Lo stemma fatto apporre da Alessandro de' Medici sul Palazzo arcivescovile di Firenze

Leone XI  nato Alessandro di Ottaviano de' Medici

 

Papa Clemente VIII

 Giovinezza

Alessandro de' Medici nacque nella potente famiglia Medici di Firenze.

Il padre era Ottaviano de' Medici

appartenente ad un ramo collaterale della prestigiosa e potente famiglia fiorentina,

mentre sua madre Francesca Salviati,

 anch'essa medicea, era nipote di papa Leone X.
Non si sa granché della sua infanzia e giovinezza, giacché la fonte principale,

un manoscritto della Biblioteca Casanatense a Roma, la Vita del cardinal di Firenze è danneggiato e

solo in parte decifrabile. Orfano di padre e cresciuto tra le molte donne della famiglia,

 sembra fosse affascinato dalla predicazione del domenicano

Vincenzo Ercolani della vicina chiesa di San Marco. La madre Francesca si rivolse quindi al nipote

 il duca Cosimo I de' Medici perché facesse pressione sul giovane al fine di distoglierlo dall'idea di entrare

nella religione, ma Cosimo pur facendo entrare

Alessandro nella propria corte, non volle prendere posizione.
Nel 1560 accompagnò il duca in un viaggio a Roma,

 soggiornando presso il cugino Giovanni Battista Salviati e

avendo occasione di incontrare san Filippo Neri. Nel 1566 la morte della madre lo lasciò libero

di scegliere la propria vita e,

con il consenso di Cosimo, del cugino il cardinale Francesco Salviati e dell'arcivescovo

di Firenze Antonio Altoviti,

 prese gli ordini. Si dedicò a vari studi ecclesiastici, senza però brillarvi perché di

temperamento più pratico  che speculativo.

Il 22 luglio 1567 Altoviti lo ordinò sacerdote e poco dopo Cosimo I lo fece

cavaliere dell'Ordine di Santo Stefano;

 iniziò la sua vita ecclesiastica come Pievano di Santo Stefano a

Campi. Il 20 giugno 1569 veniva nominato protonotario apostolico

 e il 10 luglio il duca lo nominò proprio ambasciatore a Roma, affinché potesse anche

controllare il figlio cardinale Ferdinando.

Non essendo pratico dell'ambiente politico e religioso di Roma,

 il principe ereditario Francesco lo raccomandò a

Guglielmo Sirleto, mentre il cardinale Francesco Pacheco lo presentò a papa Pio V,

cui fece buona impressione.

 Il periodo romano


Il cardinal Ferdinando de' Medici Il suo primo rapporto fu inerente alla guerra religiosa in corso in Francia:

 riferì il 3 agosto 1569 infatti al cugino che il papa era estremamente insoddisfatto del re di Francia,

che dopo la battaglia di Jarnac non aveva completamente schiacciato gli ugonotti.

Ben presto si mostrò anche estremamente scaltro nel navigare tra gli intrighi delle corti,

 quella pontificia e  quella fiorentina. Dapprima mise in giro la voce che il proprio segretario era insoddisfatto

del trattamento riservatogli e ben presto gli oppositori di Cosimo lo contattarono per metterlo a conoscenza

dei loro intrighi contro il duca. Poco dopo poi, presso Vitorchiano l'arresto di un soldato sbandato di Arezzo

 stava per essere causa di un grave conflitto diplomatico, che Alessandro smorzò.

L'uomo dichiarò di essere stato inviato da Cosimo per assassinare il cardinale Alessandro Farnese:

interrogato e torturato a Viterbo dal Farnese, quegli confessò cose impossibili ad essere vere

 tantoché Alessandro fu in grado di convincere sia il papa che il cardinale di trovarsi davanti

 ad una montatura tesa a screditare Cosimo I.
Si adoperò in favore della politica filofrancese propugnata da Cosimo,

guadagnandosi quindi l'inimicizia spagnola. Il l2 agosto 1581 perorò presso papa Pio V,

su consiglio e accompagnato dal cugino Antonio Maria Salviati,

l'idea di un annullamento delle nozze tra Enrico III di Navarra e Margherita di Valois,

 figlia di Enrico II di Francia e di Caterina de' Medici, ma dopo svariati incontri il papa non cambiò idea,

 annunciando che prima era necessaria la conversione del re di Navarra e

dell'ammiraglio Gaspar de Coligny,  leader degli ugonotti. Alessandro era dell'idea che uno dei

 principali ostacoli alle nozze fosse il nunzio pontificio a Parigi, Flavio Mirto Frangipani,

e assieme all'ambasciatore mediceo presso la corte francese, Giovanni Maria Petrucci,

decise di minarne la posizione. A Parigi uno diffuse la voce che era al soldo dei Guisa e

 di Filippo II di Spagna, a Roma l'altro che era più legato alla politica della regina Caterina

che a quella del papa, e che aveva in odio Firenze perché pagato dai duchi di Ferrara.

La manovra però si risolse in un fallimento con la vittoria di Lepanto, dopo la quale il partito spagnolo a

Roma divenne ancora più potente e ascoltato: il 19 ottobre Alessandro confessò a Cosimo che la posizione

del Frangipane era solida e Antonio Maria Salviati dovette rimandare l'idea di subentrare all'uomo

nella carica di ambasciatore presso i Valois.
In questi anni Alessandro diventò intimo del giovane nipote il cardinale

Ferdinando de' Medici,  e soprattutto con Filippo Neri, fino ad essere abituale

ospite dell'Oratorio,  benché il santo fosse filofrancese e rivalutasse la figura

di Girolamo Savonarola.

La consuetudine tra i due era tale che il Medici ebbe l'onore di posare

la prima pietra della Chiesa Nuova nel 1575, che avrebbe poi consacrato nel 1599.

Successivamente con il cardinale Federico Borromeo fece riesumare le spoglie del Neri per traslarle

in un sarcofago più degno di quello cui era stato sepolto nella tomba comune della sua congregazione e,

durante una seconda riesumazione nel 1599, infilò alla mano del cadavere un anello con zaffiro.

Secondo quanto scritto negli Annali di Cesare Baronio,

 il santo avrebbe anche predetto per l'ecclesiastico fiorentino la tiara.

 Il periodo toscano


Lo stemma fatto apporre da Alessandro de' Medici sul Palazzo arcivescovile di Firenze
Pur rimanendo a Roma, tramite il cugino Bastiano de' Medici, fu molto attivo nel riordino della diocesi pistoiese:

fece applicare i decreti tridentini (soprattutto quello inerente all'obbligo di residenza per i parroci) e

diminuì le tensioni con l'allora prepositura di Prato.
Il 27 dicembre 1573 Ferdinando de' Medici comunicava a Papa Gregorio XIII che

l'arcivescovo di Firenze Altoviti era gravemente malato: morto l'uomo due giorni dopo,

scrisse che Cosimo I avrebbe gradito la nominato di Alessandro a quella carica, e a stretto giro di posta,

 il 4 gennaio 1574, il cardinal Tolomeo Galli comunicò alla corte che il Papa era favorevole.

Di questa nomina l'unico che non si rallegrava era invece proprio Ferdinando,

 che si ritrovava il cugino non solo come controllore, postogli dal padre,

ma anche come rivale nella carriera ecclesiastica.
Il 15 gennaio 1574 fu incaricato arcivescovo della sede metropolitana di Firenze,

 che governò da lontano, sempre tramite Bastiano de' Medici e monsignor

Alfonso Binnarino vescovo di Camerino.

Nonostante questa sua assenza fisica, egli seguiva continuamente da Roma

 la sua arcidiocesi: nominò curati, fece riorganizzare gli archivi, prescrisse

il vestito per il clero e fece restaurare il Palazzo Arcivescovile, gravemente danneggiato

da un incendio del 1533; sul palazzo ancora oggi campeggia il suo stemma,

 in un angolo con via de' Cerretani.

Si occupò della riforma del clero regolare e secolare, promosse nel 1575 una visita pastorale

(condotta dal cancelliere pistoiese Paolo Ceccarelli),

si scontrò contro i canonici del Duomo e i loro privilegi, e si trovò contro i sostenitori

dell'ideale religioso di Savonarola, che ai suoi occhi erano rei soprattutto di minare l'autorità religiosa e civile.

 Le tensioni perdurarono fino a quando il Generale dell'Ordine domenicano Frà Sisto Fabbri non visitò

personalmente nel 1585 Firenze e il locale convento di San Marco.
Intanto, morto Cosimo I, era asceso al trono granducale suo figlio Francesco I de' Medici,

allora nel pieno della relazione con l'amante Bianca Cappello, che avrebbe di lì a poco sposato.

Alessandro non urtò il nipote né fece opposizioni di carattere morale sulla sua vita,

come invece andava facendo il cardinale Ferdinando, che in questo atteggiamento dello zio vide una

strategia per accaparrarsi un cappello cardinalizio. Ciò lo spinse a sostenere i canonici del Duomo contro

l'arcivescovo con tanta foga che alla fine Gregorio XIII ne prese le difese e successivamente,

 il 12 dicembre 1583, lo creò cardinale

 Papa Clemente  VIII

Uno dei cardini del Concilio di Trento era l'assunto che il vescovo

dovesse risiedere nella propria diocesi, e Alessandro, che tanto difendeva i precetti conciliari,

 proprio in questo difettava, come gli disse esplicitamente Carlo Borromeo nel 1582;

 egli però non poteva entrare in Firenze senza un preciso consenso granducale,

che giunse solamente nel 1584. Il 12 giugno, dopo anni di assenza, rientrò nella città natia

e si diede a un'intensa attività pastorale, esaminando una sessantina di monasteri

nei primi mesi dal suo ingresso e ribadendo l'importanza dell'Index. Nel 1589 indisse un sinodo e

 una terza visita pastorale, indirizzata soprattutto a pievi, confraternite di ospedali e

 parrocchie di campagna, anche questa gestita dal Ceccarelli; un'altra seguì nel 1593.

Oltre a ciò organizzò una serrata ricognizione delle reliquie possedute nelle varie chiese e spinse

 per l'introduzione della pratica delle Quarantore. Dopo aver fatto rinnovare il palazzo episcopale fin dal 1574,

 finanziò un restauro del duomo nel 1582.
Rimase ugualmente legato anche alla Curia romana, tessendo un fitto epistolario con

 Guglielmo Sirleto sulla traduzione in lingua volgare del Martiriologio,

e al contempo strinse i legami con il cardinal Alessandro Damasceni Peretti,

che lo candidò papabile ai conclavi del 1590 che elessero Urbano VII e Gregorio XIV e a quello del 1591

che elesse Innocenzo IX. In questa occasione la fazione spagnola gli oppose il

 cardinale Giovanni Antonio Facchinetti, che Alessandro stesso votò e appoggiò,

causando le ire del nipote Ferdinando I che sperava di avere un nuovo papa in famiglia.

Alessandro gli fece sapere di non essere il suo schiavo.
Nel 1590 tornò a vivere a Roma dove il nuovo pontefice Clemente VIII lo ricoprì di incarichi e onori:

 entrò a far parte della Congregazione dei Riti e delle Strade, divenne protettore della

Confraternita della Vita Cristiana e partecipò a tutte le cose di fabbriche e di palazzo e di suore

 come scrisse a Ferdinando I. Vista la sua posizione, riprese ad essere tramite tra il pontefice e

spinse sul granduca perché appoggiasse la riforma dei monasteri, femminili specialmente,

 e in cambiò provò a persuadere Clemente VIII a ridurre la manomorta ecclesiastica, non riuscendoci.
 

 Enrico  IV di Francia


In quegli anni intanto volgeva al termine la guerra di religione in Francia:

Enrico IV si era per l'ultima volta convertito al Cattolicesimo il 25 luglio 1593 durante

una solenna cerimonia a Saint-Denis e Alessandro, spinto in questo da Ferdinando I e da Filippo Neri,

cercò di indurre il papa a ritirare scomunica e censure sul sovrano. Clemente VIII era favorevole alla cosa,

 ma temeva la reazione spagnola: Alessandro lo persuase mentre nel contempo suggeriva

una cauta linea d'azione al cardinal Jacques Davy du Perron, che perorava la causa del re. Il 17 settembre 1595,

 con una cerimonia fastosa commemorata anche da una colonna eretta in

 memoriam presso la Chiesa di Sant'Antonio Abate all'Esquilino (e oggi dietro Santa Maria Maggiore),

Clemente VIII assolse Enrico IV incurante delle proteste spagnole e di quelle dei Gesuiti,

 cui il re non aveva concesso di rimettere piede nel regno. Alessandro si impegnò perché l'Ordine

                                   esprimesse le proprie rimostranze in maniera contenuta.
                                   on questi pregressi, Alessandro era l'uomo più adatto,

                                   sia per Clemente VIII che per Enrico IV,

ad accompagnare come legato il nunzio apostolico Francesco Gonzaga in un'importante

missione diplomatica e religiosa: il papa voleva portare alla pace Spagna e Francia,

 cosicché potessero assieme combattere i Turchi, e regolarizzare la situazione dell'episcopato francese

dopo anni di guerre religiose e sedi episcopali vacanti. Se il primo obiettivo era arduo, il secondo,

 che prevedeva la ratifica da parte di Enrico IV dell'atto di abiura e dei decreti tridentini

                             (oltre al rientro dei Gesuiti) non si presentava più semplice.

Questi due risultati stavano molto a cuore al papa, che spesso accantonava il nipote cardinale

Veduta odierna 

di Vervins

 Alessandro Aldobrandini e rispondeva personalmente alle lettere del Medici.   

Il 3 aprile 1596 venne ufficialmente nominato legato a latere il 10 maggio

ricevette il breve d'istruzione e la croce: partito l'indomani arrivò a Firenze il 17 maggio e

 presso la corte di Carlo Emanuele I di Savoia il 10 giugno. Il 19 giugno un ulteriore breve

che gli concedeva la facoltà di assolvere gli eretici convertiti. Dopo un breve viaggio giunse a Montlhery

dove incontrò Enrico IV e il 21 luglio fece il suo ingresso a Parigi dove venne accolto con

 freddezza. Il parlamento infatti si rifiutò di accogliere le sue credenziali fintantoché avessero

fatto riferimento ai concili tridentini: Alessandro fece sapere che non avrebbe accettato nessuna

riserva ma nei fatti fu quello che invece avvenne.

 

 Filippo  II di Spagna

Enrico IV continuò a mostrare di apprezzare il legato a latere e

 il 19 agosto 1596 firmò solennemente il documento con cui si riconciliava

con la chiesa cattolica. Alessandro seguì il re e la sua corte negli spostamenti da una

residenza regia all'altra e fino al febbraio del 1597 fu a Rouen, che lasciò per dirigersi in Piccardia,

 dove soggiornò fino al giugno dell'anno seguente, prima a San Quintino e infine a Vervins,

dove si sarebbe tenuta la conferenza di pace. Intanto il papa gli aveva inviato come aiuto il generale

dei minori osservati fra Bonaventura Secusi da Caltragirone, che svolse l'importante compito di tenere

i contatti fra i vari contendenti: Enrico IV, Filippo II di Spagna e l'arciduca Alberto d'Austria,

 governatore dei Paesi Bassi del Sud. Dopo aver risolto gli inevitabili inconvenienti

legati all'etichetta di corte e alle precedenze, Alessandro poté presiedere senza dare cenni di stanchezza

 alla conferenza di pace, che durò dal 9 febbraio al 2 maggio 1598 e che si concluse

con un grande risultato:

Filippo II riconobbe l'ex protestante Enrico di Borbone quale legittimo re di Francia e

 ritirò le proprie truppe dal suolo francese.
Firmata la pace, Vervins fu abbandonata dai vari amabasciatori e

Filippo II di Spagna

Alessandro ritornò a giugno a Parigi,

dove venne accolto dal popolo e dal sovrano in maniera trionfante: già all'indomani della fine

della conferenza Enrico IV aveva decantato con l'ambasciatore fiorentino le qualità del Medici e

si era detto totalmente soddisfatto di quanto raggiunto. Proprio questo però mutava la

scena politica francese:                  

Erico IV aveva raggiunto i suoi obiettivi, ragion per cui Alessandro

 non gli era più utile ma anzi risultava d'impedimento, poiché aveva ripreso a

chiedere l'applicazione  dei decreti tridentini e il ritorno dei gesuiti in Francia.

 A ciò si aggiungeva che la favorita del re e madre dei suoi figli, Gabrielle d'Estrées,

non ne gradiva la presenza, intuendo che egli avrebbe cercato di indurre Enrico IV a divorziare

dalla sterile moglie Margherita per sposare la ricca Maria de' Medici,

 figlia del defunto granduca Francesco I.
Alessandro vide come la situazione si stesse facendo difficile

per lui e a settembre disse all'ambasciatore veneziano Francesco Contarini che voleva                

Re Enrico IV di Francia

 semplicemente tornarsene a Roma. Ad agosto fu il re stesso a consigliargli di tornare

alla corte papale e il 1º settembre lo congedava dalla Francia, seppur mostrandogli ancora

la propria benevolenza. Giunto il 9 settembre a Digione, ai primi di ottobre varò il passo del Sempione

 per arrivare, passando dal Lago Maggiore e Piacenza, a Ferrara, dove il 9 novembre 1598 si incontrò

 con Clemente VIII, che ne tessé le lodi e lo designò prefetto della Congregazione dei Vescovi.

 Ritorno a Roma
Maria de' Medici nel 1595

Tenuto conto della sua passata attività, Alessandro fu in prima linea nel continuare a tessere

la trama diplomatica per le nuove nozze di Enrico IV con Maria de' Medici: questa dedizione,

già mostrata durante il periodo francese, gli aveva procurato le critiche del nunzio Gonzaga,

 che aveva scritto a Pietro Aldobrandini che il fiorentino si dedicava più ai maneggi matrimoniali

che a far approvare i decreti tridentini.
Per primo si impegnò nel far annullare le nozze di Enrico con Margherita di Valois e

il 10 novembre 1599  presiedette la congregazione che trattò il caso: poco prima era morta

l'amante del sovrano,  Gabriella d'Estrées e quindi non sussistevano più legami sentimentali

che impedissero le future nuove nozze.

Tanto impegno venne poi ripagato nel 1602 quando Enrico e Maria, infine sposatisi,

chiesero ad Alessandro di battezzare il loro primogenito Luigi,

onore che rifiutò per non mettersi

 troppo in cattiva luce con i congiunti del papa regnante Clemente VIII,

 tutti filospagnoli. Infatti Alessandro stava facendo una notevole carriera nella curia romana,

 fino ad essere considerato uno dei papabili. Il 30 agosto 1600 era stato

 creato Cardinale vescovo di Albano,  nel 1602 di Palestrina e, pur filofrancese,

aveva stabilito dei solidi rapporti con il cardinal

Maria Medici 1595

nipote Pietro Aldobrandini e con il cardinal Felice Peretti. Inoltre in suo favore

veniva anche l'oggettiva e continua cura pastorale verso l'arcidiocesi di Firenze,

 che non trascurava nonostante non vi risiedesse: si interessò della riforma dei monasteri,

 nel 1601 organizzò una visita pastorale e nel 1603 un sinodo. Infine, come membro della curia romana,

non trascurò alcuni gravi problemi amministrativi dello stato pontificio, quale il fenomeno del banditismo.

 

 Il Conclave

Con l'aggravarsi dello stato di salute di Clemente VIII,

iniziarono i giochi politici delle grandi potenze in vista del prossimo conclave.

 Il 28 ottobre 1604 Enrico IV disse ai cardinali francesi di stare pronti a sostenere

Alessandro de' Medici oppure Cesare Baronio e nel marzo seguente palesò al cardinale

Francesco Joeyeuse

l'intenzione di comprare l'appoggio di Pietro Aldobrandini.
 

Il Cardinal Baronio

 14 marzo 1605, undici giorni dopo la morte di Clemente VIII,

 sessanta cardinali entrarono in conclave nella Cappella Paolina in Vaticano.

 Erano divisi in vari gruppi: i nove nominati da Sisto V si fronteggiavano ai trentotto di Clemente VIII,

seguivano i sette di Pio IV e di Gregorio XIII e i cinque di Gregorio XIV Gran parte del Sacro Collegio

 percepiva pensioni e prebende dalla Corona Spagnola, cosicché Clemente VIII

per controbilanciare tale influenza negli anni aveva creato molti cardinali,                          

di cui però solo trentotto gli sopravvissero; forza comunque sufficiente per contrastare

 gli spagnoli se l'Aldobrandini, a capo proprio della fazione italiana, fosse stato in grado di gestire al meglio

 le manovre politiche durante l'elezione.
La fazione spagnola aveva venticinque cardinali (guidati dall'arcivescovo d'Avila),

cui si opponevano altre minori, come quella francese con solo cinque cardinali capeggiati

                                 da François de Joyeuse.

Benché durante le votazioni vennero fatti i nomi di ben ventuno candidati,    

 solo due avevano una possibilità reale, Alessandro de' Medici e Cesare Baronio,

 ambedue favoriti dalla Francia e profondamente avversati dalla Spagna, che li colpì con il veto,

che sostenevano l'anziano Tolomeo Galli. Il secondo recentemente aveva scritto un libro che esponeva

gli abusi dei governanti spagnoli in Sicilia sia nelle sfere secolari che in quelle

ecclesiastiche.             

Cardinale Cesare Baronio

La fazione spagnola si sarebbe opposta con forza ad un nemico personale del re Filippo III e lo fece

con tanta foga, proponendo anche cardinali con età molto giovane, ventenni,

purché vicini al partito spagnolo, che fece gridare allo scandalo il coscienzioso

cardinale Roberto Bellarmino, anch'egli papabile ma che personalmente preferiva il

cardinale Cesare Baronio.

 Il partito italiano, guidato dal cardinale Aldobrandini, che pure era aperto

anche a far convergere i voti su Francesco Blandrata o Paolo Emilio Zacchia finì

con l'unirsi al partito filo-francese.
Alessandro de' Medici si impegnò a difendere Baronio dagli attacchi degli spagnoli,

ma allo stesso tempo si avvicinò al Cardinal Peretti, che alla fine fece convogliare su di lui un

 numero tale di voti da fargli superare il quorum dei due terzi nella notte tra il 1º e il 2 aprile.
 Il breve pontificato

San Giovanni dei Fiorentini

Il nuovo papa, che prese il nome di Leone in ossequio al primo pontefice della famiglia,

scelse dei fiorentini come propri collaboratori: segretario di stato il pronipote Roberto Ubaldini,

tesoriere l'abate Luigi Capponi, Segretario dei Brevi ai Principi Pietro Strozzi,

 a capo della Consulta Pietro Aldobrandini, penitenziere Cinzio Aldobrandini e

 datario apostolico il cardinal Pompeo Arrigoni. Tanti favori verso i concittadini,

 ma nessuno verso i parenti, cui vietò di presenziare alla sua presa di

 possesso del Laterano il 17 aprile.
Già il 2 aprile preparò una lettera da mandare tramite il cardinale Ludovico Madruzzo

con cui esponeva l'intenzione di appoggiare gli Imperiali in Ungheria contro i Turchi,

benché le casse pontificie fossero sguarnite:

una congregazione di cardinali istituita per gli affari ungheresi nove giorni dopo rese ufficiale      

San Giovanni dei Fiorentini

 tale dichiarazione. Il 10 aprile abolì l'imposta che gravava sui cittadini romani per il mantenimento             

delle truppe pontificie ed emise un'ordinanza per istituire una Congregazione che seguisse

le vicende della fabbrica di San Pietro.
Nonostante i voti ricevuti in conclave, Leone XI non volle dimostrarsi legato alla Francia:

all'ambasciatore spagnolo disse che il suo re poteva contare su di lui come su un vero amico e

 convocò una Congregazione per riformare il conclave, al fine di sostituire l'elezione per ispirazione

con quella a voto segreto. Questa riforma, se compiuta, avrebbe tolto potere all'Aldobrandini,

 lasciando una maggiore libertà di voto ai molti cardinali che facevano riferimento e lui,

                                        e rimesso in gioco la fazione spagnola.
Il 17 aprile da San Pietro si diresse al Laterano, scortato,

tra gli altri, da sessanta nobili romani e quaranta fiorentini: al capo di Ponte Sant'Angelo,

 nei pressi di San Giovanni dei Fiorentini lo aspettava un arco di trionfo posticcio,

                           progettato e decorato da Pietro Strozzi.

Tomba di S.Pietro

Purtroppo durante la cerimonia prese freddo e

 cadde ammalato.
Sul letto di morte gli venne così insistentemente richiesta la porpora per il nipote

Ottaviano de' Medici che sostituì il proprio confessore, che caldeggiava la scelta nepotista,

 con un carmelitano spagnolo: il rifiuto era dovuto al desiderio di non macchiare

la propria fama.
L'elogio funebre fu tenuto da Pompeo Ugonio: il corpo,

sepolto a San Pietro nella navata sinistra,

è racchiuso in un sontuoso mausoleo pagato

dal pronipote Roberto Ubaldini

(una volta divenuto cardinale sotto papa Paolo V)

ed eseguito da Alessandro Algardi. Alla notizia della sua morte si diffuse un sincero cordoglio a

Roma, Firenze e in Francia improntata al ricordo della sua modestia e della sua correttezza.

 

bb