 e lo riconsegnò alla custodia di Gualtiero di Palearia.
Guglielmo Francesco, Gentile di Manopello ed un imam musulmano, rimasto sconosciuto alla storia,
furono istruttori di Federico sino al 1201, quando Guglielmo Francesco fu costretto ad abbandonare la Sicilia;
tornò ad essere il maestro di Federico dal 1206 al 1209, anno dell'emancipazione del giovane.
Dal 1201 al 1206 Federico, sotto la tutela di Marcovaldo e poi di Guglielmo di Capparone,
venne cresciuto dal popolo palermitano più povero, autodidatta per ogni forma di cultura.
Federico compì il quattordicesimo anno di età e uscì dalla tutela papale assumendo il potere
nelle sue mani.
Su consiglio del pontefice nell'agosto del 1209 sposò la venticinquenne Costanza d'Aragona,
vedova del re ungherese Emerico:
Federico non aveva ancora compiuto quindici anni.
In Germania, nel frattempo, dopo la morte di Enrico VI nessuno era più riuscito a farsi incoronare imperatore.
Due erano i rivali che puntavano al titolo imperiale vacante: il primo era appunto Filippo di Svevia,
fratello minore di Enrico VI, che fu eletto re dai principi tedeschi nel 1198 e incoronato a Magonza;
il secondo era Ottone di Brunswick, figlio minore del duca di Baviera e Sassonia Enrico il Leone,
che fu eletto anch’egli re da alcuni principi tedeschi che si opponevano all’elezione dello Staufer e incoronato
ad Aquisgrana. Ottone poteva contare sull’appoggio del re d’Inghilterra Giovanni I, che era suo zio,
e di Innocenzo III, che voleva evitare di vedere uno svevo imperatore per scongiurare una

rivendicazione di quest’ultimo del regno di Sicilia; Filippo, a sua volta, poteva contare sull’appoggio

 del re di Francia Filippo II Augusto.
La situazione si risolse solo nel 1208 quando Filippo di Svevia fu assassinato per

motivi personali e Ottone ebbe campo libero.
Egli fece numerose concessioni al papato, in particolare la corona doveva

 rinunciare all’ingerenza nelle elezioni
dei prelati e accettare senza limiti il diritto d’appello del pontefice nelle cose ecclesiastiche;

inoltre si sarebbe
posto fine ad abusi quali l’appropriazione delle rendite delle diocesi vacanti. Il 4 ottobre del 1209,

 a Roma, Innocenzo III incoronò imperatore Ottone IV.

Nonostante le numerose promesse di Ottone IV, l'imperatore,
richiamandosi all’antiquum ius imperii, rivendicava il dominio sull’Italia intera;

così egli sostò per circa un anno
nell’Italia centrale, cosa che preoccupò non poco Innocenzo III che proprio in quei territori stava

 cercando di estendere lo Stato della Chiesa. Riccardo di San Germano ci dice che:
"Il detto imperatore Ottone, attratto da Diopoldo e da Pietro conte di Celano,

 gettatosi dietro le spalle il giuramento
che aveva fatto alla chiesa di Roma, entra nel regno dalla parte di Rieti e sotto la guida

di coloro che vi avevano
prestato il giuramento di fedeltà, vi giunge attraverso la Marsia e quindi attraverso il Comino;
Il papa Innocenzo lo scomunicò e pose l’interdetto alla chiesa di Capua, perché aveva osato celebrare
alla sua presenza e nell’ottava di S. Martino scomunica anche tutti i suoi fautori."
Salimbene de Adam aggiunge:
"Nell’anno del Signore 1209 l’imperatore Ottone fu ospitato sul Reno

(è un torrente nel vescovado di Reggio)
e fu pure ospitato a Salvaterra.
E fu incoronato da papa Innocenzo III il giorno 11 di ottobre. Ma il suddetto Ottone,
una volta incoronato, muove con molti sforzi contro il padre che lo aveva incoronato e la madre chiesa
che lo aveva generato, e si armò rapidamente contro il piccolo re di Sicilia che non aveva

 altro aiuto eccetto la chiesa.
Perciò l’anno seguente, cioè l’anno del Signore 1210, il venerabile padre Innocenzo

potente in opere e in parole scomunicò il già detto imperatore Ottone.

Ciò nonostante, costui mandò in Puglia un esercito cui era a capo il marchese Azzo d’Este.
E poi passando per la Toscana, raccolto un grande esercito, prese alcune località con la forza,

altre per resa;
resistendogli soltanto Viterbo, Orvieto e poche altre. Infine avanzò e svernò a Capua."
Dopo la scomunica papale e a causa dell’ostilità di Filippo II Augusto, che incoraggiò la resistenza in Germania,
la nobiltà, che aveva appoggiato Filippo di Svevia e ora vedeva Ottone IV combattere contro un Hohenstaufen,
si ribellò all’imperatore, che fu costretto a tornare in Germania. I feudatari ribelli cercarono l’aiuto di

Federico proponendolo come candidato da opporre a Ottone IV; nel frattempo, in Sicilia,

dove lo svevo era appena divenuto padre
del suo primogenito Enrico, che neonato venne incoronato re di Sicilia (coreggente),

 si organizzò subito una
rapida spedizione verso Oltralpe: partito a marzo del 1212 da Palermo, Federico giunse a Roma la domenica di Pasqua
e prestò giuramento vassallatico al papa; a settembre entrò trionfalmente a Costanza,

a ottobre indisse la sua prima dieta
da re di Germania e a novembre stipulò gli accordi col futuro re di Francia Luigi VIII per

 combattere il rivale Ottone IV.
Finalmente il 9 dicembre 1212 Federico veniva incoronato nel duomo di Magonza

 dal vescovo Sigfrido III di Eppstein,
ma la sua effettiva sovranità doveva ancora essere sancita. Il 12 luglio 1213,

con la cosiddetta "Bolla d'Oro"
(o "promessa di Eger"), Federico promise di mantenere la separazione fra Impero e Regno di Sicilia
(vassallo del Pontefice) e di rinunciare ai diritti germanici in Italia (promessa già di Ottone IV, mai mantenuta).
Promise inoltre di intraprendere presto una crociata in Terrasanta, nonostante non ci fosse stata

un'esplicita richiesta da parte del papa.
Finché fu in vita il suo protettore Innocenzo III, Federico evitò di condurre una politica personale troppo pronunziata.
Morto Innocenzo III e salito al soglio Onorio III (18 luglio 1216), papa di carattere meno deciso del predecessore,
Federico fu incalzato dal nuovo papa a dare corso alla promessa di indire la crociata.
Federico tergiversò a lungo e nel 1220 fece nominare dalla Dieta di Francoforte il figlio Enrico "re di Germania".
Il Pontefice ritenne che l'unico modo di impegnare Federico era quello di nominarlo imperatore,
ed il 22 novembre 1220 Federico fu incoronato imperatore in San Pietro a Roma da Papa Onorio III.
Federico non diede segno di voler abdicare al Regno di Sicilia, ma mantenne la

ferma intenzione di tenere separate le due corone.
La Germania la lasciava al figlio, ma in quanto imperatore manteneva la suprema autorità

su di essa.
Essendo stato allevato in Sicilia è probabile che si sentisse più siciliano che tedesco,

 ma soprattutto conosceva
bene il potenziale del suo regno, con una fiorente agricoltura, città grandi e buoni porti,
oltre alla straordinaria posizione strategica al centro del Mediterraneo.
Confoederatio cum principibus ecclesiasticis
Il Trattato con i principi della chiesa, o Confoederatio cum principibus ecclesiasticis,
del 26 aprile 1220 fu emanato da Federico II come concessione ad alcuni vescovi tedeschi per avere
la loro collaborazione all'elezione del figlio Enrico come re di Germania.

 La Carta rappresenta una delle più importanti
fonti legislative del Sacro Romano Impero nel territorio tedesco.

Con questo atto Federico II rinunciava
ad un certo numero di privilegi reali in favore dei principi-vescovi.

Fu un vero stravolgimento nell'equilibrio del potere,
un nuovo disegno che doveva portare a maggiori vantaggi nel controllo di un

territorio vasto e lontano.
Fra i tanti diritti acquisiti, i vescovi assunsero quello di battere moneta,

 decretare tasse e costruire fortificazioni.
Inoltre questi ottennero anche la possibilità di istituire tribunali nelle loro signorie e di

ricevere l'assistenza
del re o dell'imperatore per far rispettare i giudizi emanati nei territori in questione.

La condanna da una corte
ecclesiale significava automaticamente una condanna e una punizione da parte del

Tribunale Reale o Imperiale. In più,
l'emanazione di una scomunica si traduceva automaticamente in una sentenza come fuorilegge

da parte del tribunale del re o dell'imperatore. Il legame, quindi,
fra il tribunale di Stato e quello locale del Principe Vescovo si saldò indissolubilmente.
L'emanazione di questa legge si ricollegava direttamente al più tardo

Statutum in favorem principum che sanciva simili
diritti per i principi laici. Il potere dei signori si accresceva, ma aumentava anche la capacità

di controllo sul territorio
dell'impero e sulle città. In questo modo, Federico II sacrificò la centralità del potere per

assicurarsi una maggiore
tranquillità nella parte continentale dell'Impero stesso, in modo da poter rivolgere la sua

attenzione al fronte
meridionale e mediterraneo.
Federico poté dedicarsi a consolidare le istituzioni nel Regno di Sicilia,
indicendo due grandi assise a Capua e a Messina (1220-1221). In quelle occasioni rivendicò

che ogni diritto regio confiscato in passato a vario titolo dai feudatari venisse immediatamente

 reintegrato al sovrano.
Introdusse inoltre il diritto romano, nell'accezione giustinianea rielaborata dall'Università di Bologna
su impulso di suo nonno il Barbarossa.
A Napoli fondò l'Università nel 1224, dalla quale sarebbe uscito il ceto
di funzionari in grado di servirlo, senza che i suoi fedeli dovessero recarsi fino a Bologna per studiare.
Favorì anche l'antica e gloriosa scuola medica salernitana.
Il tentativo di Federico di accentrare l'amministrazione del Regno e ridurre il potere dei feudatari locali
(soprattutto ordinando la distruzione delle fortificazioni che potessero rappresentare un potenziale

pericolo per il potere centrale) incontrò molte resistenze, tra queste principalmente quella del

conte di Bojano,
Tommaso da Celano, la cui contea, unita con i possedimenti originali in Marsica,

 rappresentava il feudo di maggiore estensione del regno. Il conte Tommaso si rifiutò di smantellare i castelli come ordinato dallo svevo e organizzò la resistenza presso le fortificazioni di

Ovindoli e Celano in Marsica, Civita di Bojano e Roccamandolfi in Molise,

dove affrontò a partire dal 1220 la forza d'urto dell'esercito imperiale.
Le prime tre città caddero nel giro del primo anno di guerra, mentre Roccamandolfi, dove il da Celano
aveva lasciato alla guida della resistenza la moglie Giuditta,

si arrese all'assedio nel 1223 dopo essere stato
danneggiato ma non preso. Il castello del capoluogo della contea, Bojano,

venne demanializzato e ricostruito;
Ovindoli e Celano furono distrutte, Roccamandolfi dovette essere ricostruita più a valle lasciando

 il castello alla rovina;
Tommaso da Celano, non avendo in seguito rispettato i termini della resa,

 fu espropriato della contea che cessò
di essere la spina nel fianco nei possedimenti normanni di Federico.

Giunto a Melfi, l'imperatore, accolto calorosamente dalla popolazione locale,
pernottò nel castello costruito dai suoi ascendenti normanni, apportandone in seguito

 alcune restaurazioni.
Nella località melfitana (ma anche a Lagopesole, Palazzo San Gervasio e Monticchio),

 Federico II trascorre
il suo tempo libero, dedicandosi alla caccia con il falcone, poiché le zone boschive del Vulture
erano particolarmente ideali per il suo passatempo preferito.
Nel castello Federico II, con l'ausilio del suo fidato notaio Pier delle Vigne,
emanò nel 1231 le Constitutiones Augustales (note anche come

Costituzioni di Melfi o Liber Augustalis),
codice legislativo del Regno di Sicilia, fondato sul diritto romano e normanno,

 tra le più grandi opere della storia del diritto per la sua importanza storica di recupero

 delle antiche leggi normanne di cui
si sono conservati pochissimi documenti. Le costituzioni miravano a limitare i poteri e i privilegi

 delle locali famiglie nobiliari e dei prelati, facendo tornare il potere nelle mani dell'imperatore

 e a rendere partecipi anche le donne per quanto riguardava la successione dei feudi.

Ne doveva nascere uno Stato centralizzato,
burocratico e tendenzialmente livellatore, con caratteristiche che gli storici hanno reputato

"moderne".
Federico incontra il sultano ayyubide al-Malik al-Kamil, codice miniato.Negli anni seguenti

Federico si dedicò a riordinare il Regno di Sicilia, eludendo le continue

richieste del papa Onorio III di intraprendere la crociata.
Per dilazionare ulteriormente il suo impegno, Federico stipulò col papa un trattato

(Dieta di San Germano, nel luglio 1225),

con il quale si impegnava a organizzare la crociata entro l'estate del 1227, pena la scomunica.
In realtà il vero obiettivo di Federico era l'unione fra Regno di Sicilia e Impero,

nonché l'estensione del potere
imperiale all'Italia. In questo disegno rientrò il suo tentativo di recuperare all'impero

 la marca di Ancona
e il ducato di Spoleto, rientranti nella sovranità papale. Inoltre in Sicilia procedette

 all'occupazione di cinque vescovadi con sede vacante, alla confisca dei beni ecclesiali

e alla cacciata dei legati pontifici che si erano
colà recati per la nomina dei vescovi, pretendendo di provvedere direttamente alle nomine.

Il papa era molto adirato
con Federico sia perché non aveva adempito ai patti di tenere separati Impero e Regno di Sicilia,

 sia perché non rispettava la libertà del clero nei suoi territori intromettendosi

sistematicamente nell'elezione dei vescovi
e perché non partiva per la crociata: durante la fallimentare crociata del 1217-1221

(la quinta) Federico si era ben guardato da aiutare i crociati, avendo più a cuore la pace con il sultano d'Egitto i cui territori erano così vicini
alla Sicilia e con il quale era in rapporti di amicizia diplomatica.
Nel frattempo, a causa delle mire di controllo sull'Italia da parte di Federico,

 era risorta nel nord Italia la Lega Lombarda:
nell'aprile 1226 Federico convocò la Dieta di Cremona con il pretesto di preparare

 la crociata ed estirpare le dilaganti eresie,
ma questa non poté avere luogo per l'opposizione della Lega Lombarda,

 che impedì l'acceso ai delegati mentre Federico
non aveva al nord forze sufficienti per contrastare i Comuni ribelli.
Il 9 settembre 1227, pressato dal successore di Onorio, papa Gregorio IX,

e sotto la minaccia di scomunica,
Federico tentò di onorare la promessa fatta al predecessore partendo per la sesta Crociata,
ma una pestilenza scoppiata durante il viaggio in mare che falcidiò i crociati lo costrinse a rientrare a Otranto:
lui stesso si ammalò e dovette ritirarsi a Pozzuoli per rimettersi in sesto.

Gregorio IX interpretò questo
comportamento come un pretesto e, conformemente al trattato di San Germano del 1225,

lo scomunicò il 29 dello
stesso mese a Bitonto. A nulla valse una lettera di giustificazioni inviata al papa
da Federico nel novembre e la scomunica fu confermata il 23 marzo 1228.
Nella primavera 1228, Federico decise di partire per la Terrasanta,

 pur sapendo che durante la sua assenza
il Papa avrebbe cercato di riunire tutti i suoi oppositori in Germania e in Sicilia,

 minacciando la Lombardia
e il suo Regno Meridionale. Come riferito dal cronista Riccardo di San Germano, Federico celebrò a Barletta la Pasqua 1228
"in omni gaudio et exultatione"

e ai primi di maggio del 1228, convocata sempre a Barletta un'assemblea pubblica,
comunicò di persona le sue decisoni:
nominò Rainaldo di Urslingen, già Duca di Spoleto, suo sostituto in Italia durante l'assenza;

in caso di sua morte,
nominò erede suo figlio Enrico re dei Romani e in seconda istanza il piccolo Corrado,
nato pochi giorni prima ad Andria il 25 aprile da Jolanda di Brienne, che nel frattempo era morta

 in seguito al parto.
Quindi seppur scomunicato, partì da Brindisi il 28 giugno[16] 1228 per la sesta Crociata.

 Federico ottenne il successo
grazie a un accordo con il sultano ayyubide al-Malik al-Kamil, nipote di Saladino: Gerusalemme

 venne ceduta
ma smantellata e indifendibile e con l'esclusione dell'area della moschea di Umar

(ritenuta dai cristiani il Tempio di Salomone)
che era un luogo santo musulmano. Questa soluzione aveva evitato la battaglia e aveva sollevato
Federico dall'incombenza della crociata, ma consegnava alla cristianità una vittoria effimera

e in balia dei musulmani.
Il 18 marzo 1229 nella basilica del Santo Sepolcro Federico si incoronò re di Gerusalemme
(in quanto erede del trono per aver sposato nel 1225 Jolanda di Brienne, regina di Gerusalemme,
nonostante l'opposizione del clero locale e di quasi tutti i feudatari).
Durante l'assenza di Federico, Rinaldo tentò di recuperare con le armi il ducato di Spoleto,
mentre truppe germaniche scesero in difesa della Sicilia. Il Papa assoldò altre truppe per contrastarle,
bandendo la paradossale crociata contro Federico II, e i territori di Federico subirono l'invasione delle medesime.
Quando Federico ritornò in Italia dopo la crociata, trovò molte città che appoggiavano il Papa:
riuscì ad avere ragione delle forze papali ma ritenne opportuno, per quel momento,

riconciliarsi col pontefice
e con la Pace di San Germano del 23 luglio 1230, promise di rinunciare alle violazioni

che avevano determinato
la scomunica, di restituire i beni sottratti ai monasteri e alle chiese e di riconoscere

 il vassallaggio della Sicilia al papa.
D'altro canto il papa non poteva non tener conto dell'obiettivo ottenuto
da Federico in Terra santa e il 28 agosto successivo ritirò scomunica:
il 1º settembre papa e imperatore si incontrarono ad Anagni.
Nella diatriba fra papa e imperatore intanto si erano inserite le città della Lega Lombarda
ed era ripresa la secolare divisione fra guelfi e ghibellini. Nel 1231 Federico convocò
una Dieta a Ravenna nella quale fece riaffermare l'autorità imperiale sui Comuni,
ma ciò ebbe poca influenza sugli eventi successivi.
Federico concede benefici ai Cavalieri Teutonici, affresco nell'Università di Marburgo.
Nel successivo periodo di pace e distensione Federico approfittò per sistemare

alcune questioni giuridiche nei suoi regni,
con particolare riguardo a quello siculo. Il rinnovato accordo fra il papa e Federico venne

utile a quest'ultimo allorché nel 1234 suo figlio Enrico si ribellò al padre: rivoltosi al papa,

Federico ottenne la scomunica contro il figlio,
lo fece arrestare e lo tenne prigioniero fino alla morte, avvenuta nel 1242.
Alla corona tedesca venne allora associato l'altro figlio Corrado IV (che non riuscì neppure lui a
governare in pace per l'opposizione dei nobili che gli misero davanti una serie di antiré).
Nel maggio dello stesso anno alcuni violenti tumulti, organizzati da famiglie ostili a Gregorio IX,
costrinsero quest'ultimo a fuggire in Umbria. Federico, cui faceva molto comodo

 politicamente apparire come
il difensore della Chiesa, accorse in armi, sconfisse i ribelli a Viterbo (ottobre 1237)
e ristabilì Gregorio sul trono romano (1238).

Tuttavia egli non era venuto meno ai suoi propositi di sottomettere l'Italia all'impero germanico,
favorendo l'instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche
(la più potente fu quella dei Da Romano che governava su Padova, Vicenza, Verona e Treviso).
Nel novembre 1237 Federico colse una notevole vittoria sulla Lega Lombarda a Cortenuova,
conquistando il Carroccio che inviò in omaggio al papa. L'anno successivo il figlio Enzo (o Enzio)
sposò Adelasia di Torres, vedova di Ubaldo Visconti, giudice di Torres e Gallura e Federico

 lo nominò Re di Sardegna.
Ciò non poteva essere accettato dal papa, visto che la Sardegna era stata promessa in successione

 al papa dalla stessa Adelasia.
Alle rimostranze del pontefice, Federico rispose nel marzo 1239 tentando di sollevargli

contro la curia e il papa lo scomunicò,
indicendo anche un concilio a Roma per la Pasqua del 1241. Federico,

per impedire lo svolgimento del
Concilio che avrebbe confermato solennemente la sua scomunica, bloccò le vie di terra per Roma

e fece catturare i cardinali stranieri in viaggio per mare dalla flotta comandata dal figlio Enzo

con una battaglia navale avvenuta presso l'isola del Giglio.

 Le truppe imperiali giunsero alle porte di Roma, ma il 22 agosto 1241
l'anziano papa Gregorio IX morì e Federico, dichiarando diplomaticamente che lui combatteva

il papa ma non la Chiesa (egli era sempre sotto scomunica), si ritirò in Sicilia.
Dopo la morte di Gregorio IX, venne eletto papa Goffredo Castiglioni,
che prese il nome di Celestino IV, ma che morì subito dopo. La prigionia di due cardinali
catturati da Federico e l'incombente minaccia delle sue truppe alle porte di Roma provocarono una
vacanza al soglio pontificio di un anno e mezzo, periodo durante il quale si svolsero frenetiche trattative.
Infine il conclave si tenne ad Anagni e fu eletto il genovese Sinibaldo Fieschi che prese il nome di Innocenzo IV.
Il 31 marzo 1244 fu stilata in Laterano una bozza di accordo fra Federico ed Innocenzo IV

che prevedeva, in cambio del ritiro della scomunica, la restituzione di tutte le terre pontificie occupate dall'imperatore, ma nulla diceva sulle pretese imperiali in Lombardia. L'accordo non fu mai ratificato.
Tra il 1243 e il 1246 Federico II trascorse le stagioni invernali a Grosseto, approfittando del clima mite
e delle aree umide attorno alla città per praticare la caccia, suo passatempo preferito.
In quegli stessi decenni, circolarono in Italia diverse opere di impronta apocalittica,
che attribuivano a Federico un ruolo di protagonista nella riforma della Chiesa. In particolare,
il commento al profeta Geremia Super Hieremiam (attribuito pseudoepigraficamente a

Gioacchino da Fiore ma prodotto
forse entro ambienti cistercensi o florensi e rielaborato e aggiornato entro ambienti

francescani rigoristi) riconosceva a Federico II un ruolo paradossalmente provvidenziale,

proprio in quanto atteso persecutore della
Chiesa corrotta e in special modo dei cardinali.
La disfatta di Vittoria, presso Parma (1248).Papa Innocenzo IV decise che l'assoggettamento della Lombardia all'impero
non poteva essere accettato: avrebbe significato l'accerchiamento dei domini pontifici da parte dell'imperatore.
Perciò decise di indire un Concilio per confermare la scomunica a Federico e far nominare un altro imperatore,
rivolgendosi ai suoi nemici che in Germania erano numerosi. Giunto a Lione svolse un'intensa attività diplomatica presso
i nobili tedeschi ed indisse un Concilio che si aprì il 28 giugno 1245. Lione, sebbene formalmente in Borgogna,
quindi di proprietà dell'imperatore, era fuori dal tiro di Federico ed era sotto protezione del re di Francia.
Il concilio confermò la scomunica a Federico, lo depose, sciogliendo sudditi e vassalli dall'obbligo di fedeltà, ed invitò i nobili elettori tedeschi a proclamare un altro imperatore,
 bandendo contro Federico una nuova crociata.
Non tutta la Cristianità però accettò quanto deliberato nel concilio, che si era tenuto in condizioni

non troppo chiare.
Il papa aveva finto fino all'ultimo di voler patteggiare con Federico e molti si domandarono

 se fosse giusto un provvedimento così grave contro l'imperatore in un momento in cui nuove minacce

si affacciavano all'orizzonte
(l'offensiva mongola).
L'imperatore subì il gravissimo colpo che ne appannò il prestigio e dal 1245 gli eventi iniziarono a precipitare.
Gli Elettori tedeschi trovarono il nuovo imperatore (in realtà "re di Roma",

 titolo che preludeva alla nomina di imperatore)
in Enrico Raspe, margravio di Turingia, che il 5 agosto 1246 sconfisse nella battaglia di Nidda
il figlio di Federico Corrado (tuttavia, l'anno successivo, il Raspe morì).

Nel febbraio del 1248 Federico subì una grave sconfitta nella battaglia di Parma ad opera di

Gregorio da Montelongo.
Dopo un assedio durato oltre sei mesi i parmigiani, approfittando dell'assenza dell'imperatore

che era andato
a caccia nella valle del Taro, uscirono dalla città e attaccarono le truppe imperiali,
distruggendo la città-accampamento di Vittoria.

 L'imperatore riuscì a stento a rifugiarsi a San Donnino,
da dove raggiunse poi la fedele alleata Cremona. L'anno seguente il figlio Enzo,

 battuto nella battaglia di Fossalta,
fu catturato dai bolognesi che lo tennero prigioniero fino alla morte (1272).

Poco dopo Federico subì il tradimento
(o credette di subirlo) di uno dei suoi più fidati consiglieri, Pier delle Vigne

(celebre in un passo dell'Inferno di Dante).
La vittoria militare del figlio Corrado sul successore di Raspe,

Guglielmo II d'Olanda avvenuta nel 1250,
non portò alcun vantaggio per Federico, il quale nel dicembre dello stesso anno morì

a causa di un attacco di dissenteria.
Nel suo testamento nominava suo successore il figlio Corrado, ma il papa non solo non riconobbe il
testamento ma scomunicò pure Corrado (che morì quattro anni dopo di malaria,

nel vano tentativo di ricuperare a sé il regno di Sicilia).
Federico cadde probabilmente vittima di un'infezione intestinale dovuta a malattie trascurate,
durante un soggiorno in Puglia;
secondo Guido Bonatti, invece, fu avvelenato.
Egli, difatti, qualche tempo prima aveva scoperto un complotto,

in cui fu coinvolto lo stesso medico di corte.
Le sue condizioni apparvero immediatamente gravi,

tanto che si rinunciò a portarlo nel più fornito Palatium di Lucera
e la corte dovette riparare nella domus di Fiorentino, un borgo fortificato nell'agro dell'odierna Torremaggiore,
non lontano dalla sede imperiale di Foggia.
Leggenda vuole che a Federico fosse stata predetta dall'astrologo di corte, Michele Scoto,

 la morte “sub flore”,
ragione per la quale pare egli abbia sempre evitato di recarsi a Firenze.

Allorché fu informato del nome del borgo
in cui infermo era stato condotto per le cure necessarie, Castel Fiorentino per l'appunto,

 Federico, comprese ed accettò la prossimità della fine.
Il sarcofago di Federico II nella Cattedrale di Palermo.Stando al racconto del cronista inglese

 Matthew Paris († 1259) –
non confermato però da altre fonti – l'imperatore, sentendosi in punto di morte, volle indossare l'abito cistercense e
dettare così le sue ultime volontà nelle poche ore di lucidità. Il testamento,

dettato alla presenza dei massimi
rappresentanti dell'Impero, reca la data del 17 dicembre 1250. La sua fine fu rapida e sorprese i contemporanei,
tanto che alcuni cronisti anti-imperiali diedero adito alla voce, storicamente infondata,
secondo cui l'imperatore era stato ucciso da Manfredi,

il figlio illegittimo che in effetti gli successe in Sicilia.
Una nota miniatura raffigura persino il principe mentre soffoca col cuscino il padre morente.
La salma di Federico fu sommariamente imbalsamata, i funerali si svolsero

nella sede imperiale di Foggia,
per sua espressa volontà il cuore venne deposto in un'urna collocata nel Duomo,

la sua salma omaggiata dalla presenza
di moltitudini di sudditi venne esposta per qualche giorno e trasportata poi a Palermo,

per essere tumulata nel Duomo,
entro il sepolcro di porfido rosso antico, come voleva la tradizione normanno-sveva, accanto alla madre Costanza d'Altavilla, al padre Enrico VI e al nonno Ruggero II.
Recentemente il sepolcro è stato riaperto. Federico giace sul fondo sotto altre due spoglie
(Pietro III di Aragona e una donna sconosciuta).

La tomba era stata già ispezionata nel tardo XVIII secolo:
il corpo, nel Settecento, era mummificato e in buone condizioni di conservazione;

 ne risulta che l'imperatore
sia stato inumato con il globo dorato, la spada, calzari di seta, una dalmatica ricamata

 con iscrizioni cufiche e una corona a cuffia.
La tomba imperiale custodita nella Cattedrale era destinata in origine al nonno Ruggero II

che l'aveva voluta come suo
sarcofago per il Duomo di Cefalù. Il sepolcro inoltre reca i simboli dei quattro evangelisti e

 la corona regia.
Federico aveva però sparso castelli e palazzi imperiali in tutta la regione,

 amata anche per le possibilità
di esercitarvi l'arte venatoria, alla quale era appassionato: tra questi, il Castello di Lucera,

 che affidò ai Saraceni deportati dalla Sicilia. Altre fortificazioni importanti,
sono sorte con l'edificazione del castello svevo di Trani, caratteristico per la sua cortina sul mare e recentemente restaurato,
e il Castello di Barletta, risultato architettonico di una serie di successioni al potere.
Altre strutture fortificate sveve sono conservate a Bari,
Bisceglie, Manfredonia, Lucera, Gravina di Puglia, Brindisi, Mesagne, Oria, ecc.
Infine va menzionata la Porta di Capua, che doveva esprimere visivamente la maestà imperiale

 e Castello Ursino a Catania
Manfredi soffoca il padre, secondo una leggenda accreditata dal Villani.
Naturalmente la sua morte non poteva non dar origine a leggende.

Si narra che una volta fu fatta all'Imperatore Federico II
una profezia riguardante la sua morte: egli sarebbe deceduto in un paese contenente la parola

"fiore".
Per questo Federico II evitò di frequentare Florentia (Firenze), ma non sapeva che nell'agro

 dell'odierna Torremaggiore,
si ergeva un borgo di origine bizantina, chiamato appunto Castel Fiorentino; le sue rovine,

 affioranti da una collina
detta dello Sterparone (m. 205), ancora testimoniano la presenza di alcuni locali,
di una torre di avvistamento e della Domus (palazzo nobiliare)

all'interno della quale morì Federico il 13 dicembre 1250.
La stessa leggenda racconta pure che, secondo la profezia, egli non solo sarebbe morto appunto sub flore,
ma anche nei pressi di una porta di ferro. Secondo la tradizione Federico, riavutosi leggermente dal torpore,
chiese alle guardie che lo vegliavano dove si trovasse e dove portasse una porta chiusa che stava vedendo dal proprio letto.
Quando la guardia gli rispose che si trovava a Castel Fiorentino e che quella porta, murata dall'altra parte,
non era che un vecchio portone di ferro, l'imperatore sospirò:

«Ecco che è giunta dunque la mia ora»,
ed entrò in agonia.

 

 

La salma di Federico fu sommariamente imbalsamata,

i funerali si svolsero nella sede imperiale di Foggia,

 per sua espressa volontà il cuore venne deposto in un'urna collocata nel Duomo,

 la sua salma omaggiata dalla presenza di moltitudini di sudditi venne esposta per qualche giorno

 e trasportata poi a Palermo, per essere tumulata nel Duomo, entro il sepolcro di porfido rosso antico,

 come voleva la tradizione normanno-sveva, accanto alla madre Costanza d'Altavilla,

al padre Enrico VI e al nonno Ruggero II.