Lucrezia Borgia (Subiaco, 18 aprile 1480 – Ferrara, 24 giugno 1519)
Fu una nobildonna italiana, figlia illegittima di papa Alessandro VI e della sua amante

Vannozza Cattanei.
Ella divenne duchessa di Ferrara dal 1505 al 1519 come moglie del duca Alfonso I d'Este.

Fin dagli undici anni fu soggetta alla politica matrimoniale collegata alle

ambizioni politiche prima del padre
e poi del fratello Cesare Borgia. Quando il padre ascese al soglio pontificio la dette
inizialmente in sposa a Giovanni Sforza, signore di Pesaro, ma pochi anni dopo,
in seguito all'annullamento del matrimonio, Lucrezia sposò Alfonso d'Aragona,
figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli. Un ulteriore cambiamento delle alleanze,
che avvicinò i Borgia al partito filofrancese, portò all'assassinio di Alfonso,

su ordine di Cesare.
Dopo un breve periodo di lutto trascorso a Nepi con il figlio avuto da Alfonso,
Lucrezia partecipò attivamente alle trattative per le sue terze nozze,

quelle con Alfonso d'Este, primogenito di Ercole duca di Ferrara, il quale dovette,

pur riluttante, accettarla in sposa.
Alla corte estense Lucrezia fece dimenticare la sua origine di figlia illegittima del papa,
i suoi due falliti matrimoni e tutto il suo passato burrascoso,
infatti grazie alla sua bellezza ed alla sua intelligenza, si fece ben volere sia dalla

nuova famiglia che dalla popolazione ferrarese.
Perfetta castellana rinascimentale, acquistò la fama di abile politica e accorta diplomatica,
tanto che il marito arrivò ad affidarle la conduzione politica e amministrativa del ducato

quando doveva assentarsi da Ferrara.
Fu anche un'attiva mecenate, accogliendo a corte poeti come Ludovico Ariosto,

Pietro Bembo, Gian Giorgio Trissino e Ercole Strozzi.
Dal 1512, per le sventure che colpirono lei e la casa ferrarese,

Lucrezia iniziò ad indossare il cilicio,
s'iscrisse al Terz'ordine francescano, si legò ai seguaci di San Bernardino da Siena

e di Santa Caterina e fondò il Monte di Pietà di Ferrara per soccorrere i poveri.

Morì nel 1519, a trentanove anni, per complicazioni dovute ad un parto.
La figura di Lucrezia ha assunto diverse sfumature nel corso dei periodi storici.

 Per una certa storiografia, soprattutto ottocentesca, i Borgia hanno finito per incarnare

 il simbolo della spietata politica machiavellica  e la corruzione sessuale attribuita ai papi rinascimentali.

 La stessa reputazione di Lucrezia si offuscò in seguito
all'accusa di incesto, rivolta da Giovanni Sforza alla famiglia della moglie,

 a cui si aggiunse in seguito la fama di avvelenatrice, dovuta in particolare alla tragedia omonima di Hugo,

 musicata in seguito da Donizetti:
in questo modo la figura di Lucrezia venne associata a quella di femme fatale partecipe

 dei crimini commessi dalla propria famiglia.
Nacque a Subiaco il 18 aprile 1480, terza figlia del cardinale spagnolo Rodrigo Borgia, arcivescovo di Valencia, che nel 1492

 sarebbe stato eletto Papa della Chiesa cattolica

con il nome di Alessandro VI.
La madre era invece una donna di origine bresciana,

tal Vannozza Cattanei contessa di Casa Candia, amante di Rodrigo per ben quindici anni.
La bambina venne battezzata Lucrezia e fu l'unica figlia femmina che Rodrigo

ebbe da Vannozza.
Della famiglia facevano già parte due fratelli Cesare e Juan e, due anni dopo,

si sarebbe aggiunto il piccolo Jofré.
Rodrigo Borgia in realtà aveva altri tre figli, nati da madri ignote e maggiori di età rispetto

a quelli avuti da Vannozza:
Pedro Luìs, Girolama e Isabella, i quali ebbero pochi rapporti con gli altri fratellastri.

 Rodrigo, pur riconoscendoli segretamente al momento della loro nascita, nascose bene,

 almeno inizialmente, l'esistenza dei figli,

 tanto che un messo mantovano nel febbraio 1492, parlava di Cesare e Juan

come nipoti del cardinale.
I piccoli Borgia furono assai influenzati dalla discendenza catalana e furono anche

molto legati fra loro.
In particolare Lucrezia si legò con maggiore intimità a Cesare:

nutrivano l'uno per l'altra amore e fedeltà reciproci.
Tuttavia la consapevolezza di essere considerati con sprezzo stranieri potenziò il senso di coesione dei Borgia fra loro,

 tanto che assunsero ai loro servizi solo parenti o connazionali, considerati gli unici di cui si potessero veramente fidare

 in un ambiente potenzialmente ostile.
Forse i primi anni Lucrezia visse con Vannozza nella casa in piazza di Merlo a Roma,

 vicino al palazzo del padre, che, secondo i cronisti, le voleva bene «in superlativo grado».

 Con la madre invece Lucrezia ebbe sempre un rapporto distaccato.
In seguito venne affidata alle cure di una cugina del padre, Adriana Mila, vedova del nobile Ludovico Orsini.
Questa capofamiglia si assoggettava interamente agli interessi di Rodrigo,

 fungendo da guardiana di Lucrezia e favorendo
la relazione del cardinale con la quattordicenne Giulia Farnese Orsini, sua nuora. La grande amicizia che nacque
fra Giulia e Lucrezia permise a quest'ultima di non addolorarsi alla partenza di Cesare per l'università di Perugia
e alla morte del fratellastro Pedro Luìs.

Lucrezia crebbe così in un clima di potere e predominio sessuale maschile,

 in cui le donne erano completamente soggette
alla volontà di Rodrigo. Tratto caratteristico che aveva in comune con la sua famiglia

era la strana commistione di pietà,
sensualità e totale indifferenza alla moralità sessuale; tuttavia se aveva la possibilità

di esprimersi si dimostrava buona,
gentile e compassionevole.
Allevata da Adriana, Lucrezia ricevette un'istruzione completa:
grazie a bravi precettori, fra cui anche Carlo Canale

(ultimo marito di Vannozza) che la iniziò alla poesia, imparò lo spagnolo,

 il francese, l'italiano e un po' di latino, ma anche la musica, la danza e le arti del disegno

 e del ricamo.
Le venne insegnato anche ad esprimersi con eleganza ed eloquenza.
Nel convento di San Sisto, situato vicino alle Terme di Caracalla, invece imparò le pratiche religiose.
All'età di undici anni Lucrezia venne promessa in moglie due volte a pretendenti spagnoli:

era la Spagna infatti, il luogo dove il cardinale Borgia cercava la fortuna dei suoi figli.

Nel 1491 il prescelto fu inizialmente Don Cherubino Juan
de Centelles, con un contratto che prevedeva una dote di 30.000 timbres suddivisi in parte

 in denaro e in parte in gioielli dono alla sposa da parte della famiglia Borgia;

due mesi dopo Rodrigo Borgia  stipulò nuovi patti nuziali
con un altro valenciano, Gaspare d'Aversa, conte di Procida. Ma nel 1492,
in seguito all'elezione al trono pontificio con il nome di Alessandro VI,

 Rodrigo ruppe entrambi i fidanzamenti
in cambio di ricompense verso le famiglie dei due pretendenti.
Divenuto Papa Alessandro VI, i piani matrimoniali riguardanti Lucrezia subirono un

profondo mutamento:
potendo adesso mirare ben più in alto di semplici nobili spagnoli, il pontefice cercò di

 accasare la figlia in Italia, con la visione di stringere potenti alleanze politiche

 con le famiglie signorili.
All'epoca infatti vi era un proliferare di alleanze tra le famiglie regnanti italiane e fu

su questa rete di rapporti familiari e politici, dovuti a matrimoni interfamiliari,

che i Borgia basarono i loro piani ambiziosi per istituire il proprio predominio dinastico

 sulla penisola. Fu il cardinale Ascanio Sforza a proporre al Papa il nome di suo nipote,
Giovanni Sforza, il ventisettenne duca di Pesaro, feudo papale. Grazie a queste nozze,

Alessandro VI avrebbe stipulato un'alleanza con la potente famiglia Sforza,
istituendo una lega difensiva dello stato della Chiesa

(25 aprile 1493) a prevenzione dell'imminente invasione francese per opera di

Carlo VIII, a discapito del regno di Napoli.
In questo periodo il Papa donò a Lucrezia il palazzo di Santa Maria in Portico.
Adriana Mila dirigeva la casa della nipote, con Giulia Farnese in funzione di

dama da compagnia.
Ben presto la casa divenne un punto di ritrovo mondano, frequentato da parenti, amici,

adulatori, nobili gentildonne e inviati di case principesche. Fra questi inviati,

mentre era in visita a Roma nel 1492, giunse da Lucrezia anche Alfonso d'Este,

colui che sarebbe diventato il suo terzo marito.
Il 2 febbraio 1493, fu celebrato il matrimonio per procura tra la tredicenne Lucrezia e il
ventiseienne Giovanni Sforza.
Il 2 giugno 1493, quando il conte di Pesaro arrivò a Roma, i due futuri sposi si

incontrarono quel giorno per la prima volta.
Il 12 giugno vennero celebrate le nozze religiose nell'Appartamento Borgia dal notaio Beneimbene.
La grazia di Lucrezia venne lodata dai relatori del tempo:

«porta la persona così soavemente che par non si mova».
Dopo una fastosa cena, Lucrezia non venne condotta al talamo nuziale com'era

consuetudine, perché il Papa aveva ordinato che il matrimonio non fosse consumato

 prima di novembre, si suppone a causa dell'acerbità
fisica della sposa. Pochi giorni dopo, Giovanni Sforza si affrettò a lasciare

Lucrezia e Roma, con il pretesto della peste che infieriva sulla città.
Seppur divenuta contessa di Pesaro, per Lucrezia non era cambiato nulla se

non la posizione sociale:
essere una donna maritata le aveva assegnato un'importanza maggiore.

Pur continuando a passare le giornate dedicandosi
a vari svaghi, iniziò a ricevere omaggi, riverenze e suppliche di intercessioni

presso il Papa, e pur essendo giovane dimostrava già palesemente una notevole

 maturità:

un contemporaneo la descrive infatti come una «dignitissima madonna».

Il marito tornò a Roma prima di Natale e passò le festività con la moglie,
ma in quel periodo il Papa mutò alleanze schierandosi a fianco degli aragonesi di Napoli,
attraverso il matrimonio fra Jofré Borgia con Sancha d'Aragona:

in questo modo non riconobbe le pretese di Carlo VIII di Francia per il dominio sulle terre napoletane.
Dopo qualche mese Lucrezia accompagnò il marito a Pesaro, seguita da Adriana e

Giulia che avevano l'obbligo di vigilarla.
Arrivarono a Pesaro l'8 giugno dove la nobiltà locale offrì una buona accoglienza alla nuova contessa e lo Sforza soddisfaceva

ogni desiderio delle sue ospiti.

Lucrezia si divertì molto a Pesaro, tanto da dimenticare di scrivere con regolarità al padre

 in difficoltà,[36] e divenne molto amica della bella Caterina Gonzaga,
moglie di Ottaviano da Montevecchio, che sfruttò questa relazione per favorire e

 proteggere la propria famiglia.
Poco dopo, Lucrezia fu rimproverata dal padre per non aver impedito ad

Adriana e Giulia di recarsi a Capodimonte al

 capezzale di Angelo Farnese, fratello di Giulia, da cui giunsero

 però troppo tardi. Lucrezia rispose a tono al padre e, riguardo alle questioni politiche, fece commenti di sagacia inusuale

 per una donna della sua età.
Durante l'invasione in Italia dell'esercito francese guidato da Carlo VIII,

Lucrezia rimase al sicuro a Pesaro,
conducendo una vita lussuosa. Alessandro VI riuscì, attraverso la sua abilità diplomatica e

 le lusinghe, a non subire danni dall'invasione francese e poco dopo creò una

Lega Santa contro la Francia

 (31 marzo 1495):
l'esercito della coalizione, guidato da Francesco Gonzaga marchese di Mantova,

sconfisse quello francese

 nella battaglia di Fornovo. Lucrezia tornò a Roma dopo la Pasqua

 di quell'anno, mentre la posizione del marito si faceva sempre più ambigua:
il Papa gli aveva ordinato di lasciare Pesaro e di porsi al suo servizio,

mentre Giovanni intendeva porsi interamente

sotto la guida di Ludovico il Moro.
Nel marzo 1496 Lucrezia conobbe Francesco Gonzaga,

 quando quest'ultimo si stava recando a Napoli con l'esercito della Lega Santa.
Quando anche Giovanni Sforza lasciò Roma con il suo esercito per aiutare il marchese,

dopo aver preso vari soldi al Papa e rifiutato più volte di partire, trapelarono inquietanti indiscrezioni sul suo matrimonio;

 il legato di Mantova, scrisse:
«Forse ha in casa quello che altri non pensano»

aggiungendo che era partito sconvolto e non sarebbe tornato,
avendo lasciato «la moglie sotto il manto apostolico».
In maggio giunsero a Roma Jofré e Sancha, che fino ad allora avevano vissuto a Napoli.
Nel giro di poco tempo Lucrezia e Sancha divennero intime amiche.

 Il 10 agosto 1496 tornò a Roma anche Juan Borgia,
che nel 1493 si era recato in Spagna come duca di Gandia, sposando una cugina del re Ferdinando II d'Aragona.
Alessandro VI gli affidò il compito di guidare l'esercito papale contro la famiglia Orsini,
che aveva tradito il Papa durante l'invasione francese,

 ma la campagna del giovane Borgia si risolse in un completo disastro.
L'annullamento delle nozze e la relazione con Perotto Il 26 marzo 1497, giorno di Pasqua, Giovanni Sforza fuggì da Roma.

Questa fuga improvvisa si disse fosse
dovuta al timore per lo Sforza di essere ucciso dai Borgia e che fosse stata la stessa

 Lucrezia a far avvertire il marito.
Alessandro VI intimò al genero di tornare, ma egli rifiutò varie volte.

 Ludovico il Moro cercò una mediazione
con il signore di Pesaro chiedendogli il vero motivo della fuga, e lo Sforza rispose

che il Papa era furioso con lui e che, senza ragione, gli teneva lontana la moglie.

 In seguito il Moro seppe delle minacce che il Papa aveva fatto a Giovanni e

rimase sorpreso nel ricevere dal pontefice

 la richiesta di intercedere per il ritorno di Giovanni a Roma. Il 1º giugno il cardinale

Ascanio Sforza informò il Moro che il Papa aveva
il desiderio di sciogliere le nozze.
Per ottenere la separazione il Papa affermò che il matrimonio non era valido perché

Lucrezia era già promessa al signore di Procida Gaspare d'Aversa e che in ogni caso

 lo Sforza era impotente e quindi non aveva consumato le nozze:
in questo modo si poté avviare un processo per annullamento.

Giovanni Sforza allora accusò il Papa di incesto con la figlia.
Ludovico il Moro fece cadere l'insinuazione per evitare clamori e propose al cugino

di dimostrare  di essere in grado di consumare

 il matrimonio, una prova innanzi a testimoni

(un rapporto sessuale con sua moglie o altre donne davanti a testimoni

 accettati da entrambe le parti) ma Giovanni si oppose.
Nel frattempo Lucrezia si rifugiò nel convento di San Sisto, per sfuggire al clamore

 suscitato dalla sua vicenda matrimoniale.
Nel convento, alla metà di giugno, ricevette la notizia dell'omicidio di suo fratello Juan,
il cui mandante non fu mai ufficialmente scoperto.
Poco dopo, la famiglia Sforza tolse ogni sostegno al conte di Pesaro per evitare che il Papa

si arrabbiasse ulteriormente per il temporeggiare di Giovanni ad acconsentire

all'annullamento. Non avendo scelta, il conte firmò davanti a testimoni sia una confessione

di impotenza sia il documento di nullità.
Lucrezia confermò tutto ciò che il padre le aveva fatto firmare riguardo alla non

consumazione delle nozze davanti ai giudici canonici, che soddisfatti la dichiararono

 virgo intacta, senza neppure farla visitare dalle matrone
(12 dicembre 1497). Lucrezia li ringraziò in latino, «con tanta gentilezza che se fosse stata
un Tullio non avrebbe potuto dire più argutamente e con maggiore grazia».
L'annullamento delle nozze comportò un alto prezzo per la reputazione di Lucrezia.
In pochi credevano all'impotenza del conte di Pesaro e all'idea ch'ella fosse vergine:
prese così piede l'accusa d'incesto rivolta verso la famiglia Borgia.
In seguito, pochi mesi dopo l'annullamento delle nozze,
Lucrezia rimase nuovamente coinvolta in un altro scandalo a sfondo sessuale.
Il 14 febbraio 1498 fu ritrovato nel Tevere il cadavere di Pedro Calderón,

 chiamato familiarmente Perotto,
un prestante giovane spagnolo, messo di fiducia del Papa, che Alessandro VI avrebbe

usato per comunicare

con la figlia durante il periodo di reclusione in convento.

Secondo il vescovo e maestro di cerimonie Burcardo il giovane «era caduto
nel Tevere non certo di sua iniziativa», aggiungendo che «in città si è fatto un gran parlare».
Nei suoi Diarii, il veneziano Marin Sanudo afferma che assieme al corpo di Perotto

sarebbe stato ritrovato anche quello di Pantasilea, dama di Lucrezia.

Molti relatori indicarono Cesare come mandante
del duplice omicidio per ragioni strettamente attinenti a Lucrezia,

 che probabilmente era rimasta incinta del giovane spagnolo.
Inizialmente, grazie all'aiuto di Pantasilea, Lucrezia sarebbe riuscita a

 nascondere la gravidanza sotto ampie vesti
e in tale stato si sarebbe presentata davanti al tribunale ecclesiastico durante

 il processo di annullamento.
Dato che in quel periodo si stavano organizzando le seconde nozze per Lucrezia,

Cesare  non avrebbe permesso a nessuno di intralciare i progetti sulla sorella,

strettamente legati ai suoi,

 e quindi si sarebbe vendicato direttamente sulle persone interessate.
In un rapporto datato 18 marzo, un relatore ferrarese informò il duca Ercole che

«la figliola del papa ha partorito».
Del bambino che sarebbe nato nel convento di San Sisto, la cui esistenza sarebbe

 provata dalla tragica fine di Perotto e Pantasilea, non si seppe più nulla,

anche se alcuni storici l'hanno identificato con l'infans Romanus,
Giovanni Borgia, figlio d'Alessandro VI e quindi fratellastro di Lucrezia, nato in quel periodo,

 che ella accudirà sempre con grande affetto.

Duchessa di Bisceglie

Quando Lucrezia tornò nel palazzo di Santa Maria in Portico le trattative
per le sue seconde nozze si erano già concluse. Con una dote fissata a 40.000 ducati d'oro avrebbe sposato Alfonso d'Aragona,

 figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli,

 e fratello di Sancha. Il matrimonio, organizzato dal Papa e da Cesare che aveva

 gettato la porpora cardinalizia, sarebbe servito per avvicinare
i Borgia al trono di Napoli, unitamente al matrimonio ben più gratificante fra

Cesare e Carlotta d'Aragona, figlia legittima di Federico I di Napoli:

quest'ultime nozze però non avvennero, con gran disappunto del Papa.
Così Cesare, recatosi alla corte di Luigi XII di Francia, sposò Charlotte d'Albret,

sorella del re di Navarra.
Le nozze di Lucrezia si svolsero, davanti a pochi intimi,

nell'Appartamento Borgia il 21 luglio 1498.

Per Lucrezia, che subito si innamorò del marito, la figura del diciassettenne

duca di Bisceglie  non era del tutto estranea, poiché la sorella Sancha ne aveva più

volte tessuto le lodi

di fronte a lei: i contemporanei poi erano unanimi nel riconoscerlo

«l'adolescente più bello che si sia mai visto a Roma».

Nei mesi successivi Lucrezia e Alfonso vissero serenamente tenendo una corte,

ricevendo poeti, letterati, principi e cardinali. Grazie alla presenza
di Alfonso e sotto la protezione dei duchi di Bisceglie si formò un piccolo partito

aragonese che riuscirà più tardi a dare ombra a Cesare Borgia. Lucrezia infatti,

 pur detestando la politica, aveva imparato l'arte di muovere i propri
interessi durante gli intrighi politici.
Il 9 febbraio 1499, Lucrezia ebbe un aborto a causa di una caduta.

Questa perdita non scoraggiò i due sposi:
due mesi dopo Lucrezia era nuovamente incinta. In quel periodo la notizia del matrimonio

di Cesare con Charlotte d'Albret rallegrò Lucrezia, ma non Alfonso e Sancha poiché

capirono che le alleanze dei Borgia erano mutate nuovamente:
per sposarsi il Valentino aveva dovuto appoggiare militarmente la riconquista

del Milanese e  del regno di Napoli da parte di Luigi XII.Il Papa cercò di calmare

 l'ansia crescente di Alfonso che però fuggì rifugiandosi a Genazzano lasciando disperata

 la moglie incinta di sei mesi. Infuriato, Alessandro VI cacciò Sancha da Roma e

mise delle guardie
a sorvegliare il Palazzo di Santa Maria in Portico, quando seppe che Alfonso

incitava Lucrezia a raggiungerlo a Genazzaro.
Per evitare che i due figli rimasti senza coniuge fossero tentati di raggiungerli,
Alessandro VI optò per mandare Jofré e Lucrezia a Spoleto, nominando

quest'ultima governatore del ducato.
Posti i figli a Spoleto, principale piazzaforte a nord di Roma,

il Papa mostrò di aver aderito al partito francese.
Lucrezia e suo fratello, precedentemente uniti alla casata napoletana per opera di Cesare,

 furono costretti,  sempre per sua volontà, ad abbandonare gli interessi della loro

casa d'adozione e tenere Spoleto, in modo da bloccare eventuali truppe napoletane

mandate in aiuto al ducato di Milano invaso dall'esercito francese guidato da

Cesare e Luigi XII.
A Spoleto i fratelli Borgia ricevettero una calorosa accoglienza, e,

mentre Jofré si dedicava ai piaceri della caccia
e alle corse nei boschi, Lucrezia si immerse nel suo compito di governatore: organizzò,

a spese del comune, un corpo di marescialli che dovevano mantenere l'ordine,

impose una tregua di tre mesi fra Spoleto e la sua città rivale Terni
e infine fece istruire dal suo giudice ordinario i processi privati.

Un mese dopo il suo arrivo giunse da lei Alfonso,
che Alessandro VI era riuscito a rassicurare regalando loro la città,

 il castello e il territorio di Nepi.
Il 14 ottobre Lucrezia tornò a Roma con il marito e Jofré. La notte del 31 ottobre,
Lucrezia dette alla luce un bambino che verrà battezzato Rodrigo d'Aragona.
Il 29 giugno 1500 un violento temporale abbatté un camino sul tetto del Vaticano:
le macerie crollarono nei piani interni uccidendo tre persone,

 il Papa venne invece estratto svenuto e lievemente ferito alla fronte, tuttavia incolume.

Ciò costrinse Cesare a cercare di preservare, in caso di morte improvvisa del padre,

 la fortuna eccezionale che aveva ottenuto dalle continue vittorie in Romagna.
Ottenne sostegno da Venezia e dalla Francia, tuttavia non poté chiedere la stessa

 garanzia agli aragonesi di Napoli e della Spagna che, come rivale da contrapporgli,

avevano il marito di sua sorella,  Alfonso d'Aragona.
Fu così che la notte del 15 luglio 1500 Alfonso venne aggredito da uomini armati e,

pur cercando di difendersi, rimase gravemente ferito alla testa, alle braccia e alle gambe.

 A soccorrerlo furono la sorella Sancha e Lucrezia, che si presero cura dell'uomo:

si alternarono al suo capezzale evitando che rimanesse solo anche per un istante,
fecero venire da Napoli i medici per curarlo e, per paura del veleno,

 esse stesse preparavano il cibo per il ferito:
ottennero persino dal Papa una guardia di sedici uomini che vegliasse costantemente

 il duca.
Il 18 agosto, con un inganno, Lucrezia e Sancha vennero allontanate dalla stanza

 dell'infermo e Alfonso, ormai fuori pericolo e in via di guarigione,

 fu strangolato da Michelotto Corella,  sicario personale di Cesare.
«La sera stessa – scrisse Burcardo – verso la prima ora della notte,

 il cadavere del duca di Bisceglie

fu trasportato nella basilica di San Pietro e deposto nella cappella di

Nostra Signora delle Fabbri».Cesare, che inizialmente aveva fatto spargere

la voce che erano stati gli Orsini ad ordire l'assassinio, si giustificò
con il padre dicendo che il cognato aveva tentato di ucciderlo con un colpo di balestra:
mentre Alessandro VI accettò la spiegazione, Lucrezia, disperata per la morte del marito,

non lo fece.
Furiosa con il padre e il fratello, Lucrezia fu lasciata sola a piangere con Sancha e

venne colta da un'altissima febbre con delirio, rifiutando persino di mangiare.

A causa del suo ostentato dolore, il padre iniziò a trattarla freddamente:
«Prima, era in grazia del papa madonna Lucrezia sua figlia la quale è savia e liberale,
ma adesso il papa non l'ama tanto» scrisse l'ambasciatore veneziano.
Il punto di svolta A Nepi, dove Lucrezia fu inviata insieme al piccolo Rodrigo il 31 agosto
(per quietare ogni possibile astio con il padre e con Cesare), passò il periodo di lutto.
«Il motivo di questo viaggio era di cercare qualche consolazione o distrazione

dalla commozione
che gli aveva causato la morte dell'illustrissimo Alfonso d'Aragona, suo marito»

scrisse Burcardo. Il soggiorno a Nepi durò fino a novembre.

 A questo periodo risale un carteggio segreto fra Lucrezia e Vincenzo Giordano,
suo confidente e probabilmente suo maggiordomo.

Le lettere riguardavano inizialmente le vesti da lutto per lei,
il figlio e i servi, ma anche l'ordine di celebrare messe per il defunto;

 poco dopo però il tema delle lettere divenne più misteriose,

 con accenni agli intrighi interni del Vaticano.
Tornata a Roma, fu chiamata in Vaticano e le fu fatta la proposta di matrimonio

da parte del duca di Gravina, già suo pretendente nel 1498.

Lucrezia però declinò l'offerta e,

alla domanda del Papa sul perché avesse rifiutato, rispose:

«Per potere dedicarmi per intero a mio figlio»,

ma Alessandro VI non si accontentò della motivazione, a quel punto, a voce alta alla

presenza di tutti, Lucrezia disse: «Perché i miei mariti sono malcapitati»;
e «partì corrucciata» conclude il cronista veneziano.Il fatto che all'epoca il numero

di pretendenti per Lucrezia fosse alto, dimostra che molte famiglie altolocate erano

interessate a legarsi ai Borgia tramite le nozze con la figlia del Papa.
Molti storici sono d'accordo nell'affermare che questo periodo sia stato fondamentale

 per Lucrezia:comprese che era il tempo di lasciare l'ambiente romano,

ormai troppo opprimente

e privo della sicurezza di cui aveva bisogno, cercando qualcuno che fosse forte

almeno quanto i suoi parenti, ma che avesse un avvenire distaccato da quello di Cesare.
« Ben conchiuso pareva alla sua mente solo il destino di una donna negli attributi

di signora e di sposa, a capo di una corte, regnante; e pur non pensando a giudicare

i suoi e quindi a condannarli,

 quei Borgia tutti del suo sangue e della sua razza,
per la prima volta con la sua coscienza di donna accettava la necessità di abbandonarli:

di tradirli, anche. »
Le aspirazioni di Lucrezia si realizzarono quando iniziarono le trattative per il matrimonio

 con Alfonso d'Este, figlio di Ercole duca di Ferrara, allo scopo di rafforzare il potere

 di Cesare  in Romagna.
Lucrezia sarebbe entrata a far parte di una delle casate più antiche d'Italia e lei stessa

sembrò molto favorevole a queste nozze: ambiziosa come il padre e il fratello,

capì che essere duchessa di uno stato importante come
il Ducato di Ferrara era probabilmente la massima posizione a cui poteva aspirare.
La famiglia Este oppose però delle resistenze, dovute anche alle voci infamanti sul conto

di Lucrezia.
Per superare queste reticenze il Papa impose il suo volere su Luigi XII, protettore di Ferrara,
la cui approvazione avrebbe avuto un peso determinante nelle trattative.

 Alessandro VI ricattò il re precisando che avrebbe riconosciuto i diritti dei francesi sul trono

 di Napoli se egli avesse convinto gli Este ad approvare le nozze.
Luigi XII fu costretto ad accettare, ma consigliò ad Ercole di vendere caro

l'onore del suo casato.
Ercole richiese al Papa il raddoppio della somma proposta (100.000 ducati) e

 altri benefici al ducato e a parenti e amici.
Nel luglio 1501, durante le trattative, per dimostrare quanto Lucrezia fosse capace di grandi responsabilità e

 quindi una degna duchessa d'Este, Alessandro VI le affidò l'amministrazione del Vaticano,

mentre egli si recava a Sermoneta.Questa singolare situazione, di una donna ventunenne

 che governava il centro della Cristianità,

non sdegnò affatto gli intimi del Vaticano.
Il contratto di nozze venne stilato in Vaticano il 26 agosto 1501, e le nozze per procura a

Ferrara avvennero il 1º settembre:
quando, quattro giorni dopo, la notizia fu resa pubblica a Roma ci furono

grandi festeggiamenti e Lucrezia si recò
a rendere grazie alla Vergine alla Basilica di Santa Maria del Popolo.

Questa volta fu lei stessa parte attiva nelle
trattative matrimoniali e ricevette anche alcune lettere dal duca Ercole.

A metà dicembre giunse a Roma la scorta ferrarese
che doveva accompagnare la sposa a Ferrara, guidata dal cardinale Ippolito d'Este,

fratello di Alfonso.
Alla presentazione ufficiale di Lucrezia ai nuovi parenti, essi rimasero sbalorditi e

ammaliati dallo splendore della donna.
La sera del 30 dicembre 1501 Lucrezia ricevette la benedizione nuziale.

 Seguirono giorni di festeggiamenti mentre i soldi portati in dote da Lucrezia venivano minuziosamente contati.
Il 6 gennaio, dopo aver salutato amici e parenti, si appartò con il padre e Cesare

 per un lungo colloquio in stretto dialetto valenciano. Dopo, in italiano e a gran voce,

Alessandro VI la esortò a stare tranquilla
e a scrivergli per «qualunque cosa» desiderasse, «perché egli [avrebbe fatto,
lei assente, molto più di quel che non [avesse] fatto lei presente».Infine, ricevuta l'ultima benedizione dal Papa,

Lucrezia partì per Ferrara, mentre su Roma iniziava a nevicare.
Il 30 gennaio, dopo aver attraversato il centro Italia passando anche per Urbino e Bologna,
il corteo si fermò a Castel Bolognese, città di frontiera con il ducato di Ferrara:

qui Alfonso le venne incontro.
Lucrezia ricevette con gentilezza e rispetto il marito che, dopo due ore di conversazione,
la lasciò, pienamente soddisfatto, per precederla a Ferrara. Il 31 gennaio, a Malalbergo,
Lucrezia incontrò la cognata Isabella d'Este con la quale instaurerà un rapporto di segreta conflittualità:
entrambe si contenderanno fino alla fine il ruolo di prima donna alla corte estense.
A Torre de Fossa invece incontrò il duca Ercole, il resto della

famiglia Este e la corte ferrarese.
Il 2 febbraio, giorno della purificazione della Vergine, Lucrezia fece un solenne ingresso a

Ferrara,  accolta con gioia dagli abitanti della città. Dopo un ricco ricevimento,

Lucrezia si recò nei suoi appartamenti, dove poco dopo la raggiunse Alfonso e,

secondo quanto riferì il cancelliere di Isabella al duca di Mantova,
quella notte il matrimonio fu consumato tre volte.
Nuova vita alla corte estense Dopo i fastosi festeggiamenti dovuti alle nozze la vita alla corte ferrarese riprese

 i suoi ritmi quotidiani. Lucrezia cercò di adattarsi al nuovo ambiente,

 ma in poco tempo sorsero dei disaccordi sull'appannaggio di 10.000 ducati datole dal duca Ercole,

 da lei considerato troppo esiguo considerando l'enorme dote
che ella aveva portato agli Este. Gli effetti del suo malumore si ripercossero sui rapporti

con i suoi gentiluomini e gentildonne ferraresi, che si lamentarono della preferenza

che Lucrezia mostrava per le donne spagnole e quelle romane:
a Lucrezia infatti non importava essere popolare quanto creare attorno a sé una

compagnia di cui si potesse fidare ciecamente, senza ombra di sospetto.
In primavera Lucrezia restò incinta di Alfonso ma la gravidanza si rivelò difficile,

anche a causa delle notizie riguardo al saccheggio che le truppe di Cesare avevano

compiuto a Urbino, città che l'aveva accolta fastosamente poco tempo prima.
Queste vicende, unitamente al ritrovamento nel Tevere del cadavere di Astorre Manfredi,

da tempo detenuto a Castel Sant'Angelo, misero ancor più in cattiva luce i Borgia,

 e solo dopo aver fatto delle inchieste fra gli spagnoli i ferraresi
si convinsero che le manifestazioni di dolore di Lucrezia erano veritiere.
In estate Lucrezia fu contagiata da un'epidemia di febbre che aveva colpito Ferrara.

 Il 5 settembre fu colta da convulsioni e partorì una bimba morta.

La situazione difficile fu superata e Lucrezia rimase felicemente sorpresa nel vedere

 suo marito, in apprensione per la sua salute, quando si svegliò dal torpore.

 Il periodo di convalescenza fu passato nel monastero del Corpus Domini.

Sia all'andata che al ritorno, Lucrezia fu acclamata dal popolo e ben accolta dai cortigiani.
Le prodezze belliche di Cesare portarono la fama dei Borgia all'apogeo,

incutendo anche un certo timore, e di riflesso anche Lucrezia ricevette più considerazione

 da parte degli Este, tanto che il duca decise di aumentarle l'appannaggio. Dal momento che Ercole era vedovo

 Lucrezia iniziò ad essere chiamata «la duchessa»,
occupando anche posti di rappresentanza nelle celebrazioni pubbliche.

Grazie al suo amore per la cultura fece diventare la corte ferrarese il fulcro di una schiera di letterati,

 tra i quali vi era anche Ercole Strozzi, ch'ella prese sotto la sua protezione

offrendogli un'amicizia preferenziale.
Fu lui a parlare a Lucrezia dei magazzini veneziani, non lontani da Ferrara,
dove ella lo mandò per comprarle a credito stoffe regali, broccati dorati e di altre tonalità.
Come una rivincita contro l'avarizia del suocero, le spese di Lucrezia superavano

di gran lunga l'appannaggio concessole.
Fu sempre lo Strozzi a presentarle il suo intimo amico, l'ecclesiastico Pietro Bembo.

Il prestigio intellettuale, accompagnato dalla prestanza fisica, impressionò Lucrezia,

che iniziò con il Bembo un piacevole scambio di rime e versi.
Dopo qualche mese, come testimonia anche la corrispondenza fra i due, l'amore cortese e platonico si mutò

 in passione tanto che, quando il poeta cadde malato nel luglio 1503,

ella andò a trovarlo.
A Medelana, dove si era rifugiata la corte per sfuggire alla peste,
Lucrezia ricevette la notizia della morte di Alessandro VI, avvenuta il 18 agosto.
Lucrezia si chiuse in un lutto stretto, a cui nessun membro degli Este si associò.
I soli a starle accanto furono le sue donne, lo Strozzi e Pietro Bembo,

che continuò a scriverle lettere piene di consigli e di conforto.

 In questo periodo terribile il Bembo le consigliò di non mostrarsi disperata,
seppur ci fosse la possibilità di un ripudio dal momento che le nozze erano state imposte

dal Papa e Lucrezia non era ancora riuscita ad avere un erede. Dalla sua parte giocava

 però l'ammontare dell'enorme dote, che nel caso di ripudio doveva essere restituita,

 e il merito personale di essersi fatta benvolere dagli Este e dai ferraresi.
La disgrazia dei Borgia si accrebbe quando, dopo il breve pontificato di Pio III,

 fu eletto Papa Giulio II, nemico dichiarato della famiglia valenciana.

Il nuovo pontefice ordinò al Valentino l'immediata restituzione
allo Stato Pontificio di tutte le fortezze conquistate in Romagna. Cesare rifiutò,

 appoggiato da Lucrezia che difese
attraverso un piccolo esercito di mercenari il ducato di Romagna del fratello.

 La Repubblica di Venezia entrò in azione a favore del Papa, aiutando molti signori

a riottenere i domini tolti loro dal Valentino, tuttavia l'esercito
di mercenari di Lucrezia riuscì a sconfiggere i veneziani, difendendo Cesena e Imola.
Lucrezia si occupò anche del destino di suo figlio Rodrigo e di Giovanni Borgia,

l'Infans Romanus, suo fratellastro.
Il duca Ercole si oppose a far arrivare Rodrigo a Ferrara e le consigliò di mandarlo in Spagna

ma Lucrezia rifiutò e affidò

 il bambino ai parenti del padre, in modo da poter conservare

 i suoi possedimenti napoletani. Giovanni crebbe invece a Carpi insieme a

Girolamo e Camilla, i due figli illegittimi che Cesare Borgia aveva avuto da una delle dame
di compagnia di Lucrezia.
Giulio II si lamentò del comportamento di Lucrezia con il duca Ercole,

 il quale gli rispose che non partecipava a queste azioni, perché i mille fanti e i

cinquecento arcieri erano pagati solo dalla nuora.

 Nonostante ciò, Ercole appoggiò segretamente le azioni di Lucrezia, preferendo vedere la Romagna dominata da piccoli signori,

 amici o nemici dei Borgia, piuttosto che dal pontefice

o dalla Repubblica di Venezia. Tuttavia Cesare venne catturato
su ordine di Giulio II. Una volta in prigione, in cambio della libertà, acconsentì a parte delle richieste papali.
Una volta libero si rifugiò a Napoli, dove però venne arrestato con la complicità di Sancha d'Aragona e della vedova di Juan Borgia,

 e infine fatto imprigionare in Spagna.
Ercole d'Este morì di malattia il 25 gennaio 1505 e il giorno dopo Alfonso fu incoronato duca.
Dopo la cerimonia Lucrezia e Alfonso ricevettero le ovazioni e gli applausi dei ferraresi.
 

Duchessa di Ferrara
La duchessa Lucrezia Borgia, copia da Bartolomeo Veneto.Divenuta duchessa,

per rispetto al momento che le imponeva una nuova dignità ufficiale e forse perché

le frequenti lettere avevano risvegliato i sospetti di Alfonso,
Lucrezia decise di abbandonare la liason platonica con Pietro Bembo,

probabilmente in maniera consensuale.
Nel febbraio 1505, tuttavia, il poeta le dedicò Gli Asolani, un'opera che disquisiva d'amore.
Pietro si recò a Urbino e fino al 1513 continuò la sua corrispondenza con la duchessa,

che si improntò su toni più formali.
Il 5 settembre 1505, a Reggio, Lucrezia partorì un figlio maschio a cui venne dato nome Alessandro, che, di gracile costituzione,

morì solo dopo un mese. Lucrezia se ne addolorò molto: era la seconda volta

 che non riusciva a dare un erede agli Este.

 In quell'occasione il cognato, Francesco Gonzaga, cercò di consolarla promettendole
di intervenire per avere la liberazione di Cesare, cosa che parve rincuorarla:

 Lucrezia si prodigava ancora nel cercare di salvarlo, attraverso suppliche e preghiere.
Sorpreso dalla dolcezza e dalla fragilità della duchessa, tra i due cognati si stabilì

una complice intesa.
Francesco la invitò quindi nella sua tenuta di Borgoforte e Lucrezia accettò volentieri.

Successivamente i due cognati raggiunsero la duchessa Isabella a Mantova,

dove Lucrezia fu costretta dalla cognata ad una rivista generale di tutte
le opere d'arte, dei saloni e delle ricchezze possedute dai Gonzaga,

per dimostrarne la superiorità alla duchessa di Ferrara.
Tornata a Ferrara, Lucrezia trovò la corte sconvolta da un dramma scatenato dalla gelosia

fra il cardinale Ippolito e il suo fratellastro Giulio. La questione era nata

a causa della bella Angela Borgia,

dama e cugina di Lucrezia, contesa sia da Giulio che da Ippolito:

 quest'ultimo, respinto dalla dama, si era vendicato sul fratellastro facendolo
aggredire dai suoi servi deturpandogli il volto e accecandolo ad un occhio.

Alfonso cercò di far giustizia, ma non poté punire il fratello cardinale per evitare problemi

con la Santa Sede, tuttavia pretese una riconciliazione fra i fratellastri.
La faida però non si sanò neppure dopo l'intervento del duca Alfonso,

che fu accusato da Giulio di non aver fatto giustizia.
Fu in quel periodo che Giulio organizzò assieme al fratello Ferrante l'assassinio dei

due fratellastri maggiori.
La congiura fu scoperta nel luglio 1506 e Giulio e Ferrante furono graziati dalla pena

di morte e condannati all'ergastolo

(a differenza di altri cospiratori che finirono decapitati o squartati).
Verso la fine del 1506, Papa Giulio II sconfisse i Bentivoglio e conquistò Bologna.
Nel frattempo Cesare Borgia riuscì a fuggire dalla prigione di Medina del Campo,

 rifugiandosi in Navarra dai cognati d'Albret.
Lucrezia ricevette la notizia da un messaggero spagnolo mandatole dal Valentino

perché cercasse di aiutarlo e

 lei si adoperò subito per lui mandandogli lettere e denari e cercando

di ritrovare per lui l'appoggio di re Luigi XII, che però si rifiutò di aiutare il Valentino adesso

che era caduto in disgrazia.
Felice per la liberazione del fratello, Lucrezia passò il carnevale del 1507 divertendosi molto,
anche grazie alla presenza a corte di Francesco Gonzaga,

per il quale iniziò a provare un'affinità crescente, che sarebbe sbocciata in un sentimento

amoroso.

 Lucrezia ballò con tanto ardore con Francesco da subire un aborto.
Alfonso non nascose il suo malumore e fece capire alla moglie che la riteneva

responsabile della disgrazia,

tuttavia ella si riprese con rapidità e continuò i festeggiamenti.
In primavera Alfonso partì per Genova dove si trovava Luigi XII,

lasciando a Lucrezia il governo del ducato, cosa già avvenuta nel 1505 anche se

all'epoca però la reggenza era stata esercitata anche dal cardinale Ippolito.
Il 20 aprile giunse a Ferrara Juanito Grasica, fedele scudiero del Valentino,

 che recava la notizia della morte di Cesare Borgia.
Alla notizia Lucrezia mostrò «prudenza grande» e il suo «animo costantissimo»

 dicendo solo:
«Quanto più cerco di conformarme con Dio, tanto più me visita de affanni».

Ma, giunta la notte, le sue dame la sentirono piangere sola nella sua camera. Infine,

 in onore del fratello fece scrivere un canto funebre, in cui Cesare era presentato come l'eroe inviato dalla Provvidenza

 per unificare la penisola italiana.
Nell'estate 1507, dopo il ritorno del marito, Lucrezia rimase incinta.

 Iniziò quindi ad occuparsi con dedizione alla gravidanza ma,

al momento del parto, Alfonso decise improvvisamente

di andare a Venezia per un viaggio politico.
Seppur il pretesto fosse veritiero, pare anche che non volesse assistere alla perdita

 di un nuovo erede.
Il 4 aprile 1508 venne alla luce il futuro Ercole II, un bambino sano e robusto, e Lucrezia

si riprese velocemente dal parto.
Nel frattempo, già durante l'estate 1507, il rapporto fra Lucrezia e il cognato si fece sempre più appassionato e segreto.
Iniziò una corrispondenza e, per nasconderla, la duchessa adoperò nuovamente

Ercole Strozzi, già tramite fra la Borgia e Pietro Bembo,

il quale coltivava i sentimenti sibillini che Lucrezia

 provava verso il marito e che, come scrisse al Gonzaga, metteva a

repentaglio la vita per loro «mille volte l'ora».
Probabilmente durante l'estate i due cognati poterono ritrovarsi in una delle villeggiature

 ferraresi.
A complicare la situazione vi era la sotterranea ostilità fra Alfonso e Francesco,

di cui Lucrezia era del tutto consapevole.
Nelle settimane seguenti al parto, una lettera in cui Lucrezia sperava in una

 riconciliazione fra i due uomini, in modo che Francesco potesse venire a trovarla

 liberamente, venne probabilmente intercettata e una spia, un certo Masino del Forno

 (intimo del cardinale Ippolito),

 avrebbe teso una trappola al Gonzaga confondendolo per
attirarlo a Ferrara e provare così la sua relazione con la duchessa.

 Il piano non riuscì e Lucrezia, Francesco e lo Strozzi aumentarono le precauzioni,

 iniziando a bruciare le missive

 dopo averle lette.Il 4 giugno 1508 venne trovato ammazzato,

sotto i portici della chiesa di San Paolo,

 don Martino, un giovane prete spagnolo ex cappellano di Cesare e da pochi mesi giunto a Ferrara. Due giorni dopo,

 venne trovato in città il cadavere di Ercole Strozzi,

 trafitto da ventidue coltellate.
Non furono fatte indagini, seppur lo Strozzi fosse uno degli uomini più importanti di Ferrara.
Vi è ancora mistero attorno a questa morte. Afflitta a causa dell'omicidio,

 Lucrezia riprese ugualmente la corrispondenza con l'amante, tramite Lorenzo Strozzi,

fratello del defunto Ercole.
Nel frattempo, Giulio II, sostenuto dalle grandi potenze europee, dichiarò guerra a Venezia.
A capo dell'esercito papale venne posto Alfonso che, tramite la guerra,

 intendeva riottenere il Polesine.
Anche il duca di Mantova aderì all'alleanza contro i veneziani. Poiché il marito era in guerra,
Lucrezia si occupò di governare il ducato assieme ad un consiglio di dieci cittadini.
L'artiglieria pontificia guidata da Alfonso sconfisse i veneziani ad Agnadello,
ma il 9 agosto 1509 Francesco Gonzaga venne catturato dai veneziani. Lucrezia,
che il 25 agosto dette alla luce un bambino (il futuro cardinale Ippolito II d'Este),
fu l'unica a mettersi in contatto con Francesco e a preoccuparsi per lui durante la prigionia.
Conclusa con successo la campagna militare contro Venezia,

Giulio II ribaltò le alleanze politiche dichiarando guerra alla Francia.

Alfonso si rifiutò di tradire Luigi XII e venne scomunicato dal Papa. Francesco Gonzaga,
dopo essere stato costretto a mandare suo figlio Federico in ostaggio a Giulio II,

 venne nominato gonfaloniere della chiesa e posto a capo dell'esercito contro il ducato

 di Ferrara. D'accordo con la moglie Isabella,

il marchese trovò il pretesto per non attaccare

il ducato di Lucrezia. Nel frattempo Alfonso con l'aiuto del contingente francese guidato

 dal cavaliere Baiardo difese valorosamente Ferrara, sconfiggendo le truppe papali
alla bastia di Fosso Geniolo (11 febbraio 1511).
Lucrezia da perfetta castellana non mostrò paura per la situazione e ricevette i suoi

difensori vittoriosi con grandi onori, feste e banchetti. Il Baiardo la definì

«una perla in questo mondo» aggiungendo che «era bella e buona e dolce e cortese con tutti»
e che aveva «reso buoni e grandi servizi» al suo «savio e coraggioso» marito.

Ormai divenuta una donna matura, e dal crescente prestigio, riuscì a dare alla corte

ferrarese un ulteriore impulso in campo culturale, facendola diventare un cenacolo

delle lettere e delle arti.
Mentre il 22 maggio il Papa perdeva Bologna, riconquistata dai Bentivoglio,

Lucrezia si ritirò nel convento di San Bernardino per ragioni di salute.

In quel tempo si parlò anche di una sua visita a Grenoble, alla regina di Francia che aveva espresso il desiderio di conoscerla,

 tuttavia non partì, forse a causa di un altro aborto.
Nel 1512, la morte di Gastone di Foix e del fiore dell'esercito francese indussero Luigi XII

alla ritirata.
Alfonso, rimasto solo, decise, su consiglio di Lucrezia, di recarsi a Roma come penitente:

 il Papa lo accolse, togliendo la scomunica a lui, alla sua famiglia e alla città,

ma come compenso, Alfonso avrebbe dovuto liberare Giulio e Ferrante e anche

 lasciare il ducato di Ferrara al Papa in cambio della contea di Asti.
Prima di poter dare una risposta, il duca fuggì aiutato da Fabrizio Colonna.
Mentre era in ansia per il marito, Lucrezia ricevette la notizia della morte di Rodrigo,
il figlio che aveva avuto dal secondo marito. Nonostante la distanza,

 Lucrezia si era sempre presa cura del bambino e rimase sconvolta dalla sua morte

rifugiandosi per un mese nel convento di San Bernardino.
Solo il ritorno di Alfonso a Ferrara le dette nuovamente un po' di gioia. Alla morte di Giulio II,
che stava preparando un nuovo attacco contro gli Este, Ferrara esultò.

Grazie a Pietro Bembo, segretario particolare di papa Leone X, Ferrara e Mantova

si riconciliarono con la Santa Sede.
Al termine dei quattro anni di guerra Lucrezia era cambiata: incline alla devozione,
aveva iniziato a portare un cilicio sotto le camicie, rinunciò ai vestiti scollati

ed iniziò a frequentare
assiduamente le chiese di Ferrara e ad ascoltare le letture di opere religiose durante

 i pasti; infine si aggregò al terz'ordine francescano al quale fece aderire anche

 il marchese di Mantova.
Tutto questo non le impedì di rallentare il ritmo delle sue gravidanze.

Nel 1515 dette alla luce una bambina, battezzata Eleonora, e nel 1516 un bambino

 chiamato Francesco.

 Le numerose gravidanze, alternate ad aborti,
la indebolirono molto, non alterando però la bellezza della donna.
Quando Leone X manifestò intenzioni ostili nei confronti degli Este,

Alfonso richiese e ottenne la protezione di re Francesco I di Francia, recandosi alla

corte dei Valois assieme a Giovanni Borgia, da tempo sotto la protezione di

Lucrezia a Ferrara. Nel frattempo la duchessa fu colpita da vari lutti:
nel 1516 morì suo fratello Jofré, nel 1518 sua madre Vannozza e il 29 marzo 1519

Francesco II Gonzaga.
La primavera 1519 fu molto difficile: essendo nuovamente incinta e molto affaticata,
Lucrezia passò tutte le giornate a letto.
Il 14 giugno partorì una bambina, battezzata Isabella Maria,

ma la duchessa si ammalò di febbri puerperali e,
per alleggerirle il tormento, le furono tagliati i capelli. Il 22 giugno dettò una lettera

 per richiedere un'indulgenza plenaria al Papa, che gliela concesse.

 Infine firmò davanti al marito il suo testamento. Prima di cadere in coma affermò:
«Sono di Dio per sempre».

 Lucrezia Borgia morì il 24 giugno 1519 a trentanove anni. Lasciando la famiglia e la città
in un profondo lutto, venne sepolta nel monastero del Corpus Domini,

con indosso l'abito da terziaria francescana.
La famosa accusa di aver avuto una relazione incestuosa con il padre fu lanciata da

Giovanni Sforza contro il Papa durante il processo di annullamento di nozze con Lucrezia,

durante il quale il signore di Pesaro era stato accusato di impotenza.

Gli storici filoborgiani hanno etichettato le parole del duca di Pesaro come semplici

 calunnie, lanciate durante uno scatto d'ira dovuto all'orgoglio ferito.

Non sarebbe stato considerato, scrive Maria Bellonci
(nota biografa di Lucrezia), «tutto il contegno dello Sforza, dalle mille reticenze

 dei primi tempi, dalle allusioni misteriose alla causa della sua fuga, fino alla sua

confessione a Milano», ma anche  «i continui riferimenti» successivi, prosegue la Bellonci,

 «stanno a provare una certezza che era in lui, viva presente e maledetta».
D'altra parte, è stato supposto che Giovanni Sforza possa aver scambiato per

amore incestuoso le attenzioni calorose del Papa per la figlia.

 Alessandro VI possedeva infatti un'indole carnale e istintiva ed era solito manifestare
il suo amore paterno con gesti esageratamente affettuosi, specialmente nei riguardi di

Lucrezia, ma anche il suo delirio per il duca di Gandia (e poi per Cesare)

«par quasi accecamento d'innamorato».
Maria Bellonci si chiede se lo Sforza «avesse qualche cosa in più che vizi e sospetti»,
ma fa notare che pur accusando il Papa, Giovanni salvava la moglie,

 tanto da cercare e richiedere più volte al

 Papa di riaverla con sé: «si avranno ragioni di credere che ella dovesse essere salvata,

o che nulla fosse accaduto e tutto si limitasse a sospetti, o, nella più infernale delle ipotesi,
che in lei ci fosse solo l'errore di uno smarrito e soggiogato assertimento;

la coscienza il desiderio e la responsabilità dell'incesto restando, se mai, dall'altra parte».
Tuttavia l'accusa di incesto si diffuse rapidamente nelle corti italiane (e fuori d'Italia),
facendosi sentire nuovamente, durante le trattative per le nozze fra Lucrezia e

 Alfonso d'Aragona.
A queste si unì la voce di una certa promiscuità sessuale della ragazza,

dovute alla relazione con Pedro Calderon:
si stava formando a Roma e in Italia la vox populi per la quale il cronista veneziano

Giuliano Priuli chiamerà più tardi Lucrezia

la più gran "puttana" che fosse in Roma e il cronista umbro Matarazzo la presenterà

come colei  che portava il gonfalone delle "puttane". Tuttavia,

 i cronisti dei vari stati italiani ai quali non era sfuggito il fatto pur tanto segreto di

Pedro Calderon non parlano mai, neppure di sfuggita, di altri amori di Lucrezia.
Riguardo l'incesto con i fratelli, ci furono insinuazioni maligne sul fatto che

Cesare avesse fatto uccidere il fratello Juan non solo perché intralciava i suoi piani politici,

 ma perché geloso, poiché era preferito «nell'amore da madonna Lucrezia sorella comune»

dice il Guicciardini nella sua Storia d'Italia.
Come scrive una biografa inglese di Lucrezia, Sarah Bradford, il rapporto che legava i fratelli Borgia era molto stretto,

 in particolare quello fra Cesare e Lucrezia: «che avessero commesso incesto o no,

senza dubbio Cesare e Lucrezia

si amavano più di quanto amassero chiunque altro e mantennero la reciproca fedeltà fino

 alla fine».
Più grave, perché ritrovata in una corrispondenza privata e non in una cronaca destinata al pubblico e

più facilmente inquinata da intenzioni polemiche, è la relazione fatta al

re Federico di Napoli da parte di due suoi inviati:
ai quali, andati dal duca di Salerno per sapere se davvero avrebbe acconsentito ad un

matrimonio tra Lucrezia

e un suo figlio, rispondeva che avrebbe perduto tutti i suoi beni

 piuttosto che accogliere in casa una donna «qualificata com'è»,
cioè malissimo, «quale era pubblica fama de havere dormito con li fratelli».

Tuttavia l'accusa di incesto fraterno,
secondo Maria Bellonci, è dubbia, poiché Giovanni Sforza non fece nessuna

allusione ai cognati nelle accuse  di incesto rivolte contro i Borgia.
Personaggio importante per avere notizie della vita privata di

Lucrezia a Roma è Burcardo di Strasburgo,
maestro delle cerimonie durante il pontificato di Papa Borgia.

Nel suo preciso diario il Liber Notarum, il Burcardo riporta con un'ostentata ritenutezza di linguaggio e d'indagine,

senza mai fare pettegolezzo né esprimere
la sua opinione, accurate descrizioni di scene alle quali ha, da cerimoniere,

forse anche assistito. Generalmente ritenuto dagli storici una fonte di informazioni oggettiva riguardo la corte papale,
era preciso ed esatto anche di fronte a se stesso, se avesse voluto imbottire il suo diario di testimonianze contro i Borgia,

avrebbe potuto farlo facilmente. È invece vero che egli parla appena di Giulia Farnese,

 quasi mai di Vannozza e mai del divorzio fra Lucrezia e Giovanni Sforza, «tutti scandali maneggevoli

– scrive Maria Bellonci – che facevano mulinare cervelli e discorsi in Vaticano e per Roma».
Sono essenzialmente due gli episodi scabrosi, annotati dal cerimoniere, riguardanti Lucrezia,
accaduti entrambi durante il periodo di trattative per il terzo matrimonio della Borgia.
Il primo è il "Ballo delle castagne", festa dal risvolto orgiastico ideata da Cesare,

 la sera del 31 ottobre 1501.
Secondo il fiorentino Francesco Pepi, «il duca di Valentino aveva fatto venire in palazzo

cinquanta cortigiane "cantoniere" e

tutta la notte stettero in voglia di balli e riso»: dopo una cena veloce,

le cortigiane erano entrate
ed avevano iniziato a ballare con servitori e giovani di casa,

 «primo in vestibus suis deinde nude»;
a notte fonda Cesare fece mettere in terra i candelabri accesi e le donne nude a carponi

dovevano fare a gara per

raccogliere le castagne lanciate loro, incitate dal Papa, Cesare e

«domina Lucretia sorore sua» scrive Burcardo.
Il secondo episodio narrato dal cerimoniere avvenne l'11 novembre 1501,

quando da una finestra,  Alessandro VI e Lucrezia assistettero «cum magno risu et

delectatione» ad una selvaggia scena di monta fra quattro stalloni e

 due giumente. Il Burcardo però parla di questi due fatti come isolati; poiché,

se fossero stati più frequenti,

 li avrebbe certamente annotati. La Bellonci suppone che possano essere stati
«spettacoli di iniziazione matrimoniale che non avrebbero offeso una donna già sposata

due volte».
La lettura di questi due episodi ha per lungo tempo «suscitato scandalo e

orrore nei commentatori puritani o ipocriti,
mentre gli esaltatori di Lucrezia non vogliono credere che ella potesse

partecipare a una tale sorta di baccanale»
scrive Geneviève Chastenet, biografa francese di Lucrezia, concludendo:

«Ma ciò significherebbe dimenticare che si tratta di svaghi perfettamente consoni

 al costume rinascimentale».
Molti storici hanno infine cercato di ridimensionare le accuse di perversione rivolte

contro di lei durante il periodo passato nella Roma dominata dai Borgia.

 «Per propria esperienza, [Lucrezia] poteva già sapere che
abominevole mondo fosse quello, nel quale viveva.

Sbagliano però quei che credono, ch'essa o altri a lei simili,
lo vedessero e giudicassero così come lo facciamo noi oggi o forse fecero alcuni pochi,

animati allora da sentimento più puro.

S'aggiunga per di più, che in quel tempo i concetti della religione, della decenza
e della moralità non erano gli stessi che oggi prevalgono» dice Ferdinand Gregorovius.
La tesi dello storico tedesco è ripresa poi, ad esempio, anche da Roberto Gervaso

 nel suo saggio sulla famiglia Borgia:
«Se non fu una santa non fu nemmeno un mostro. Se non si fosse chiamata Borgia,
non avrebbe avuto bisogno né d'avvocati difensori, né di postume e tardive riabilitazioni».
Altra accusa riguardante Lucrezia, e in generale la sua famiglia, è l'uso di un

 veleno micidiale, chiamato cantarella, con la quale i Borgia avrebbero eliminato

i propri nemici, versandolo nelle bevande o sul cibo.
Lucrezia venne associata all'uso di questo veleno borgiano, divenendo una delle più famose avvelenatrici,

 dopo la messa in scena della tragedia romantica di Victor Hugo:
«Un veleno terribile - dice Lucrezia - un veleno la cui sola idea fa impallidire ogni italiano
che sa la storia degli ultimi vent'anni .

 Nessuno al mondo conosce un antidoto a questa composizione terribile,
nessuno, ad eccezione del papa, del Signor Valentino e di me».

 Tuttavia i chimici e i tossicologi odierni sono convinti
che la cantarella, veleno capace di dare la morte in un tempo stabilito e misurato,
faccia solamente parte della leggenda borgiana.
Nel corso dei secoli la figura di Lucrezia è stata tramandata indissolubilmente legata

 alla fama della famiglia Borgia.
Seppur da quando era divenuta moglie del duca di Ferrara nessun pettegolezzo

l'avesse più sfiorata, e che quindi durante gli ultimi anni della sua vita fosse finalmente

riuscita a cancellare il marchio d'infamia da cui era segnata, dopo la sua morte,

 le accuse mosse contro di lei in gioventù tornarono alla ribalta.
Ad esempio, già nel 1532, Francesco Maria I Della Rovere vietò al figlio

Guidobaldo il matrimonio con donne indegne

di lui, portandogli ad esempio le nozze di Alfonso I di Ferrara con Lucrezia Borgia,

«una donna di quella sorta che pubblicamente
si sa». Ma fu soprattutto Guicciardini che, attingendo alle voci che correvano o alle satire,

diffuse la fama scandalosa sulla figura della donna scrivendo nella sua Storia d'Italia:

«Lucrezia Borgia non si considera se non come la figlia incestuosa di Alessandro VI,

 l'amante a un tempo di suo padre e dei suoi due fratelli [Cesare e Juan]».
Durante il Seicento la società non si scandalizzò della vita ai tempi dei Borgia,
la quale sposava bene la fede e la licenza dei costumi. Tutto cambiò in seguito alla revoca dell'editto di Nantes nel 1685,
che provocò una rottura in seno alla comunità scientifica. Il grande dotto Leibniz,

come protesta alla mancata riconciliazione fra cattolici e protestanti,

polemizzò pubblicando nel 1696 alcuni estratti del Diario del Burcardo,
presi fra quelli più scandalosi, sotto il titolo di Specimen Historiæ Arcane,

sive anecdotæ de vita Alexandri VI Papæ.
Il libro ebbe un successo straordinario e venne stampato nuovamente,

mentre nel suo commento l'erudito sottolineava

come non sia era mai vista una Corte più insudiciata

di crimini come quella di Papa Borgia.
Nel 1729 l'antiquario scozzese Alexander Gordon pubblicò la sua

Vita del papa Alessandro VI e di suo figlio Cesare Borgia
(The Lives of Pope Alexander VI and his son Cæsar Borgia), nella cui

«Prefazione» aveva cura di scrivere sulla figlia del Papa:
«Lucrezia, figlia di Alessandro, è famosa per la sua dissolutezza quanto lo era

Lucrezia la Romana per la sua castità:
Cesare non lo è da meno per un doppio fratricidio e incesto commesso con la

 propria sorella ».
L'opera fu il primo esempio di studio referenziario sui Borgia. Nel 1756,

Voltaire tratta con sagacità di Alessandro VI nel suo Essai sur les moeurs, dove mette

 in dubbio l'uso del veleno da parte dei Borgia e l'avvelenamento del Papa

come causa della sua morte,

 tuttavia ripete le accuse d'incesto nei confronti Lucrezia e i crimini di Cesare.
Nel periodo della Rivoluzione francese seguì una rivalutazione sia dell'avventura militare di Cesare sia

 delle intenzioni che Machiavelli aveva espresso ne Il Principe,

cioè l'idea che il Valentino avesse voluto la costruzione di

 uno Stato laico dove in seguito si sarebbe potuta instaurare la libertà.

 Con l'avvento dell'Impero francese
e in seguito della Restaurazione si creerà nuovamente diffidenza nei riguardi

della storia dei Borgia, i cui episodi di indipendenza e di libertà si erano amalgamati

 bene con le idee dei rivoluzionari francesi.
Vi fu un ritorno quindi alla critica discreta dei loro costumi.
Lord Byron, famoso esponente del romanticismo inglese, fu talmente affascinato

 dalla reputazione di Lucrezia che,

dopo averne esaminato a Milano le lettere d'amore,

rubò un capello dalla ciocca bionda che le accompagnava, definendo quei capelli come

 «i più belli e i più biondi che si possa immaginare». Nel febbraio 1833,
fu rappresentata per la prima volta Lucrezia Borgia, tragedia di Victor Hugo, nella quale la duchessa di Ferrara viene descritta

come archetipo di malvagità femminile, divenendo,

 «col favore tenebroso dei romantici, [un']avvelenatrice e [un']Erinni».

 Il dramma ispirò Felice Romani, che compose il libretto dell'opera omonima
di Gaetano Donizetti.
 

L'uso di veleni e di pugnali si ritroverà anche nel primo volume della serie

 Les crimes celebres di Alexandre Dumas padre,
dove l'autore tratteggia di Lucrezia un fosco e colorito ritratto:

«La sorella era degna compagna del fratello.
Libertina per fantasia, empia per temperamento, ambiziosa per calcolo,

 Lucrezia bramava piaceri, adulazioni, onori, gemme, oro, stoffe fruscianti e palazzi sontuosi.

Spagnola sotto i suoi capelli biondi, cortigiana sotto la sua aria candida,

 aveva il viso di una madonna di Raffaello e il cuore di una Messalina».
Successivamente, lo storico francese Jules Michelet vide simboleggiato

nell'«andalusa italiana»

 il demone femminile insediato sul trono vaticano.
Dal primo matrimonio,
 annullato per non consumazione, Lucrezia non ebbe figli.

Tuttavia, secondo relatori estensi, pare che nel marzo 1498, abbia avuto un figlio da

Pedro Calderón, messo del padre. Di questo figlio, partorito nel monastero di San Sisto,

 si sa poco: secondo una teoria ipotizzata dalla storica inglese Sarah Bradford,
potrebbe essere morto alla nascita o poco dopo; l'ipotesi nasce dal fatto che la maggior

 parte delle gravidanze di Lucrezia si risolsero con aborti.
A Lucrezia in molti attribuiscono la maternità dell'infans romanus, l'infante romano,

al secolo Giovanni Borgia, che molti storici hanno identificato con il figlio che

Lucrezia partorì nel monastero di San Sisto.
Tuttavia anche il padre del bambino è misterioso: Alessandro VI in una bolla papale,

attribuisce la paternità al figlio Cesare, ma in seguito, con una bolla segreta

nel settembre 1502, la attribuisce a sé;
questi particolari hanno fatto credere che il bambino fosse frutto di una relazione

 incestuosa tra padre e figlia.
 

Dal secondo matrimonio,
dopo un aborto avvenuto nel febbraio 1499, Lucrezia ebbe:
Rodrigo d'Aragona 1499 1512 Primo e unico figlio di Lucrezia e Alfonso d'Aragona,
figlio illegittimo del re Alfonso II di Napoli.

Dopo l'assassinio del padre e le nuove nozze della madre,

 il bambino fu affidato a Francesco Borgia,
cardinale di Cosenza. Rodrigo e la madre non si videro più da quando ella, il 6 gennaio 1502,
partì per Ferrara dal terzo marito, tuttavia continuò da lontano ad occuparsi del figlio.
Morto Papa Alessandro VI, il bambino fu affidato alla cura prima della zia

Sancha d'Aragona e poi di Isabella d'Aragona.
Morì a Bari nel 1512 di malattia.

Dal terzo matrimonio,
con Alfonso I d'Este, dopo una serie di aborti, Lucrezia partorì:
Alessandro d'Este 1505 1505 Al bambino venne messo nome Alessandro in onore del nonno materno.
In seguito al parto,
Lucrezia cadde ammalata di febbre puerperale ma si riprese.

Il bambino invece, un mese dopo la nascita, si ammalò gravemente e morì nell'ottobre

 del 1505.  Venne sepolto presso il monastero del Corpus Domini.

Ercole II d'Este 1508 1559 Successe al padre nel 1534, e poté approfittare della quiete

 relativa stabilitasi in Italia in conseguenza del predominio spagnolo, destreggiandosi

abilmente tra Francia e Spagna, sebbene inclinazioni e rapporti personali lo

legassero di più alla Francia.

 Quando però Enrico II di Francia
riprese nel 1551 l'attività militare nella penisola, Ercole II lo appoggiò,

assumendo nel 1556 il comando della lega formatasi
in funzione antimperiale tra Francia, Stato Pontificio e Ferrara.

Negli anni del suo governo Ferrara divenne uno dei centri principali della

Riforma in Italia, perché sua moglie,

Renata di Francia,   convertitasi alle idee di Calvino,
protesse i riformati, tanto da venire a contrasto con il marito che la fece confinare

 nel castello degli Este per volere del papa Paolo III.
Ippolito II d'Este 1509 1572 Nel 1519, a soli dieci anni, ricevette la cresima e gli ordini minori;
lo zio cardinale Ippolito d'Este, da cui aveva ripreso il nome,

 gli cedette l'arcivescovato di Milano
(senza però le laute rendite dello stesso, che si era riservato fino alla morte,
avvenuta nel 1520) ed il 20 maggio ottenne da Leone X l'investitura episcopale.
Papa Paolo III lo creò cardinale nel concistoro del 20 dicembre 1538.

Visse a lungo alla corte di Francesco I di Francia,
che lo nominò più volte nei conclavi come suo candidato.

 Rinunciò al governo pastorale dell'arcidiocesi di Milano il 19 marzo 1550, ma riebbe l'amministrazione apostolica nel 1555,

 a cui rinunciò nuovamente il 16 dicembre 1556. Nel 1552 fu nominato governatore di Siena.

 Morì a Roma dopo breve malattia nel pomeriggio del 2 dicembre 1572.
Alessandro d'Este 1514 1514 Nato il 1º aprile 1514, morì poco dopo la nascita.
Eleonora d'Este 1515 1575 I duchi di Ferrara le misero nome Eleonora in onore della nonna paterna Eleonora d'Aragona,

 figlia del re Ferdinando I di Napoli, morta anni prima.

Crebbe a Ferrara e a quattro anni perse la madre.
Eleonora fu l'unica figlia femmina a sopravvivere ai genitori.

Divenne monaca al Corpus Domini e alla morte venne sepolta
nel monastero del Corpus Domini accanto alla madre e ad altri membri della famiglia.
Francesco d'Este 1516 1578 Come capitano della cavalleria leggera, fu spedito dal fratello
Ercole II d'Este in aiuto di Carlo V nel maggio del 1536 in Lombardia.

Si sposò con Maria de Cardona,
marchesa di Padova. Da questa non ebbe prole mentre ebbe invece due figlie da una donna rimasta sconosciuta:
Bradamante d'Este e Marfisa d'Este. Entrambe le bambine vennero legittimate

alcuni anni dopo la loro nascita sia dal papa Gregorio XIII sia dal duca di Ferrara

 Alfonso II d'Este.

 Francesco venne nominato da Paolo III marchese di Massa Lombarda,

 con diritto di trasmettere il titolo agli eredi maschi e facoltà di battere moneta.
Nel 1559 fece costruire a Ferrara una Palazzina che, alla sua morte,

passò in eredità a sua figlia Marfisa, da cui prese il nome di Palazzina di Marfisa d'Este.
Isabella Maria d'Este 1519 1521 La bambina fu chiamata Isabella in onore della

zia paterna Isabella d'Este.
Lucrezia, già molto debole per tutto il periodo della gravidanza,
nel darla alla luce si ammalò gravemente e morì pochi giorni dopo. Isabella Maria visse,

 a Ferrara, altri due anni e fu sepolta presso il monastero del Corpus Domini accanto

alla madre e al fratello Alessandro d'Este.
Alessandro VI era infatti accusato di simonia dal cardinale Giuliano della Rovere,

 fuggito in Francia per chiedere a re Carlo VIII la convocazione di un Consiglio Generale

per deporre il Papa. Nel frattempo anche il cardinale Sforza era fuggito da Roma e unitosi ai Colonna,

richiedeva anch'esso la deposizione del pontefice.
Nonostante queste preoccupazioni, Alessandro VI si lamentò molto

di non ricevere notizie dalla figlia, come nell'occasione in cui a Roma giunsero false voci

che davano Lucrezia morta o malata in modo gravissimo,
le quali gettarono il Papa nell'angoscia. Successivamente la rimproverò aspramente

per la sua incostanza nello scrivergli.