clemente vii

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una targa in un edificio di

Borgo Pinti a Firenze che ricorda la nascita di Giulio VII

 .

 

Papa Clemente   VII nato Giulio Zanobi di Giuliano de' Medici

NOTE

 
-Formazione
-Arcivescovo di Firenze
-Al servizio di Leone X e di Adriano VI
-Relazioni con la chiesa tedesca
-Lo scisma anglicano
- Relazioni con i monarchi cristiani

- La Seconda Lega Santa
-La pace con Carlo V
- Governo dello Stato pontificio
-Mecenatismo e opere realizzate a Roma
-Morte e sepoltura
-Vita privata
-Cardinali creati da Clemente VII
 

 

 Formazione

 

 

 

Una targa in un edificio di Borgo Pinti a Firenze che ricorda la nascita di Giulio
Giulio era figlio naturale, poi legittimato di Giuliano de' Medici,
ucciso nella Congiura dei Pazzi un mese prima della sua nascita, e di una certa Fioretta,
forse figlia di Antonio Gorini. Da giovane fu affidato, dallo zio Lorenzo il Magnifico,
alle cure di Antonio da Sangallo. Dopo poco tempo, però, lo zio lo prese direttamente

sotto la sua protezione.
Nel 1488 riuscì a convincere[ma se aveva dieci anni...]

Ferdinando II d'Aragona a concedergli
il priorato di Capua dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme,
beneficio prestigioso e molto remunerativo.
Nel 1495, a causa delle sollevazioni popolari contro il cugino Piero,
Giulio de' Medici scappò da Firenze per rifugiarsi prima a Bologna, poi a Pitigliano,
Città di Castello e Roma, dove visse per molto tempo ospite

 del cugino cardinale Giovanni, il futuro papa Leone X.

 

 Arcivescovo di Firenze

 


Il 9 maggio 1513 fu nominato arcivescovo di Firenze dal cugino papa Leone X,
che aveva ripreso la città sconfiggendo le truppe francesi alleate dei repubblicani fiorentini.
Il 14 agosto dello stesso anno Giulio fece il suo ingresso a Firenze.
Alla morte del cugino Lorenzo de' Medici divenne anche signore della città.
Sia come arcivescovo che come governatore[È il termine giusto?
si dimostrò un abile uomo di governo.
Pur ricevendo spesso incarichi e missioni diplomatiche per conto del Papa
non trascurò mai la sua arcidiocesi e con la collaborazione del suo vicario generale
Pietro Andrea Gammaro volle conoscere, attraverso i singoli inventari,
la situazione di tutte le chiese sotto la sua giurisdizione.

Nel 1517 tenne un sinodo di tutto il clero diocesano.
Sventò una congiura tramata contro di lui e fu inflessibile contro i suoi nemici (1522).

 

 

 

 Al servizio di Leone X e di Adriano VI
 

Card Giulio de' Medici

Papa Leone X

Card Luigi de' Rossi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cardinale Giulio de' Medici (a sinistra) con Leone X (al centro) e il cardinale Luigi de' Rossi (a destra).

Nel 1513, con l'elezione di Leone X, Giulio ebbe la concessione dell'arcidiocesi

di Firenze.Il 29 settembre dello stesso anno, dopo una serie di procedure e

l'ottenimento delle dispense necessarie a superare lo scoglio della sua nascita

 illegittima, Giulio fu creato cardinale diacono del titolo di Santa Maria in Domnica.
Dopo questa nomina iniziò la sua ascesa, caratterizzata da una grande ricchezza

di benefici ecclesiastici e da un ruolo molto delicato all'interno della politica pontificia.
Tra le sue azioni è da ricordare il tentativo di costituire un'alleanza con l'Inghilterra

per aiutare Leone X a contrastare le mire egemoniche di Francia e Spagna;
per questo motivo fu nominato cardinale protettore d'Inghilterra.
La caratteristica principale della politica di questo periodo fu la ricerca

 di un equilibrio tra i principi cristiani e l'indizione del Concilio Lateranense V

(1512-1517), durante il quale Giulio si interessò di lotta contro le eresie.
Da cardinale diacono nel frattempo fu dichiarato cardinale prete con il titolo di
San Clemente (26 giugno 1517) e poi di San Lorenzo in Damaso.
Il 9 marzo 1517 fu nominato Vicecancelliere di Santa Romana Chiesa,
incarico che gli diede modo di mettere alla prova le sue qualità diplomatiche.
Nel delicato incarico mostrò un contegno serio in confronto a quello mondano e
dissoluto del cugino. Mentre cercava di organizzare una crociata contro i turchi,
che Leone X reputava assolutamente necessaria, dovette risolvere due problemi:
la protesta luterana, e la successione dell'Impero che, dopo Massimiliano I,

 toccò al nipote Carlo, già re di Napoli. Nel corso del 1521 la situazione di Firenze

 (di cui era Governatore cittadino)
lo tenne lontano per lungo tempo da Roma, ma l'improvvisa morte del papa,

 avvenuta nello stesso anno, lo costrinse a tornare a Roma per partecipare al conclave.

 Fu eletto Adriano VI, di cui aveva sostenuto la candidatura per ottenere l'appoggio

di Carlo V.

L'anno successivo fu vittima di una congiura, senza conseguenze,

ordita dai repubblicani. Il 3 agosto 1523 l'opera diplomatica di Giulio giunse alla

conclusione:
venne ratificata l'alleanza tra il papato e Carlo V. Poco dopo,
nel settembre 1523 morì Adriano VI e Giulio, con l'appoggio dell'imperatore,
dopo un difficile conclave che si protrasse per 50 giorni, fu eletto al soglio di Pietro.
Il 19 novembre Giulio de' Medici assunse il nome di Clemente VII.
 

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 Composizione del Conclave

Al conclave tenutosi dal 1º ottobre al 19 novembre 1523 parteciparono 45 cardinali.
Presero parte alla votazione finale 39 cardinali su 45:
Bernardino López de Carvajal, vescovo di Ostia e Velletri, decano del Sacro Collegio dei Cardinali
Francesco Soderini, vescovo di Palestrina
Alessandro Farnese, seniore, vescovo di Frascati (Eletto papa Paolo III nel Conclave del 1534)
Niccolò Fieschi, vescovo di Sabina
Antonio Maria Ciocchi del Monte, vescovo di Albano
Marco Cornaro, amministratore di Verona
François Guillaume de Castelnau-Clermont-Lodève, arcivescovo di Auch
Sigismondo Gonzaga
Pietro de Accolti
Achille Grassi, vescovo di Bologna
Lorenzo Pucci
Giulio de' Medici, arcivescovo di Firenze, amministratore di Narbona. (Eletto papa Clemente VII)
Innocenzo Cibo, amministratore di Torino e di Marsiglia
Giovanni Piccolomini, arcivescovo di Siena, amministratore de L’Aquila
Giovanni Domenico de Cupis, amministratore di Trani
Andrea della Valle, vescovo di Mileto, vescovo di Crotone, amministratore di Gallipoli
Bonifacio Ferreri
Giovanni Battista Pallavicino, vescovo di Cavaillon
Scaramuccia Trivulzio
Pompeo Colonna, amministratore di Potenza
Domenico Giacobazzi
Louis de Bourbon de Vendôme, vescovo di Laon, amministratore di Le Mans
Lorenzo Campeggio
Ferdinando Ponzetti, vescovo di Grosseto
Silvio Passerini
Francesco Armellini Pantalassi de' Medici
Tommaso De Vio, O.P., vescovo di Gaeta
Egidio da Viterbo, O.E.S.A.
Cristoforo Numai, O.F.M., amministratore di Alatri, amministratore di Isernia
Gualterio (o Guillermo) Raimundo de Vich, vescovo di Barcellona e Cefalú
Franciotto Orsini
Paolo Emilio Cesi
Alessandro Cesarini, amministratore di Pamplona
Giovanni Salviati, amministratore di Ferrara
Nicolò Ridolfi, amministratore di Orvieto
Ercole Rangoni, vescovo di Modena
Agostino Trivulzio, amministratore di Bobbio e Alessano
Francesco Pisani
Willem van Enckevoirt, vescovo di Tortosa

I seguenti cardinali non parteciparono al conclave:
Matthew Lang von Wellenberg, arcivescovo di Salisburgo
Thomas Wolsey, arcivescovo di York, vescovo di Durham
Alfonso di Portogallo, arcivescovo di Lisbona, vescovo di Évora
Albrecht von Brandenburg, arcivescovo di Magonza
Eberhard von der Mark, vescovo di Liegi e Chartres
Giovanni di Lorena, vescovo di Metz, amministratore di Toul

Nonostante la scomunica comminata a Martin Lutero da papa Leone X nel 1521,
la Riforma si andava espandendo sempre più in Germania.

Nella seconda dieta di Norimberga, del febbraio 1524, gli stati tedeschi ratificarono l'editto di Worms come legge dell'Impero,
promettendo, però, al legato pontificio, cardinale Lorenzo Campeggio, di mandarlo in esecuzione soltanto "nei limiti del possibile" e chiedendo un concilio nazionale che avrebbe dovuto aver luogo a Spira nello stesso anno.
Sia il papa che l'imperatore negarono tale eventualità.

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Relazioni con la chiesa Tedesca

Nonostante la scomunica comminata a Martin Lutero da papa Leone X nel 1521,

 la Riforma si andava espandendo sempre più in Germania. Nella seconda dieta di Norimberga, del febbraio 1524, gli stati tedeschi ratificarono l'editto di Worms

come legge dell'Impero, promettendo, però, al legato pontificio,

cardinale Lorenzo Campeggi, di mandarlo in esecuzione soltanto

 "nei limiti del possibile" e chiedendo un concilio nazionale che

 avrebbe dovuto aver luogo a Spira nello stesso anno.

Sia il papa che l'imperatore negarono tale eventualità.

Lo scisma anglicano


Clemente VII fu talmente attento alla politica italiana ed europea che trascurò e

sottovalutò il movimento protestante, in special modo quello inglese.
Enrico VIII non aveva un erede maschio e di questo incolpava la moglie

Caterina d'Aragona,la cui unica figlia era la principessa Maria.

Dopo numerose relazioni con altrettante dame di corte,
si innamorò di Anna Bolena, una delle più belle signore del tempo, ma protestante.
Dal 1527 Enrico iniziò a cercare un modo per far annullare il suo matrimonio

 con Caterina, prendendo come scusa che il matrimonio con la vedova del fratello

non poteva essere valido.
Per perorare la sua causa Enrico mandò a Roma Tommaso Moro,

grande umanista e abile giurista.
Nonostante le motivazioni addotte, il papa riteneva impossibile l'annullamento

del matrimonio, soprattutto perché l’imperatore Carlo V era nipote di Caterina

ed il papa non voleva renderselo nemico.
Allora Enrico cominciò ad esercitare pressioni sul papa,
arrivando, nel 1529 alla soppressione dell'indipendenza degli ecclesiastici inglesi e

ad arrogarsi il diritto di nominare i vescovi.
Nel gennaio del 1533 Enrico VIII sposò Anna Bolena e, nel maggio dello stesso anno,
il precedente matrimonio con Caterina d'Aragona fu dichiarato ufficialmente nullo dall’Arcivescovo di Canterbury.
Dopo alcuni mesi, il 7 settembre 1533 nacque la futura regina Elisabetta,
figlia di Enrico VIII e Anna Bolena. Enrico venne scomunicato ed il papa

continuava a ritenere legittimo il solo matrimonio con Caterina.

Il re rispose allora con l'Atto di Supremazia, votato dal Parlamento

 il 3 novembre 1534, che lo dichiarava Re supremo e unico

Capo della Chiesa d'Inghilterra, attribuendosi quel potere spirituale che fino

a quella data era stato appannaggio esclusivo del pontefice.
Chi (come lo stesso Thomas More) rifiutò di accettare con giuramento il

provvedimento e di riconoscere il nuovo matrimonio del re con il relativo ordine di successione al trono,

 fu considerato reo di alto tradimento e punito con morte.
Lo scisma era ormai compiuto. Tutti i pagamenti che prima erano versati al papa ora venivano versati alla corona;

 il Parlamento escluse la principessa Maria

dalla successione al trono in favore della figlia di Anna Bolena,
nella speranza di un futuro erede maschio. La Bibbia venne tradotta in inglese,
ai preti fu permesso sposarsi e le reliquie dei santi vennero distrutte.

 

 Relazioni con i monarchi cristiani
La Seconda Lega Santa

 
 


Una delle prime iniziative del nuovo papa fu quella di portare la pace tra

 i regnanti cristiani.Lo scopo ultimo di Clemente VII era fare in modo che i re cristiani si alleassero tra loro in una vasta coalizione contro il sultano turco Solimano, che stava invadendo l'Europa balcanica.
Cercò così di concordare una tregua tra il re di Francia,

 Francesco I di Valois, e l'imperatore Carlo V d'Asburgo, in guerra tra loro dal 1521.
Questa mossa fu causata anche dalla sua preoccupazione per Firenze.
Dopo la conquista del Ducato di Milano (ottobre 1524) da parte di Francesco I,
il pontefice costituì un'alleanza con il re di Francia e la Repubblica di Venezia
(tra la fine del 1524 e il 1525) contro Carlo V. Ma quando la Francia fu sconfitta
nella battaglia di Pavia, il papa di nuovo si rivolse a Carlo V,
indotto a questa scelta dall'arcivescovo di Capua, il tedesco Niccolò Schomberg.

 

 

 

Clemente effettuò un altro cambiamento di fronte politico nel maggio 1526,
quando creò una Lega Santa contro l'imperatore

(Lega di Cognac o Seconda Lega Santa.)
Gli incontri preparatori con il re francese furono gestiti dal datario apostolico,

Gian Matteo Giberti.

Il patto fu stretto il 22 maggio 1526 a Cognac sur la Charente.
Vi presero parte: Clemente VII, Francesco I, Firenze, Venezia e

Francesco Maria Sforza.
Scopo della lega era scacciare gli imperiali dall'Italia.
I confederati si obbligavano a mettere insieme

2.500 cavalieri, 3.000 cavalli e 30.000 fanti;
Francesco I avrebbe dovuto mandare un esercito in Lombardia e

un altro in Spagna, mentre i veneziani e il pontefice avrebbero dovuto

invadere il regno di Napoli con una flotta di ventotto navi.
Cacciati gli spagnoli, il papa avrebbe dovuto mettere sul trono napoletano

un principe italiano,  che avrebbe dovuto pagare al re di Francia un canone

 annuo di 75.000 fiorini.
Francesco I non tenne mai fede ai patti e, per tutto il 1526 non partecipò

 alle operazioni, preferendo trattare con Carlo V il riscatto dei suoi due figli,

catturati dai tedeschi a Pavia e presi in ostaggio.
Il papa, vedendo che gli alleati non onoravano i patti, concluse una tregua di

 otto mesi con l'imperatore.
Scaduti gli otto mesi, l'imperatore si mosse con il suo esercito verso Roma.

Il 31 marzo 1527 passò il Reno, nei pressi di Bologna, e si diresse verso la Toscana.

 Le truppe della Lega Santa, comandate da Francesco Maria I della Rovere e dal

 marchese di Saluzzo, si accamparono vicino a Firenze per proteggerla dall'esercito

 invasore, ma questo effettuò una manovra aggiratrice:
attraversò il territorio di Arezzo, quello di Siena, poi si diresse verso Roma.
Lungo il tragitto gli imperiali, guidati da Carlo III di Borbone,

devastarono Acquapendente e San Lorenzo alle Grotte,
occuparono Viterbo e Ronciglione. Il 5 maggio gli invasori giunsero sotto

 le mura di Roma, difesa da una milizia piuttosto ridotta comandata da

Renzo da Ceri (Lorenzo Orsini). Scopo dell'imperatore non era invadere la città:
egli voleva forzare la mano al pontefice con un'azione dimostratrice.
Ma la soldataglia germanica che si era mossa al seguito dell'esercito

imperiale si pose al di fuori del suo controllo.
All'arrivo a Roma i "Lanzichenecchi" erano allo stremo, male armati e devastati

dalla peste, che iniziava a diffondersi anche tra i romani. Per evitare il contagio,

 l'imperatore ritornò in Germania.
Mancando la massima autorità, ogni gruppo di combattimento gestì in maniera

autonoma le operazioni.
Dopo un assedio reso vano dalla mancanza di bocche da fuoco,

per una situazione fortuita, gli imperiali riuscirono a penetrare dalla sponda

nord del Tevere. L'assalto alle mura del Borgo iniziò la mattina del

6 maggio 1527 e si concentrò tra il Gianicolo e il Vaticano.
Per essere di esempio ai suoi, Carlo III di Borbone fu tra i primi ad attaccare,
ma mentre saliva su una scala fu colpito a morte da una palla d'archibugio.
La sua morte accrebbe l'impeto degli assalitori che, a prezzo di gravi perdite,
riuscirono ad entrare in città. Caduto il Borbone, salì in posizione di

comando Filiberto di Chalons, principe d'Orange.
Le soldataglie germaniche devastarono e saccheggiarono completamente la città,
distruggendo tutto ciò che era possibile distruggere. Durante l'assalto Clemente VII,
che non si era arreso al loro arrivo, si ritirò in preghiera nella cappella privata.
Quando capì che la città era perduta, si rifugiò a Castel Sant'Angelo insieme ai

cardinali e agli altri prelati grazie al sacrificio della guardia nobile, che lo protesse

a prezzo della vita.
Questa vicenda è tristemente nota come il "sacco di Roma". Il saccheggio,

 feroce ed efferato, fu reso più crudele dall'appartenenza degli assalitori alla

religione luterana, tanto che lo stesso imperatore ne rimase addolorato

(forse per questo motivo la sua incoronazione, qualche anno dopo,

venne celebrata a Bologna, temendo la reazione dei romani).
Il 5 giugno il pontefice fu fatto prigioniero. In dicembre fu liberato

dietro la promessa del pagamento di un pesante indennizzo.

Dovette versare al principe d'Orange 400.000 ducati,
di cui 100.000 immediatamente e il resto entro tre mesi; era inoltre pattuita

 la consegna di Parma, Piacenza e Modena. Clemente VII, per evitare di

ottemperare alle condizioni imposte dall'imperatore, abbandonò Roma e,

il 16 dicembre 1527, si ritirò ad Orvieto e successivamente a Viterbo.
 

 

Benvenuto Cellini, medaglia di Clemente VII.
 

 

 

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 La pace con Carlo  V

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Clemente VII incorona Carlo V, Baccio Bandinelli, Salone dei Cinquecento,

Palazzo Vecchio, Firenze.
Carlo inviò un'ambasciata presso il papa per fare ammenda dell'episodio.

 E Clemente alla fine, non ritenendolo direttamente responsabile, lo perdonò.

Dopo questi accordi, intorno alla fine del 1529,
fu stipulata la Pace di Barcellona, secondo i termini della quale, il papa,

il 24 febbraio 1530, incoronò a Bologna Carlo V imperatore, come segno di

 riconciliazione tra papato e impero. Carlo si impegnò a ristabilire a Firenze

 la signoria della famiglia Medici
(di cui lo stesso Papa era membro), abbattendo la repubblica fiorentina e a concedere
la Borgogna a Francesco I, che in cambio prometteva di disinteressarsi degli

 affari italiani.
Firenze fu consegnata ad Alessandro de' Medici (figlio illegittimo di Lorenzo),
che sposò Margherita, figlia naturale di Carlo V.
Con i problemi della riforma che infuocavano la Germania, l'imperatore

 non si mosse dalla sua capitale e, con i turchi che imperversavano persino

sul litorale laziale,il papa si riavvicinò alla Francia. Carlo V allora,

 con l'intenzione di rompere la nuova amicizia, propose al papa

una lega di tutti gli stati italiani contro i turchi e gli propose di convocare

un concilio generale per pacificare la Germania. Clemente VII accolse di buon

animo la proposta della lega, ma non accettò la proposta del concilio,

 temendo di procurare un'arma per i suoi avversari.
L’unica cosa che fu disposto a concedere fu un accordo segreto,

consacrato con la bolla del 24 febbraio 1533,
in cui il papa si impegnava a convocare il concilio a data da destinarsi.
Nell'autunno del 1533, il papa celebrò le nozze tra la nipote Caterina de' Medici,
figlia di Lorenzo II de' Medici, ed Enrico di Valois,

secondogenito di Francesco I di Francia.
 

 Governo dello Stato pontificio


Il 25 gennaio 1525, concesse un indulto ai Domenicani del Convento di Forlì per celebrare
la messa del Beato Giacomo Salomoni ogni volta che, durante l'anno,
la loro devozione li spingesse a farlo. Questo indulto è considerato importante nella storia
delle celebrazioni ecclesiastiche, tanto da risultare come il più antico
citato da Benedetto XIV nel documento De canonizatione.
Nel 1532 si impadronì, con un'abile manovra di copertura, della repubblica di Ancona:
la costruzione a spese pontificie di una fortezza, in posizione dominante sulla città e sul porto,
servì come cavallo di Troia per impadronirsi del potere nottetempo e soffocare sul nascere
i tentativi di riprendere la libertà perduta. I denari pagati al papa dal cardinale che sarebbe
stato il legato pontificio della città servirono a rimpinguare le casse papali depauperate dal sacco di Roma.

 

Mecenatismo e opere realizzate a Roma

Nei periodi in cui non dovette dedicarsi alla politica,

Clemente VII fu un grande mecenate.
Spesso teneva i rapporti con gli artisti per mezzo del suo Guardarobiere
e Maestro di Camera Pietro Giovanni Aliotti, costringendolo anche ad antipatici
solleciti di consegna delle opere. Dell'Aliotti si lamentarono sia

 Michelangelo sia Benvenuto Cellini.
Il 17 dicembre 1524, con la bolla Inter sollicitudines et coram nobis,

indisse per l'anno seguente un giubileo.
Il papa aprì personalmente la Porta Santa. Ma l'affluenza dei pellegrini fu scarsa

 a causa delle guerre, del timore dell'avanzata turca e della rivolta dei contadini in

Germania. Inoltre, nell'agosto del 1525 si ebbe una nuova epidemia di peste.
Tornato a Roma dopo la permanenza ad Orvieto, Clemente VII proseguì la

sua opera di mecenate:
sviluppò la Biblioteca Vaticana, continuò la costruzione della Basilica di San Pietro,
portò a termine i lavori del Cortile di San Damaso e di Villa Madama. Incaricò, inoltre,
Michelangelo di affrescare la Cappella Sistina con il Giudizio Universale,
seguendone personalmente i lavori. Commentò e fece pubblicare tutte le opere

di Ippocrate. Nel 1528 approvò l'Ordine dei Cappuccini e, nel 1530,

 approvò i Chierici Regolari di San Paolo (detti Barnabiti).

Morte e sepoltura

Di ritorno dal matrimonio della nipote (1533),

Clemente VII si riammalò della malattia
che lo aveva colpito nel 1529 e che spesso tornava a visitarlo.

 Il papa morì a Roma il 25 settembre 1534,
a soli 56 anni, dopo aver mangiato l'amanita phalloides (un fungo mortale).

Secondo un'altra teoria,
suggerita dal divulgatore scientifico canadese Joe Schwarcz,
Clemente VII potrebbe essere stato assassinato mettendo dell'arsenico in una

candela che il papa avrebbe portato
in una processione, inalandone i fumi altamente tossici.
Alla sua morte sotto la statua di Pasquino, venne posto un ritratto

dell'Archiatra Pontificio Matteo Curti,
con l'ironica scritta: «Ecce aqnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi»,
segno che fu un Papa poco amato dal popolo romano.

 Era stato un pontificato intensissimo e controverso,
segnato dall'onta del Sacco di Roma, durato undici mesi. Clemente VII venne sepolto

 in Santa Maria sopra Minerva.
Il suo mausoleo si trova di fronte a quello del cugino Leone X e fu disegnato

 da Antonio da Sangallo il Giovane.
 

Vita privata


Su Clemente girò il sospetto che Alessandro de' Medici fosse suo figlio.
Questa circostanza è stata inizialmente smentita dallo storico ed esperto

della famiglia de' Medici, Alfred von Reumont. Il cardinale Gasparo Contarini,

 solitamente ben informato, ha affermato che Alessandro era figlio naturale di

Lorenzo il Magnifico.

Tuttavia, gli studiosi e gli storici moderni confermano che

Alessandro era figlio di Clemente VII. In particolare, il Pastor ritiene che il Papa

 sia stato di una moralità irreprensibile dopo l'elezione al Soglio,
ma quando era ancora cardinale cedette più volte ai desideri della carne.
 

 Cardinali creati da Clemente  VII
 

Concistoro del 3 maggio 1527

1. Benedetto Accolti, arcivescovo di Ravenna + 21 settembre 1549
2. Agostino Spinola, vescovo di Perugia + 18 ottobre 1537
3. Niccolò Gaddi, vescovo di Fermo + 16 gennaio 1552
4. Ercole Gonzaga, vescovo di Mantova + 3 marzo 1563
5. Marino Grimani, patriarca di Aquileia + 28 settembre 1546
Concistoro del 21 novembre 1527 1. Antonio Sanseverino, O.S.Io.Hier. + notte fra il 17 ed il 18 agosto 1543
2. Gianvincenzo Carafa, arcivescovo di Napoli + 28 agosto 1541
3. Andrea Matteo Palmieri, arcivescovo di Acerenza e Matera + 20 gennaio 1537
4. Antoine du Prat, arcivescovo di Sens + 9 luglio 1535
5. Enrique de Cardona, arcivescovo di Monreale + 7 febbraio 1530
6. Girolamo Grimaldi, chierico di Genova + 27 novembre 1543
7. Pirro Gonzaga, vescovo di Modena + 28 gennaio 1529
8. Sigismondo Pappacoda, vescovo di Tropea + 1536
Concistoro del 7 dicembre 1527 1. Francisco de los Ángeles Quiñones, O.F.M., ministro generale del suo ordine + 5 novembre 1540
Concistoro del 20 dicembre 1527 1. Francesco Cornaro, seniore, patrizio di Venezia + 26 settembre 1543
Concistoro del gennaio 1529 1. Girolamo Doria, chierico di Genova + 25 marzo 1558
Concistoro del 10 gennaio 1529 1. Ippolito de' Medici, arcivescovo di Avignone + 10 agosto 1535
Concistoro del 13 agosto 1529 1. Mercurino Arborio di Gattinara, laico, giureconsulto e cancelliere dell'imperatore Carlo V + 5 giugno 1530
Concistoro del 9 marzo 1530 1. François de Tournon, arcivescovo di Bourges + 22 aprile 1562
2. Bernardo Clesio, principe-vescovo di Trento + 30 luglio 1539
3. Louis de Gorrevod de Challand, vescovo di San Giovanni di Moriana + 1535
4. García de Loaysa y Mendoza, O.P., vescovo di Osma + 22 aprile 1546
5. Íñigo López de Mendoza y Zúñiga, vescovo di Burgos + 9 giugno 1535
Concistoro dell'8 giugno 1530 1. Gabriel de Gramont, vescovo di Tarbes, ambasciatore del re Francesco I di Francia + 26 marzo 1534
Concistoro del 22 febbraio 1531 1. Alfonso Manrique de Lara, arcivescovo di Siviglia + 28 settembre 1538
2. Juan Pardo de Tavera, arcivescovo di Santiago di Compostela + 1º agosto 1545
Concistoro del 22 settembre 1531 1. Antonio Pucci, vescovo di Pistoia. + 12 ottobre 1544
Concistoro del 21 febbraio 1533 1. Esteban Gabriel Merino, vescovo di Jaén e patriarca delle Indie Occidentali + 28 luglio 1535
Concistoro del 3 marzo 1533 1. Jean d'Orléans-Longueville, arcivescovo di Tolosa e vescovo di Orléans + 24 settembre 1533
Concistoro del 7 novembre 1533 1. Jean Le Veneur, vescovo di Lisieux + 7 agosto 1543
2. Claude de Longwy de Givry, vescovo di Langres + 9 agosto 1561
3. Odet de Coligny de Châtillon, laico, di una famiglia francese illustre + 13 aprile 1571
4. Philippe de la Chambre, O.S.B., abate di Saint-Pierre-de-Corbie + 21 febbraio 1550